Sanremo delle emozioni, ma la critica sociale dov’è

 

Ben trovati all’ascolto del Grs Week. In studio, Patrizia Cupo

E’ ormai un rito collettivo, specchio dell’evoluzione sociale e linguistica del Paese, evento culturale più pop e di costume che la tv italiana ricordi: dal 24 al 28 febbraio, torna il Festival di Sanremo, giunto quest’anno alla sua 76esima edizione. Il palco del Teatro Ariston della nota cittadina ligure torna così al centro dell’attenzione e non solo per la musica. Tra social, costume, polemiche, Fantasanremo e serate ricordo con la puntata dedicata alle cover, il Festival tornerà a riunire generazioni diverse per una settimana di autentica narrazione popolare. Nonostante sia quindi l’evento che più si fa specchio della società, i testi in gara quest’anno raccontano poco dell’attualità e della critica sociale, e molto delle relazioni personali. La scheda di Francesco Elli:

 

<<Relazioni difficili e mal d’amore. Ma poca – pochissima – critica sociale. I testi di Sanremo 2026 ruotano prevalentemente intorno a emozioni intime e relazioni: in “Resta con me” delle Bambole di Pezza emerge la fragilità affettiva e il bisogno di sostegno in tempi di conflitto emotivo con frasi come “In questi tempi di odio / Tu resta con me” che intrecciano amore e contesto sociale di insicurezza emotiva. Chiello in “Ti penso sempre” esplora la difficoltà di lasciar andare un amore ricordando: “Quindi amarsi a cosa serve / Se finiamo per odiarci”, un punto di vista sull’attaccamento e la sofferenza. Tommaso Paradiso con “I romantici” dipinge una malinconica dedizione all’amore lontano, mentre Levante in “Sei tu” affronta il fallimento e la ricerca di senso nei legami affettivi. Fulminacci con “Stupida sfortuna” riflette sul proprio percorso di vita e ostacoli interiori in un linguaggio poetico e quasi notturno. Fedez & Marco Masini in “Male necessario” e Enrico Nigiotti in “Ogni volta che non so volare” trattano contraddizioni emotive e ricerca di sé. La voce più esplicitamente civile arriva da Ermal Meta in “Stella stellina”, una ninna nanna che evoca la perdita di una bambina nei conflitti, spingendo a riflettere sui temi della vulnerabilità e dell’umanità in contesti di guerra e dolore collettivo. Nel complesso, il Festival privilegia un lessico emotivo, fragile e personale, con pochi riferimenti diretti alle tensioni sociali strutturali, se non filtrati attraverso narrazioni relazionali universali>>.

La fragilità è raccontata quindi, ma il faro è puntato sulla visione intimistica della vita e poco sulla comunità. Forse riflesso del clima culturale del Paese. Sentiamo Carlo Testini della presidenza di Arci nazionale:

<<C’è sempre al centro il se stessi e le cerchie di affetto vicini. Si parla di ansia, smarrimento, fragilità, tanto di amore e anche legato alla crisi di mezza età di molti autori. C’è anche riscoperta della famiglia e della cerchia famigliare, un’attenzione agli affetti che possono aiutare, rispetto al mondo che ci circonda. Sono poche le canzoni che parlano del presente: tutto il resto va nella direzione di guardarsi l’ombelico e che non guarda al futuro perché non c’è speranza per il mondo migliore e, come vero, di quanto difficile sia essere felici oggi, cosa che appare presente anche in tante analisi rispetto a come stanno i giovani in questo periodo>>.   

Arci d’altronde, lavora da sempre con la cultura come strumento di cambiamento sociale. Ciò che manca oggi, dice Arci, perché la cultura mainstream torni a raccontare la realtà, è un collegamento sano tra questa e la musica di base. Esempi positivi però non mancano. Sentiamo Marco Trulli, responsabile cultura di Arci nazionale:

<<L’incapacità della musica mainstream di cogliere il disagio profondo dei giovani mi sembra una resa. Se la musica più popolare non sa raccontare e dare una visione del futuro rispetto al momento storico si slaccia della realtà. Manca un collegamento sano tra mainstream e musica di base che circola anche nei circoli Arci. Manca perché c’è sempre di più una polarizzazione tra piattaforme multinazionali e gli spazi di musica dl vivo che fanno molta fatica a costruire una proposta sui territori. Al di là dell’Oceano abbiamo avuto delle  rappresentazioni che in qualche modo sanno dare delle suggestioni. Penso a Bad Bunny (e alla sua esibizione al Super Bowl, ndr) lo ha fatto in modo forte costruendo una visione dell’America come comunità, tutta insieme, contro la visione neocoloniale della politica trumpiana; e lo stesso ha cercato di fare Ghali alle Olimpiadi seppure occultato. Un messaggio di questo tipo forse a Sanremo non lo vedremo, eppure ce ne sarebbe molto bisogno>>

Sanremo resta in tutti i modi l’evento culturale più seguito, anche dai più giovani. Non a caso, Caritas ha deciso di portarvi quest’anno la campagna volta alla creazione di un Fondo nazionale talenti. Sentiamo don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana:

<<Fai Fiorire i Talenti. Per la prima volta Caritas Italiana sarà a Casa Sanremo con questa iniziativa: una campagna che mette al centro i giovani con i propri talenti e bisogni. Col proprio diritto di veder fiorire il talento pur non avendo le giuste opportunità. Quante volte incontriamo nei nostri centri genitori tristi che non possono supportare i figli nel far fiorire i talenti: il fondo che si andrà a creare è una risposta concreta a questa diseguaglianza. Crediamo nei giovani e che tutti debbano avere le stesse opportunità. Partecipa anche tu e aiutaci a realizzare i sogni di tanti giovani>>

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