La società maleducata. AI e l’importanza del dubbio. Il punto di Ivano Maiorella


 

 

[Intro: Questa è la voce di una dei I 59 studenti di Gaza accolti in Italia a Fiumicino: “ora felici, ma pensiamo a chi resta lì”. Questa è Ad Alta Velocità oggi 15 maggio 2026: nello stesso giorno del 2004 Israele nella Striscia di Gaza con le sue forze armate dà inizio all’Operazione Arcobaleno;. Ben trovati da Giuseppe Manzo].

Oggi torna l’appuntamento settimanale con il direttore Ivano Maiorella sui fatti di cronaca e attualità della settimana

La “società maleducata” e noi. Non siamo contenitori da riempire. Una società maleducata è una società malata. Perché l’educazione non finisce mai, ha bisogno di cambiamento e aggiornamento, con il passare degli anni e delle generazioni. Tutti ne abbiamo bisogno, è il legante delle relazioni sociali. L’educazione è il “paletto di frassino” col quale neutralizzare la vampirizzazione con la quale l’AI si nutre di informazioni, immagini e dati e ci restituisce una realtà deformata e manipolata. Copie veloci e seduttive, ma scarti di realtà.

Allora. Primo punto: riconoscere gli altri e la società che ci circonda. “Se spunta il seme dell’intolleranza, l’educatore non può lasciarlo crescere” scriveva Mario Lodi ne “Il Paese sbagliato”, 1970. Con un’idea di educazione che partendo dalla scuola puntava sull’importanza della conversazione e sulla inutilità dei voti. Voti che diamo tutti i giorni, non soltanto a scuola ma attraverso il pregiudizio che ci allontana dalla realtà e dalle altre persone.

Che cosa siamo diventati? E’ lì da cercare la radice dell’educazione. Marco Rossi Doria, maestro di strada per tutta la vita, oggi presidente dell’impresa sociale Con i Bambini ci invita a dubitare sempre e a porci le giuste domane nelle relazioni con gli altri: il suo ultimo libro “Scuola, educare quando tutto sta cambiando” verrà presentato nel Salone del Libro di Torino domenica 17 maggio. Si tratta di un invito al dubbio, tra disuguaglianze sociali in aumento e necessità di nuovi metodi di trasmettere il sapere, in cui i bambini non siano soltanto contenitori da riempire. Non riempire ma liberare, come l’etimologia del verbo educare indica con chiarezza: educère, tirare-fuori.

Ecco il secondo punto: alzi la mano chi oggi non si stente un semplice contenitore da riempire. Li dentro ci siamo noi, stipati e radiografati, noi pubblico e popolo di consumatori. Qualcuno ci chiama clienti, qualcuno usa il più neutrale “utenti”. Noi, che siamo persone sempre, ad ogni età. Cittadini “tutti”, per il fatto di esistere e coesistere. Il contatto con la realtà è sempre più alterato. Vero, falso, verosimile si confondono.

La “società maleducata” abita la rete, dove va per la maggiore, alza la voce, punta su immagini forti perché vince chi la spara più grossa. Il cinismo, la violenza, l’ironia grassa si impastano all’anonimato delle immagini e dei suoi autori. La paranoia del brevismo beffa la reale presa di coscienza critica, la consapevolezza, la responsabilità.

Se da una parte ci sono i contenitori (e noi) dall’altra chi si occupa di riempirli, chi lo fa per vocazione, chi per mestiere, chi per interesse. Si chiama business. Lo spazio è teoricamente democratico, anche se chi ne ha il dominio ama decidere le regole. Il passaggio è complesso, c’è di mezzo l’industria culturale, quella dei saperi e della ricerca. Qual è lo spazio e le possibilità di incidere da parte delle agenzie educative, a partire da scuola e famiglia?

In questo panorama il giornalista può giocare un ruolo chiave, in quanto mediatore di informazione. Così come possono giocarlo altre figure di mediazione culturale, nel cinema, nella musica, nell’arte, nei vari campi della creatività umana. Il giornalista ha responsabilità educative anche se nel corso degli ultimi vent’anni ha perso centralità in questa sua funzione, una sorta di separato in casa con creatori digitali, social manager, sviluppatori di intelligenze artificiali.

Avviciniamoci a quello che è il compito del giornalista, parte di una comunità educante sempre più porosa con compiti precisi da svolgere con responsabilità, aderenza alla realtà. Ricerca della verità, aderenza e verifica delle fonti. Non è sempre così, informazione, comunicazione e intrattenimento si rincorrono, si intrecciano e l’abbraccio può essere mortale.

Lo scenario è quello di una crescente emergenza sociale: la povertà educativa aumenta e si moltiplicano gli allarmi delle agenzie mondiali ed europee. Le agenzie educative tradizionali – scuola e famiglia – non bastano più da sole, mentre l’orizzonte comunicativo è sempre più complesso e frammentato. Un vero educatore spinge i minori a sperimentare, condividere e costruire in autonomia, secondo abilità, desideri e bisogni. Ce lo ha insegnato Gianni Rodari, maestro, scrittore, giornalista. Allo stesso modo, il giornalista ha la missione di rendere consapevoli e informati i propri lettori. È necessario spostare l’attenzione dal ruolo pedagogico dell’informazione (visione superata) al ruolo educativo dei giornalisti, chiamati – per responsabilità professionale e deontologica – a far parte della comunità educante.

Come rendere le comunità giovanili più consapevoli, critiche e capaci di raggiungere i loro obiettivi, di sviluppare il proprio potenziale?

Il giornalismo e le sue regole sono una scuola di utilità sociale, di educazione alla realtà e alla verità dei fatti, di forma civile dell’esposizione e valutazione delle notizie. È una scuola di dignità, rispetto e costruzione di comunità attive. “Raccontare le periferie: giornalismo è comunità educante” è il titolo del progetto di corsi promossi dal Giornale Radio Sociale in collaborazione con l’impresa sociale Con i Bambini, Fondazione con il Sud, il Forum del Terzo settore e il patrocinio dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti. I corsi partiranno da settembre e proseguiranno nel corso del prossimo anno, si terranno in varie città italiane, in collaborazione con gli Ordini dei giornalisti regionali.

Si parlerà anche di Intelligenza artificiale rilanciando una sfida che anche papa Leone ha fatto sua nel recente messaggio sulla comunicazione sociale di gennaio, in cui invita i giornalisti ad accettare la sfida, a guidarla, senza essere i tappabuchi dell’automatismo. E indica tre parole chiave: responsabilità, cooperazione e la terza è proprio educazione. Per aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano.

Ascolta Ad Alta Velocità, rubrica quotidiana a cura di Giuseppe Manzo – giornale radio sociale