Paura di fare sport – ActionAid ha presentato i nuovi dati della ricerca “Perché non accada” che analizza la presenza di stereotipi e discriminazioni di genere nell’ambito sportivo. Una donna su due ha avuto paura a frequentare strutture sportive, il 31% delle persone ritiene esistano discipline “più adatte” agli uomini o alle donne portando una persona su 5 a rinunciare a praticare uno sport associato all’altro genere.
Secondo lo studio, una donna su due dichiara di aver avuto paura a frequentare strutture sportive e una su tre non frequenta palestre o centri (contro il 24,6% degli uomini). Il divario aumenta negli stadi e nei palazzetti: il 43,9% degli uomini si dichiara sempre a proprio agio, rispetto al 28,1% delle donne. Il 46,8% delle donne non frequenta affatto questi spazi, percentuale che sale al 53% tra le donne non eterosessuali.
Sussistono barriere culturali: il 31% delle persone ritiene esistano discipline “più adatte” agli uomini o alle donne (convinzione radicata in un uomo su tre e in una donna su quattro). Tali percezioni hanno portato una persona su cinque a rinunciare almeno una volta a praticare uno sport associato all’altro genere. Il 27,7% degli italiani considera lo sport maschile più prestigioso; un dato che trova riscontro anche nelle generazioni più giovani (42,9% nella Gen Z e 39,3% tra i Millennials). Il rapporto quantifica l’impatto economico e culturale di queste dinamiche in 67 miliardi di euro l’anno, pari al 3,1% del Pil italiano.
Katia Scannavini, Co-segretaria Generale di ActionAid Italia, ha commentato i risultati sottolineando come lo sport sia segnato da «paura e insicurezza da parte delle donne, autoesclusione e svalutazione delle discipline femminili». Scannavini ha aggiunto che gli organi di governo sportivo devono adottare risorse per contrastare la violenza maschile e che lo sport deve essere incluso nella «prevenzione primaria dei Piani antiviolenza».
La mostra Mupa sarà ospitata alla Fabbrica del Vapore dal 7 al 21 marzo (chiusura lunedì 9 marzo per lo sciopero nazionale di Non Una di Meno). L’esposizione comprende 27 opere, tra cui cimeli e installazioni interattive. L’apertura al pubblico è fissata per il 7 marzo alle ore 18.00 con un reading dell’attrice Giulia Maino e la partecipazione della cantante Rachele Bastreghi. Il programma prevede attività gratuite in collaborazione con centri antiviolenza.
Il valore della partecipazione sportiva nella prevenzione
I recenti dati che evidenziano una diffusa percezione di insicurezza e disagio nelle donne che frequentano strutture sportive pongono una questione rilevante per la salute pubblica. La medicina interna considera l’attività fisica non solo un passatempo, ma un vero e proprio strumento terapeutico e preventivo. Quando una quota significativa della popolazione riduce o abbandona la pratica motoria a causa di barriere ambientali o psicologiche, si verifica un impatto diretto sul profilo di rischio sanitario generale.
Conseguenze cliniche dell’inattività fisica
Dal punto di vista fisiologico, la rinuncia allo sport per timore o percezione di inadeguatezza contribuisce all’incremento della sedentarietà, un fattore di rischio primario per numerose patologie. La mancanza di esercizio regolare è strettamente correlata all’aumento delle malattie cardiovascolari, alle alterazioni del metabolismo glucidico e all’obesità. Nelle donne, in particolare, l’attività fisica costante svolge un ruolo cruciale nella prevenzione dell’osteoporosi e nel supporto al sistema endocrino durante le diverse fasi della vita.
Miti biologici e realtà dell’allenamento
Il dibattito sulla presunta esistenza di sport più adatti a un genere rispetto a un altro non trova alcun riscontro nel consenso clinico moderno. Sebbene esistano differenze biometriche e ormonali medie tra i sessi, i benefici sistemici dello sport sono universali. L’allenamento della forza, spesso erroneamente considerato più maschile, è fondamentale per la salute delle ossa e per il mantenimento della massa magra nella donna. Al contrario, limitare le scelte sportive basandosi su stereotipi culturali priva le persone di stimoli fisici necessari per una salute completa.
Sicurezza ambientale come fattore di benessere
La percezione di insicurezza negli spazi pubblici, inclusi palazzetti e stadi, agisce come un determinante sociale della salute. Il sentirsi a disagio o minacciati innesca risposte neuroendocrine legate allo stress, come l’aumento dei livelli di cortisolo, che possono influenzare negativamente il benessere psicofisico a lungo termine. Un ambiente sportivo che garantisce sicurezza e inclusività non risponde solo a un’esigenza di equità, ma agisce come un presidio di medicina preventiva, facilitando l’adesione costante a stili di vita sani.
Sport come strumento di salute pubblica
Integrare la prevenzione della violenza e il superamento degli stereotipi all’interno della gestione delle strutture sportive è un passo necessario per la tutela della salute collettiva. Quando il contesto sociale scoraggia la partecipazione, la medicina perde uno dei suoi alleati più potenti: l’esercizio fisico come prevenzione primaria. Promuovere spazi sicuri significa abbattere quegli ostacoli invisibili che impediscono il raggiungimento degli obiettivi di salute minimi raccomandati per la popolazione femminile, migliorando la qualità della vita dell’intera comunità.





