Coronavirus, rompere il silenzio sulle condizioni di rifugiati e braccianti migranti

 

La curva del contagio sembra rallentare ma è presto per essere ottimisti. Bisogna attendere ancora una settimana prima di capire se il virus non abbia sfondato al Sud che ha risposto in modo civile  e disciplinato alle disposizioni del decreto 9 marzo.

Preoccupano alcune categorie che non possono stare a casa: dai senza dimora ai detenuti, dagli operai in sciopero nelle regioni del Nord a chi non ha reddito e svolge lavori informali. E poi ci sono quelli più fragili, cittadini stranieri con lo status di rifugiato o richiedente asilo in fuga dalle guerre e dalla fame.

Un Documento sottoscritto da un centinaio di associazioni e singole persone vuole spezzare il silenzio ed evidenziare le criticità che, in questa drammatica situazione di emergenza da COVID-19, caratterizzano la condizione delle persone straniere ed in particolare dei/delle richiedenti asilo, delle persone senza fissa dimora e dei lavoratori e delle lavoratrici ammassati negli insediamenti informali rurali.

Con specifico riguardo ai Centri straordinari di accoglienza le Associazioni firmatarie chiedono che vengano chiusi, riorganizzando il sistema secondo il modello dell’ accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori, essendo impossibile nei contesti attuali il rispetto delle misure legali vigenti, a partire dalla distanza tra le persone e al divieto di assembramenti.

Analoghe richieste chiedono per i CPR e gli Hot-Spot, evidenziando, quanto ai primi, la necessità di impedire nuovi ingressi e per le persone già trattenute di disporre le misure alternative al trattenimento, stante l’impossibilità attuale di eseguire ogni rimpatrio nei Paesi di origine.

Restate a casa, ma non tutti. Nel Paese delle disuguaglianze.

Giuseppe Manzo giornale radio sociale