Quando la Costituzione entrò in fabbrica: 50 anni di Statuto dei lavoratori

 

Compie 50 anni, è acciaccato per i tanti attacchi subiti ma resiste e non si sa per quanto tempo.

È lo Statuto dei lavoratori, la “bibbia” della classe operaia del ‘900, rivendicata da Giuseppe Di Vittorio negli anni ’50, costato anni e anni di lotte durissime in Italia tra scontri e morti in piazza fino all’autunno caldo del 1969.

In quegli anni nel nostro Paese ci furono 250 milioni di ore di sciopero, dove era 1 lavoratore su 2 a incrociare le braccia e 14mila sindacalisti subirono provvedimenti giudiziari poi annullati con l’amnistia sociale.

Come spiega Marco Revelli “la legge n. 300 del 1970 ebbe una funzione riequilibratrice tra fabbrica e società, o se si preferisce tra sfera del lavoro e sfera della vita: non solo il sindacato varcava i confini dell’impresa ottenendone un esplicito riconoscimento giuridico (“è la legge del sindacato in azienda”, scrisse Massimo D’Antona), ma la Costituzione entrava in fabbrica. Per questo è la legge delle due cittadinanze. Del sindacato e, al tempo stesso, del lavoratore in quanto cittadino di uno Stato di diritto”.

Non essere numeri ma persone, cittadini, con il diritto a vivere e non solo a lavorare: la modernità di mezzo secolo della giustizia diventata legge.

Giuseppe Manzo giornale radio sociale