Quei 23 medici sotto accusa per le certificazioni ai migranti: la tutela della salute è un diritto universale


 

[Intro: Queste sono le voci di ebrei ortodossi contro la presenza del premier israeliano Netanyahu all’Assemblea Generale Onu: appartengono a gruppi ebraici contrari alle politiche del governo israeliano. Questa è Ad Alta Velocità oggi 25 settembre 2026: nello stesso giorno del 2005 a Ferrara il diciottenne Federico Aldrovandi muore pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia nei pressi dell’ippodromo; sono indagati per la sua morte quattro poliziotti condannati in via definitiva. Ben trovati da Giuseppe Manzo].

Oggi parliamo di salute e discriminazioni. La vicenda dei 23 medici – ventuno infettivologi e due psichiatri – sottoposti a perquisizioni personali e domiciliari e costretti a consegnare cellulari e computer nell’ambito dell’inchiesta relativa alle certificazioni sanitarie rilasciate a persone migranti trattenute o destinate al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) ha scosso il dibattito pubblico e politico.

La vicenda mette al centro una questione fondamentale: un medico deve poter certificare ciò che la sua scienza e la sua coscienza professionale gli impongono di attestare, senza temere che la tutela della salute possa trasformarsi, di per sé, in una colpa. Diverse organizzazioni sociali e Ong hanno preso posizione tra cui il Coordinamento nazionale comunità accoglienti. Ascoltiamo la presidente Caterina Pozzi.

Ascolta Ad Alta Velocità, rubrica quotidiana a cura di Giuseppe Manzo – giornale radio sociale