Archivi categoria: Intervista

Raccontare il carcere minorile. Intervista a Kento


 

Cosa succede davvero dentro un carcere minorile? Chi sono i ragazzi che ci finiscono? E cosa resta loro una volta usciti? La cella di fronte è uno spettacolo teatrale prodotto da Produzioni Timide in collaborazione con The Best Blend che nasce per affrontare queste domande -e molte altre- senza retorica né sconti, ma con la forza delle storie vere. A guidare il racconto è Kento, rapper, scrittore e formatore, che da anni porta scrittura e musica dentro scuole, carceri e comunità. Attraverso parole, suoni e immagini, la narrazione si sviluppa tra aneddoti ed esperienze vissute, restituendo un ritratto concreto della realtà del carcere minorile: non solo luogo di punizione, ma microcosmo fatto di sogni, errori, speranze e ingiustizie.

La “natura” conformista (e per niente green) dell’AI. Intervista ad Andrea Daniele Signorelli


di Giovanna Carnevale 

L’intelligenza artificiale sta cambiando letteralmente il mondo sotto ai nostri occhi. Il lavoro, le abitudini, il modo di informarsi e di comunicare sono tra gli ambiti in cui gli impatti, ma anche i rischi, sono più evidenti.

Di intelligenza artificiale e di come la si sta sperimentando anche nel mondo del non profit si è parlato in una scorsa edizione del GRS WEEK (si può riascoltare a questo link: https://tinyurl.com/45kfh6rr).

Ma le domande su cosa comporta e può comportare ancora di più in futuro un uso diffuso dell’AI sono molte. Ne abbiamo poste alcune ad Andrea Daniele Signorelli, giornalista freelance che si occupa dell’impatto sulla società delle tecnologie emergenti.

È possibile parlare di una “natura” dell’intelligenza artificiale? È una tecnologia che esclude o può essere inclusiva?

Purtroppo per sua “natura” l’intelligenza artificiale tende a essere escludente perché, sia che si parli dell’AI predittiva (quella usata ad esempio per scegliere a chi elargire un mutuo), sia che si parli di intelligenza artificiale generativa (quindi Chat Gpt e simili), il meccanismo è basato su previsioni statistiche provenienti da una grandissima mole di dati. Questo porta i sistemi di AI ad operare, spesso e volentieri, in base a una sorta di media della popolazione ed è per questa ragione che troppo spesso tendono a premiare le persone che fanno parte della media e, inevitabilmente, a escludere le parti che si trovano agli estremi, chi non rientra nella figura “attesa”.

Ci sono tantissimi esempi che spiegano qual è la situazione: uno dei più noti risale a qualche anno fa e ha come protagonista un algoritmo di intelligenza artificiale usato negli Stati Uniti per la selezione di curriculum sviluppato da Amazon. Dopo poco tempo è stato ritirato perché si era scoperto che questo algoritmo tendeva sistematicamente ad escludere i curriculum femminili ogni volta che si trattava di una posizione nel cosiddetto ambito Stem (discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche). Perché questo avveniva? Perché storicamente e per ragioni esclusivamente socio-culturali, la stragrande maggioranza delle persone che ha lavorato in questo settore è rappresentata da uomini e, quindi, i curricula con cui l’AI è stata addestrata per selezionarli erano praticamente tutti di uomini. L’intelligenza artificiale, in sostanza, aveva imparato che il solo fatto che il cv appartenesse a una donna fosse sufficiente per escluderla sistematicamente dalle posizioni Stem.

Rispetto all’AI generativa, invece, sappiamo anche per esempio che se chiediamo ai sistemi di generazione immagini di raffigurare un terrorista creerà sempre un terrorista dalle sembianze medio-orientali, mentre se chiediamo una “persona ricca” raffigurerà sempre un uomo bianco. Questo proprio perché tende ad adattarsi alla visione conformista della società ed è proprio su questi aspetti che bisogna porre estrema attenzione.

 

 

Esistono dati e informazioni molto allarmanti rispetto al consumo di energie e alla sostenibilità ambientale dell’AI, ma ancora se ne parla troppo poco. Che tipo di impatto ambientale ha questa tecnologia?

 

L’ai generativa, cioè quella che crea testi video musica ecc… ha un impatto ambientale fortissimo. Facciamo un esempio: quando noi poniamo una domanda al motore di ricerca di Google, possiamo ipotizzare che in un data center in Nevada si accenda una metaforica lampadina che consuma pochissimo. Quando poniamo una domanda a Chat Gpt o simili o, ancora peggio, generiamo un video, all’interno di questo presunto data center si accendono decine dei più potenti processori che costano decine di migliaia di dollari l’uno: si accendono e iniziano a macinare a tutta potenza. Questi sistemi di AI, infatti, per elaborare le loro risposte o generare video e immagini hanno bisogno di enorme potere computazionale, di tantissima energia e questo inevitabilmente ha ricadute sotto il punto di vista ambientale e delle emissioni. Sappiamo infatti che le aziende Amazon, Microsoft, Google e Meta attorno al 2020 si erano poste come obiettivo dichiarato quello di raggiungere, in circa dieci anni, emissioni nette pari a zero. Bene, attorno al 2023-2024 sono usciti dei report che hanno mostrato come questo percorso non solo si fosse interrotto ma addirittura come si stesse tornando indietro: piuttosto che essere ridotte, le emissioni stavano aumentando tra il 25 e il 35%.

Questo perché nel 2023 hanno iniziato a diffondersi sistemi di AI generativa e, complice un po’ anche il cambiamento del clima politico, queste grandi aziende hanno dato la priorità allo sviluppo di enormi data center senza più prestare fondamentalmente nessuna attenzione alle questioni ambientali.

 

 

Cambiamo argomento e parliamo dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo dell’informazione e del giornalismo. C’è un reale rischio in termini di termini di perdite di visualizzazioni e quindi anche di sostenibilità? Considerando che ancora buona parte dei siti e delle testate online si sostiene molto con la pubblicità…

Assolutamente sì, ci sono già dei dati che lo confermano. Le grandi testate giornalistiche stanno vedendo un pesante declino nelle visite. Nel momento in cui non sono più i link ai siti ma è Google stesso a fornire le risposte con il suo sistema “Mode AI”, Google si sta trasformando da motore di ricerca in “macchina delle risposte”.  Quando utilizziamo Chat Gpt, Gemini o Claude non solo come assistenti in ambito professionale ma anche per svolgere ricerche e ottenere informazioni che un tempo avremmo eseguito esclusivamente tramite motori di ricerca, inevitabilmente sia le testate giornalistiche ma anche siti di qualunque tipo e natura che si sostengono tramite la pubblicità perdono tantissimo traffico. Meno clic equivalgono a meno pubblicità e quindi a minori possibilità di sostentarsi economicamente.

Questo è un rischio per almeno due ragioni: il primo è che le stesse intelligenze artificiali hanno bisogno di un ecosistema informativo a 360 gradi attivo perchè hanno bisogno costante di essere aggiornati con nuove informazioni per poter funzionare. Se domani, ipotizziamo, tutti i siti smettessero di funzionare perchè nessuno fosse più in grado di sostenersi economicamente, gli stessi sistemi di intelligenza artificiale non avrebbero più il materiale necessario per i loro aggiornamenti e rimarrebbero bloccati. La speranza, per le stesse aziende di AI, è che tramite accordi economici o sistemi di qualche tipo si trovi una soluzione, anche perché ci sono già tantissimi siti che stanno dando grandi segnali di sofferenza. C’è poi un’altra questione molto importante.

Quale?

 

Ancora un esempio. Anche Google funziona in maniera algoritmica e quindi ha la possibilità di controllare la distribuzione delle informazioni, ma quando facciamo una ricerca possiamo osservare i link che ci sono stati offerti, cercare la fonte di cui ci fidiamo di più o più vicina alla nostra sensibilità politica: insomma siamo noi i responsabili dell’informazione che andiamo a leggere e abbiamo una vasta gamma di scelta. Nel momento in cui invece utilizziamo i sistemi di intelligenza artificiale riceviamo una risposta univoca. Ora, se si tratta di una ricetta per cucinare, la riposta univoca può andare benissimo ma se, come sempre più spesso capita, usiamo l’AI ad esempio per capire quali sono le origini del conflitto in Medio Oriente o quale può essere un bilancio dei primi anni di governo Trump o qualunque altra questione molto più delicata, in cui non c’è una verità oggettiva ma varie opinioni e fatti che vanno analizzati e contestualizzati, ecco che ciò rischia di conferire alla tecnologia – e in particolare ai big della Silicon Valley – il potere di plasmare l’informazione. Anche questo è uno scenario assolutamente da evitare.

 

Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo. Intervista a Giulia Crescini di Asgi


 

Il diritto sempre più viene strumentalizzato per creare speciali condizioni giuridiche caratterizzate da esclusione, confinamento, subalternità e privazione dei diritti di base. I cittadini stranieri sono i più colpiti da una proliferazione normativa che ha condotto milioni di persone in una condizione di vulnerabilità giuridica. ASGI, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, riunisce a Roma a Villa Altieri lunedì 23 febbraio in un’Arena di confronto decine di giuristi, esperti, rappresentanti della società civile, attivisti e giornalisti per discutere insieme sulle risposte da trovare rispetto “Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo”.
Ne parliamo con Giulia Crescini dell’organizzazione

Cosa sta accadendo alle attività culturali nelle carceri? Intervista a Fabio Cavalli


 

A cura di Giovanna Carnevale 

Nelle scorse settimane una circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è intervenuta sulle regole che riguardano l’organizzazione di attività culturali e ricreative negli istituti, in particolare per il circuito di alta sicurezza. Il rischio, come ha sottolineato anche il Portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello (ascolta il GRS WEEK “Dei diritti e delle pene”) è che le carceri diventino sempre più chiuse al mondo esterno e che ai detenuti venga data sempre meno l’opportunità di una crescita personale attraverso l’arte, la formazione, la socialità.

 

Per parlare di cosa sta accadendo nel sistema penitenziario italiano, ma anche del valore e della funzione dell’arte nelle carceri, abbiamo intervistato Fabio Cavalli, attore, regista teatrale e fondatore nel 2003 del Teatro libero di Rebibbia.
Il Centro Studi Enrico Maria Salerno, di cui è direttore generale, sta organizzando una conferenza sul tema il prossimo 22 dicembre, nel Teatro del carcere di Rebibbia.

 

Fabio Cavalli: innanzitutto, qual è la sua esperienza con le persone private di libertà?

 

Insieme a Laura Andreini del Centro Studi Enrico Maria Salerno siamo attivi nel mondo penitenziario dal 2003, quindi sono 23 anni che operiamo nel campo dell’attività di risocializzazione attraverso l’arte delle persone detenute. La nostra attività insiste particolarmente sul carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma, che è uno dei più grandi di Europa e al momento ospita quasi 1.600 persone, ovviamente con un tasso di sovraffollamento.

In questi 20 anni e più abbiamo incontrato più di 2.000 persone detenute che hanno fatto attività di teatro, musica, cinema e arti visive che noi proponiamo in carcere e abbiamo avuto dei grandi risultati: molti dei nostri collaboratori sono usciti liberi diventando attori. Questo si è verificato soprattutto dopo l’esperienza che ho svolto con i fratelli Taviani col film “Cesare deve morire”, che ho scritto insieme a loro e che ha vinto l’Orso d’oro a Berlino del 2012: quasi tutte le persone che allora partecipavano al film erano detenute nel reparto dell’alta sicurezza di Rebibbia e oggi lavorano nella compagnia teatrale che continuiamo a gestire, e continuano a testimoniare il valore e la funzione dell’arte.

 

Cosa genera nelle persone private di libertà un’attività come quella che voi svolgete?

 

Parliamo di persone che spesso non hanno coscienza del concetto di bellezza in senso classico, per motivi di scarso studio o vite disperse altrove: ecco, per loro l’esperienza della recitazione e del palcoscenico cambia veramente la vita. Rispetto ai tassi di recidiva che sono altissimi nel nostro Paese, ovvero del 65-70% – mi riferisco a persone che escono dal carcere, libere temporaneamente, e poi rientrano per aver commesso nuovi reati – per chi durante il periodo di detenzione svolge attività culturale, il tasso scende tantissimo e si attesta attorno al 15%. Allora se da un punto di vista sociologico questo ha un senso, credo che abbia un senso anche dal punto di vista umano. Perché una volta incontrata l’arte durante la detenzione, non si torna a delinquere? È una domanda interessante su cui riflettere, e che infatti pongo spesso agli studenti a cui insegno.

 

 

Cosa pensa della recente circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria?

 

Il 21 ottobre scorso è intervenuto un provvedimento del Dap che preoccupa i movimenti che utilizzano l’arte per il riscatto sociale e umano per le persone detenute. In Italia ci sono 198 carceri e ci sono 80, 90 compagnie teatrali all’interno. Poi c’è la musica, le arti grafiche e le università che hanno il loro polo nei penitenziari. Nella circolare si dice che tutte le attività debbano essere molto più controllate rispetto al passato. La preoccupazione è che si creino dei problemi per l’accesso dei volontari che aiutano lo dello sviluppo culturale dei detenuti.  Con la mia esperienza nelle carceri, posso testimoniare che episodi gravi non ci sono mai stati, non mi risultano proprio.

È una circolare che non pare rispondere a un’emergenza intervenuta, ma piuttosto voler aumentare i controlli su ciò che accade al di fuori dell’attività stretta degli operatori penitenziari. Si tenga conto che l’area educativa delle carceri, quindi i funzionari a dipendenza del Ministero, per quanto sono pochi arrivano a dedicare solo 2 ore l’anno a ogni persona.

Se si rende così faticoso e sospettoso l’ingresso dei volontari in carcere non so fino a quando le attività reggeranno. Si tratta anche dei volontari religiosi, di persone legate alle curie e a varie religioni che sono presenti nelle carceri, di attività di formazione regionali.

Come Centro Studi Enrico Maria Salerno abbiamo convocato al Teatro del carcere di Rebibbia a Roma, il prossimo 22 dicembre, una conferenza pubblica con spettacoli ed eventi, chiamando la politica ad intervenire per capire cosa cambierà concretamente dopo questa circolare. Ci auguriamo di essere autorizzati.

Al via il Blood Cancer Summit: intervista a Davide Integlia di ISHEO


 

Mercoledì 1 ottobre, a Roma, presso l’Accademia di San Luca, si svolgerà il Blood Cancer Summit:  una giornata di dialogo interdisciplinare dedicato interamente al mondo dei tumori del sangue, teso ad agevolare il confronto tra medici e ricercatori, istituzioni e manager sanitari, industria e pazienti, connettendo esperti e testimoni in una piattaforma multidisciplinare e inclusiva, partecipata e creativa.
ne abbiamo parlato con Davide Integlia di ISHEO

Libertà di stampa: a chi fa paura il Media Freedom Act?


Il Regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Act) è una legge dell’Unione Europea volta a proteggere la libertà, il pluralismo e l’indipendenza dei media all’interno del mercato unico europeo. Alcune sue parti sono già vigenti ma nella sua interezza entrerà in vigore dal prossimo 8 agosto. Perchè l’Europa ha pensato che fosse necessaria una legge a garantire la libertà di stampa? Non erano sufficienti le leggi esistenti e il fatto che la libertà di stampa sia scritta nelle costituzioni di molti paesi europei?
Forse perché, soprattutto in alcuni Paesi, il pluralismo è compromesso? La stampa è sotto pressione. Il regolamento europeo mira a garantire che i fornitori di servizi mediatici possano operare liberamente, senza pressioni indebite. E soprattutto mira a proteggerli da interferenze politiche o economiche, anche perché l’era digitale e quella dell’intelligenza artificiale potrebbero rendere il panorama editoriale ancora più opaco.
Sentiamo Michele Sorice, sociologo della comunicazione, dell’Università di Roma La Sapienza.

“L’European Media Freedom Act fa paura ad alcuni settori politici e imprenditoriali per varie ragioni. Innanzitutto, perché si tratta di una legge che tutela e protegge il lavoro dei giornalisti, limitando, per esempio, la possibilità del ricorso arbitrario a software spia. La seconda ragione riguarda l’indipendenza editoriale dei media pubblici, che dovranno essere realmente pubblici e non controllati da una parte politica. Fra le ricadute del dispositivo del Media Freedom Act c’è, per esempio, la necessità di prevedere mandati individuali e l’avvio di nomine sfasate per i membri degli organismi direttivi. In pratica, nel caso italiano, si tratterebbe di rivedere l’intero
funzionamento del Consiglio di Amministrazione della Rai. Ancora più importante, a mio avviso – afferma Sorice – la necessità, in prospettiva, dell’abrogazione del regime di concessione e convenzione, dal momento che la Rai, nel quadro della nuova normativa europea, non è concessionaria del servizio pubblico, ma esiste per attuarlo. In altre parole, è la ragione della sua stessa esistenza. Una terza ragione, secondo me, risiede nell’obbligo di trasparenza della proprietà, che è essa stessa garanzia di indipendenza e assicura sia la dignità di chi lavora nel mondo della comunicazione, sia del pubblico, fatto di cittadine e cittadini e non solo consumatrici e consumatori. È ovvio che questo aspetto faccia paura a chi, invece, preferisce che le proprietà delle media company siano oscure e magari abbiano qualche commistione con gruppi di potere, gruppi economici o attori politici. Una quarta ragione – conclude Sorice – riguarda il meccanismo di limitazione all’uso arbitrario di contenuti mediali da parte delle grandi piattaforme; la legge europea, da questo punto di vista, aiuta anche a definire che cosa sono i media indipendenti e le fonti non indipendenti. La legge quindi fa paura, ma sicuramente non a chi crede nel valore della comunicazione come strumento di democrazia”.

Nel Media Freedom Act si parla anche di difendere il pluralismo all’interno di media company pubbliche come la Rai: quali sono i problemi? La Rai è ancora la prima industria culturale del Paese? Risponde Roberto Natale, consigliere d’amministrazione Rai:

“L’articolo 5 del Media Freedom Act che entra in vigore l’8 agosto si intitola significativamente ‘Garanzie per il funzionamento indipendente dei fornitori di media di servizio pubblico’. Questa indipendenza va garantita in due modi: nelle procedure di nomina del vertice e nell’attribuzione delle risorse. Per quanto riguarda le procedure di nomina – continua Natale – non dovrebbero riguardare il governo che invece, nella legge attualmente vigente sulla Rai, la cosiddetta ‘legge Renzi’, ha un peso determinante nell’indicazione dell’amministratore delegato e, indirettamente, nella composizione stessa del Consiglio. So che si sta ragionando su una parlamentarizzazione della governance Rai: tre membri eletti dalla Camera, tre membri eletti dal Senato, oltre al rappresentante scelto dai dipendenti. Il punto decisivo al riguardo – sottolinea il consigliere Rai – è che questa scelta del parlamento avvenga a maggioranza qualificata, cioè con un largo coinvolgimento tra maggioranza e opposizione, sul modello di quello che avviene per i giudici della Corte Costituzionale. Per quanto riguarda le risorse è essenziale, dice il Media Freedom Act, che siano certe e programmabili per più anni. Anche qui rompendo con il meccanismo attuale per il quale il servizio pubblico italiano sa, solo di anno in anno, di quali risorse poter disporre peraltro risorse tra le più scarse in tutta Europa tra tutti i servizi pubblici e così è esposto a un ricatto anno per anno”. Questo meccanismo va corretto, conclude Natale.

Nel Media Freedom Act si parla anche di proteggere il lavoro dei giornalisti, sembrerebbe una cosa legittima in qualsiasi paese democratico. E invece.
C’è qualcuno a cui fa paura il Media Freedom Act? Sentiamo Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione Nazionale della Stampa.

“L’European Media Freedom Act fa paura perché è una grande opportunità per la libertà e per la sicurezza dei giornalisti e, quindi, viene vissuto con insofferenza da parte di chi in realtà è insofferente nei confronti della libertà dei giornalisti. Questo lo possiamo vedere negli atteggiamenti del governo italiano che, piuttosto che fare rotta verso Bruxelles, evidentemente sta facendo rotta verso l’Ungheria. Quindi, è ovvio che fa paura un servizio pubblico autonomo e indipendente, fa paura la tutela delle fonti dei giornalisti, fa paura tutto ciò che consente ai giornalisti di essere, come ci ha richiamati il presidente della Repubblica, in occasione della cerimonia del Ventaglio, “cani da guardia del potere”. Io credo che sia indispensabile che le istituzioni europee accendano una luce su quello che sta avvenendo in Italia; non possiamo aspettare i tempi delle procedure di infrazione, che richiedono tempi troppo lunghi. Intanto, la libertà viene messa a repentaglio e il paradosso qual è? Che i cittadini italiani si troverebbero, a quel punto, a pagare due volte: la prima volta perché hanno perso la libertà, la seconda volta perché lo pagano sotto forma di sanzione economica: è un dazio che non ci possiamo permettere”.

Perché anche il terzo settore è interessato ad una stampa libera e indipendente? Quali sono le chances della comunicazione sociale e perché l’applicazione del Media Freedom act potrebbe dare impulso anche alla comunicazione sociale?
Risponde Ivano Maiorella, direttore del Giornale Radio Sociale.

“C’è interesse nel terzo settore affinché il Media Freedom Act non rimanga lettera morta. Questo è dovuto a varie ragioni, sia perché nel terzo settore ci sono molti soggetti editori, sia perché ci sono molti giornalisti che fanno comunicazione sociale. Ricordiamo che il codice del terzo settore, all’articolo 5, tra le attività di interesse generale, parla del terzo settore come produttore di attività culturali e attività editoriali per la promozione e la diffusione della cultura. Piero Gobetti negli anni venti parlava dell’editore ideale libero e indipendente e, forse, quell’ editore ideale non esiste ma l’editoria libera e disinteressata è un bene al quale è interessante provare ad avvicinarsi. Un editore si muove all’interno di un contesto, per questo vanno creati spazi favorevoli a questo tipo di fenomeno, ovvero le condizioni di contesto che favoriscano la sua esistenza. Un contesto plurale e un sostegno all’editoria sociale del terzo settore, come avviene per altri ambiti editoriali. Siamo interessati anche come giornalisti sociali alla libertà di stampa, portata avanti dal Regolamento europeo sulla libertà dei media; libertà di stampa e difesa dell’indipendenza del giornalista. Solo così si può valorizzare il patrimonio narrativo di cui il terzo settore è infaticabile costruttore. Farlo in maniera libera, separando la pubblicità dai contesti redazionali e, soprattutto, dalla funzione informativa del giornalista”.

ASCOLTA QUI L’AUDIO COMPLETO

La musica per conservare la memoria. Intervista a Gianfranco De Franco


 

Gianfranco De Franco, polistrumentista, musicologo e musicoterapeuta, ha pubblicato lo scorso 26 febbraio il brano  “3:48 AM”, dedicato alla tragedia avvenuta nel 2023 a Steccato
di Cutro (Crotone) per il naufragio di un’imbarcazione di migranti e la
morte di 94 persone, di cui 35 bambini.
Questo progetto artistico vuole essere un inno alla memoria delle vittime e un richiamo alla consapevolezza sociale riguardo alle crisi umanitarie, promuovendo l’importanza del ricordo per evitare che simili eventi si ripetano in futuro.
Ascoltiamolo ai nostri microfoni