[Intro: Questa è la voce della giornalista di agenzia Reuters che spiega come un’inchiesta indipendente dell’Onu dimostri che le utorità israeliane e le forze di sicurezza abbiano preso deliberatamente di mira bambini palestinesi, causando genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza. Questa è Ad Alta Velocità oggi 26 giugno 2026: nello stesso giorno del 2006 in Italia gli elettori respingono l’approvazione del disegno di legge costituzionale concernente “Modifiche alla Parte II della Costituzione” come il premierato, la devolution e il nuovo Senato federale. Ben trovati da Giuseppe Manzo].
Oggi torna l’appuntamento settimanale con il direttore Ivano Maiorella sui fatti di cronaca e attualità di questi giorni.
E se il calcio e lo sport fossero davvero lo specchio della società? Ne stiamo parlando dall’inizio dei Mondiali di calcio, ispirati dagli aspetti del business che non guarda in faccia nessuno. Gli affari sono affari, bellezza. Ne stiamo parlando dall’inizio dei Mondiali di calcio, un modo per leggere la società attraverso lo sport. Ispirati dagli aspetti del business che via via si sono fatti prevalenti, lo abbiamo fatto con Riccardo Cucchi due settimane fa, e dalla situazione internazionale che continua ad essere di violenze inaudite, soprattutto in Palestina. La nostra tesi: questi sono i Mondiali più politici della storia del calcio. Per il contesto geopolitico e per l’indifferenza, o falsa neutralità, che la dirigenza globale del calcio, e dello sport continua ad ostentare. Ci eravamo lasciati la scorsa settimana con questa riflessione di Carlo Paris: sebbene questo calcio venga sfruttato e utilizzato nei modi più vergognosi (ed è successo in maniera ricorrente nel corso della storia), sia da parte di chi comanda e anche da una parte di noi giornalisti, chiamati a raccontarlo, il calcio continua a sprigionare entusiasmo e passione. Il pensieroè corso ai bambini di Sarajevo, che nonostante le bombe della loro città assediata negli anni ‘90, continuavano a giocare a pallone, sotto terra. Loro, le ‘coccinelle’ di Sarajevo. Così come succede oggi a Gaza, in Ucraina e negli altri angoli martire del nostro pianeta. Succede ovunque ci sia un bambino e una palla.
La forza del calcio e dello sport è quella di essere un gioco. Se qualcuno lo dimentica, dobbiamo essere lì a ricordarlo, in ogni occasione. Perché? “Perché di attività brutali e violente è pieno il mondo, non c’è bisogno che ci si metta anche lo sport o il calcio” afferma Fabio Lucidi, prorettore alla terza e quarta missione dell’Università di Roma La Sapienza, valorizzazione della conoscenza. Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione della giornata conclusiva del progetto Uisp Edusport.
“Lo sport è un comportamento come lo è l’attività fisica e dietro i comportamenti c’è bisogno di un motivo, altrimenti quel comportamento non viene messo in atto.
Eppure quando Pierre De Coubertin ritirò fuori l’idea dello sport classico utilizzò il termine Giochi. Oggi parlare di gioco, soprattutto pensando al calcio e a questi Mondiali, sembra anacronistico. C’è ancora un po’ di gioco in questo sport stellare?
“Mettiamola così: se non c’è questo aspetto, se il gioco stellare non avrà più bisogno dei bambini che lo giocano, i bambini non avranno più bisogno del gioco stellare. Il calcio rimarrà uno spettacolo per pochissimi, particolarmente esclusivo, con biglietti che costano fino a 11.000 euro o dollari. Però attenzione, è molto molto facile costruire dei sistemi esclusivi, poi sarà difficile riportare tutte le persone alla partecipare ad essi.
Parliamo di valori e concludiamo. Renzo Ulivieri, presidente della dell’Associazione Italiana Allenatori di Calcio, dice “Lo sport ha valori se ce li metti”. Ti chiediamo: lo sport ha dei valori in sé oppure ha dei valori solo se ce li metti?
“La costruzione del gioco non fa riferimento a un paradigma neutro, ma il gioco nasce per testimoniare alcuni elementi valoriali – prosegue Lucidi – Si racconta, ad esempio, che lo sport olimpico derivi da Olimpia e dalle prime Olimpiadi. Si tratta di un’assoluta menzogna, quel tipo di sport rappresentava una dimensione brutale. La disciplina più praticata e più seguita era il pancrazio, un combattimento tra uomini senza esclusione di colpi. Quel tipo di situazione, per quanto raccontata come il primo sport, non ha niente a che vedere con la costruzione che ne è derivata molto successivamente, all’incrocio tra i valori della Rivoluzione francese e delle public school inglesi. Lo sport moderno nasce da quel sistema lì. Se si stacca da quel sistema diventa semplicemente competizione brutale. E di attività fisiche violente è pieno il mondo e non si chiamano sport”.
Ascolta Ad Alta Velocità, rubrica quotidiana a cura di Giuseppe Manzo – giornale radio sociale





