Ben trovati all’ascolto del GRS Week da Anna Monterubbianesi
La crisi degli educatori e degli operatori sociali non riguarda più soltanto il Terzo settore: riguarda la tenuta stessa del welfare italiano. Cooperative sociali, associazioni e servizi territoriali denunciano da tempo carenza di personale, stipendi bassi, burnout e difficoltà sempre maggiori nel trovare professionisti disposti a lavorare nei servizi educativi, sociosanitari e di cura. Un problema che coinvolge educatori, assistenti sociali, operatori sociosanitari e tutte quelle figure che ogni giorno accompagnano minori, anziani, persone con disabilità e famiglie fragili.
A riportare il tema al centro del dibattito pubblico sono state nelle ultime settimane diverse iniziative e prese di posizione. Ne parliamo oggi nel GRS Week con tre ospiti che, da prospettive diverse, raccontano una crisi ormai strutturale.
Partiamo da Stefano Arduini, direttore di VITA, che ha dedicato l’ultimo numero del magazine al lavoro sociale con un titolo emblematico: “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”. Un’inchiesta che raccoglie dati, testimonianze e analisi sul futuro delle professioni della cura e che si accompagna al “Manifesto del lavoro sociale”, promosso insieme a 75 organizzazioni del Terzo settore:
Il numero di Vita di maggio è un numero molto importante. Siamo in un momento storico molto particolare, da una parte c’è un grande aumento dei bisogni sociali: penso da un lato a tutta quella fascia di welfare che si sta allargando per questioni anagrafiche del Paese, invecchiamento, la non autosufficienza le persone con disabilità che vivono di più, la fragilità dei giovani che è in grande crescita, dall’altro però c’è una sofferenza molto profonda, molto radicata di chi poi lavora nel sociale. Una difficoltà nata da un mancato riconoscimento sociale, diciamo che la lezione del COVID non ci è servita, nel senso che noi il nostro paese fatica a prendersi cura di chi si prende cura di noi, e quindi un numero di Vita che vuole essere una grande chiamata, una secchiata di ghiaccio in faccia per realizzare il fatto che il benessere di tutti noi dipende dal benessere delle persone che si occupano di noi. Tra cinque anni se continuiamo con questo trend saremo di fronte a uno sbriciolamento di fatto del nostro sistema di welfare di prossimità. Come rispondi? Io credo che al di là dei dettagli specifici su misure che pure raccontiamo nel numero di Vita e che si possono prendere, la cosa più importante sia quello del riconoscimento culturale e civile. Bisogna che noi ci mettiamo nella testa il fatto che queste persone, queste professionalità sono decisive per il benessere. Se non facciamo questo passaggio difficilmente ci sarà il riconoscimento sociale che è la prima condizione affinché ci sia poi anche un riconoscimento poi economico nei vari territori per consentire alle persone di fare delle vite degne e di occuparsi di noi dei nostri cari delle nostre fragilità in modo migliore possibile (https://www.vita.it/rivista/social-worker-senza-di-loro-perdiamo-tutti)
La Cooperativa Sociale Koinè ha lanciato recentemente la campagna “Specie Rare”, una provocazione per raccontare come educatori e operatori sociali stiano diventando sempre più difficili da trovare, quasi fossero professioni in via d’estinzione. Ascoltiamo la presidente Alessia Minuz:
Specie Rare nasce perché ci siamo resi conto che oggi educatrici, educatori, operatori sociali… stanno diventando rari. E non perché non ci siano più persone che vogliono fare questo lavoro. Anzi. Le persone entrano nel sociale piene di motivazione, con una grande voglia di esserci. Poi però, troppo spesso, dopo poco se ne vanno. E se ne vanno non perché il lavoro non abbia senso, ma perché le condizioni rendono difficile restare. È qui che nasce l’immagine delle Specie Rare. Un po’ come nei documentari naturalistici: se l’habitat non è adatto, le specie non resistono. E oggi l’habitat del lavoro sociale — tra stipendi bassi, precarietà, gare al massimo ribasso — è sempre meno sostenibile. Questa è un’emergenza vera, perché parliamo di persone che ogni giorno tengono in piedi i servizi: i nidi, l’educativa, le tutele per i minori, il lavoro con le famiglie, con le fragilità. Un lavoro quotidiano, concreto, spesso invisibile, ma assolutamente essenziale per le nostre comunità. Con Specie Rare non volevamo dare soluzioni facili, ma accendere domande. Vogliamo dire: guardate che questo non è un problema individuale, è un problema di sistema. Riguarda le cooperative, ma riguarda anche le istituzioni, la pubblica amministrazione, le università, i cittadini, riguarda praticamente tutti noi. Cosa si potrebbe fare per prenderci cura di chi si prende cura? La prima cosa è garantire condizioni di lavoro dignitose: contratti e stipendi che permettano alle persone di restare. La seconda riguarda il modo in cui vengono affidati i servizi: appalti che tengano conto della qualità, della continuità, delle relazioni, non solo del risparmio. E la terza è un cambio di sguardo: smettere di raccontare questo lavoro solo come vocazione e riconoscerlo per quello che è, cioè competenza, professionalità e responsabilità. Se miglioriamo l’habitat, le persone restano e i servizi tengono (https://koinecoopsociale.it/specie-rare/)
Nei giorni scorsi l’appello del cardinale Matteo Zuppi ha chiesto maggiore riconoscimento economico e sociale per chi lavora nei servizi educativi e di cura, auspicando investimenti concreti e un cambio di passo politico per evitare l’indebolimento del welfare territoriale. Ascoltiamo infine Alberto Alberani, portavoce del forum del terzo settore dell’Emilia-Romagna che ha ripreso l’appello e che ci aiuta a capire qual è oggi la situazione in una delle regioni con la rete di welfare territoriale più sviluppata del Paese, ma che sta affrontando anch’essa una forte carenza di operatori sociali ed educatori:
Rispetto alla situazione in Emilia-Romagna, per ciò che riguarda le prospettive del lavoro sociale, educativo, sanitario, sportivo e di cura, quello che a noi interessa era l’attivazione di un tavolo politico, di visione, di confronto che noi proponevamo essere composto da sindacati, università, regione, comuni e Terzo settore. Un tavolo che potesse avviare una riflessione che parte dalla dimensione formativa, alla dimensione contrattuale e quindi un approfondimento su come contrastare “la poca attrattività” e la crisi di reperimento di figure professionali o comunque di figure anche non solo professionali ma anche impegnate negli enti del tanto settore perchè sapevamo che questo sarebbe successo. Poi in attesa della partenza del Tavolo abbiamo fatto un accordo con l’università di Bologna e stiamo riflettendo sul tema dell’educatore negli asili nido, nei servizi per la prima infanzia, nel pre e post, quindi l’educatore che accompagna i bambini con i ragazzi con i disabilità a scuola e quindi anche gli educatori che lavorano nelle comunità eccetera. Con la regione anche stiamo spingendo molto affinché i corsi per operatori socio-sanitari siano tutti gratuiti. Sempre di più ci sono pochi operatori socio-sanitari, ma il vero tema è che noi dobbiamo guardare oltre alle dimensioni lavorative e qualificanti a quello che ci sta da una parte e dall’altra, e mi riferisco per esempio alle oltre 70.000 assistenti familiari che sono in Emilia-Romagna e che sempre di più stanno dimostrando come in tutta Italia c’è un invecchiamento e poco turnover e quindi che necessita di una riflessione molto ampia, molto più ampia su chi farà che cosa in futuro rispetto alle attività che noi svolgiamo.
Ed è tutto, per approfondimenti sul sociale, www.giornaleradiosociale.it





