Al lavoro tutto bene (o anche no)

 

Bentornati all’ascolto del GRS week da Giovanna Carnevale.

“Che lavoro fai?” è una delle prime domande che in genere rivolgiamo a una persona appena conosciuta. Oggi però, a ridosso del 1° maggio, proviamo a cambiare il punto di vista e a riflettere a partire da una domanda diversa: “Come va al lavoro?”

Il benessere psicosociale è una prospettiva spesso trascurata. Anche se il lavoro c’è, infatti, non significa che sia di qualità, che sia dignitoso, che faccia stare bene.  E poi spesso, troppo spesso, c’è il problema della precarietà, dell’insicurezza, della difficile conciliazione con la vita privata, delle molestie.

Aspetti che non riguardano solo il nostro Paese. In occasione del 28 aprile, Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro 2026, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha pubblicato un rapporto sugli ambienti di lavoro e gli aspetti psicosociali. Ascoltiamo una panoramica da Gianni Rosas, direttore dell’Ufficio per l’Italia e San Marino dell’Organizzazione.

Tra le cause all’origine di stress, ansia e depressione, disturbi del sonno e, nei casi più gravi, post-traumatici si annoverano: gli orari di lavoro eccessivi, con circa il 35% delle lavoratrici e lavoratori nel mondo che lavorano più di 48 ore a settimana, lo squilibrio sforzo-ricompensa che genera tensioni legati a carichi e e ritmi di lavoro elevati e altre pressioni lavorative, la precarietà occupazionale che genera incertezza e stress, il bullismo e altre forme di molestie e violenze che nel mondo colpiscono quasi un lavoratore su quattro.

Il messaggio principale del rapporto è che i rischi psicosociali sono del tutto prevenibili e che orami si dispone delle conoscenze e strumenti per poterli affrontare. Il secondo messaggio operativo è quello di focalizzarsi sia sulle politiche e i sistemi nazionali, adottando quindi approcci integrati che includono i rischi psicosociali nella legislazione sulla salute e sicurezza nel lavoro, ma anche sulle pratiche aziendali basate sulla identificazione e valutazione del rischio e sull’adozione di misure di prevenzione, attraverso la collaborazione tra management, lavoratori e loro rappresentanti. Infine il rapporto evidenzia che sistemi di valutazione di performance, modalità di retribuzione, gestione delle carriere e processi decisionali incidono direttamente sul benessere di lavoratrici e lavoratori, influenzando la loro percezione di giustizia e il livello distress.

 

Veniamo ora in Italia, dove 1 persona occupata su 10 è a rischio povertà. Sì, perché lavorare, appunto, non significa automaticamente avere buoni condizioni di vita. I numeri dell’ultima ricerca Iref Acli nella scheda di Anna Monterubbianesi.

Negli ultimi anni in Italia si è lavorato di più, ma questo non si è tradotto automaticamente in una maggiore sicurezza economica. Lo dice il nuovo rapporto IREF ACLI, che prende in esame gli ultimi sei anni. La mobilità resta molto limitata, mentre si assiste a una diffusione significativa del lavoro multiplo: circa il 23% dei lavoratori ha più di un datore di lavoro, ma continua a percepire redditi inferiori rispetto ai lavoratori stabili, con un divario medio che supera i 10.000 euro all’anno. Infine, le fragilità del lavoro si riflettono direttamente anche sulla casa. Circa un affittuario su quattro ha un contratto precario. Il 38% delle famiglie con figli e almeno un lavoratore dipendente non sostiene alcuna spesa per istruzione o attività sportive, quota che sale al 66,5% tra i redditi più bassi.

 

Non solo lavoro povero, anche lavoro insicuro, con 3 milioni di lavoratori irregolari e 99 morti bianche nei primi due mesi del 2026. David Mosseri, direttore generale di Anmil, Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi di lavoro, ci porta dentro uno degli ultimi, tragici casi di cronaca:

Meno di una settimana fa un lavoratore di origine indiana è morto, dopo quindici giorni di agonia, in un ospedale di Salerno davanti al quale era stato abbandonato da un caporale non ancora rintracciato. Questo lavoratore, invischiato in un circuito di sfruttamento impunito – almeno per ora – si chiamava Paul. Di Paul veniamo aa conoscenza solo perché abbandonato in un complesso ospedaliero, così come fu per Satnam Singh nel 2024. I due slogan principali di questo primo maggio sono: “restiamo umani” e “lavoro dignitoso”, effettivamente due moniti strettamente collegati tra loro ma che poco hanno a che fare con il sistema del lavoro vigente.

Cosa fare per migliorare la situazione? Ascoltiamo ancora Mosseri 

Applicare la normativa esistente e farlo subito, investendo le risorse destinate alla sicurezza del lavoro nel rafforzamento di strumenti preesistenti, quali l’Ispettorato nazionale, costituire con l’urgenza portata ormai all’esasperazione una Procura nazionale del lavoro, che possa accentrare forze e competenze verso una concreta lotta nazionale alla criminalità, legata a doppio filo con l’insicurezza del lavoro e lo sfruttamento.

 Ed è tutto. Per notizie e approfondimenti www.giornaleradiosociale.it