Di male in peggio – Le esportazioni di armi dall’Italia sono aumentate del 157% negli ultimi cinque anni: lo dicono i dati pubblicati dal Sipri che indicano come il nostro Paese sia passato dal decimo al sesto posto nella classifica globale. Il primo Paese destinatario delle forniture è l’Ucraina, seguito da India, Arabia Saudita, Qatar e Pakistan.
L’incremento ha come riferimenti i periodi 2016-2020 e 2021-2025. Secondo il Sipri, che ha sede in Svezia, circa il 59 per cento delle esportazioni italiane è andata in Medio Oriente. Attorno al 13 per cento invece la quota delle vendite ad altri Paesi europei. A guidare la classifica dei maggiori esportatori di armi sono gli Stati Uniti. Seguono Francia, Russia, Germania e Cina. Il primo Paese destinatario delle forniture è invece l’Ucraina. Dopo in graduatoria ci sono India, Arabia Saudita, Qatar e Pakistan.
Ferrara, un mese dopo il rogo del grattacielo, 500 persone senza casa
Senza alloggio – A un mese dall’incendio del Grattacielo di Ferrara che ha causato lo sgombero di 500 persone, è emergenza abitativa. Nei giorni scorsi la manifestazione in solidarietà degli sfollati. Sentiamo Chiara Bertolasi, portavoce del Forum Terzo Settore di Ferrara.
Violenza di genere, l’Ue chiede leggi basate sul consenso
Il diritto di dire no – Le donne hanno quasi il doppio delle probabilità di subire uno stupro tramite coercizione o incapacità di opporre un rifiuto rispetto alla violenza fisica palese. È quanto emerge dal nuovo rapporto “Indagine Ue sulla violenza di genere – Elementi per le politiche e le prassi”, curato dall’Agenzia Ue per i diritti fondamentali (Fra) e dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige). Tra le priorità indicate nel rapporto, figura la criminalizzazione della violenza sessuale basata sulla mancanza di consenso.
Giustizia minorile, protocollo d’intesa tra Ministero e UNICEF
Nel nome dell’inclusione – Ieri a Roma il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia e l’UNICEF hanno firmato un Protocollo d’Intesa della durata di 2 anni con l’obiettivo di rafforzare la promozione e la tutela dei diritti nonché il benessere e l’inclusione delle persone di minore età coinvolte nei procedimenti di giustizia minorile.
Erano presenti alla firma: Antonio Sangermano, Capo Dipartimento del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della giustizia, Nicola dell’Arciprete, Coordinatore dell’ufficio UNICEF ECARO della risposta a favore dei minorenni migranti e rifugiati in Italia e per l’UNICEF Italia: il Presidente Nicola Graziano, il Direttore generale Paolo Rozera e la Special Advisor per la Giustizia Minorile Elisabetta Garzo.
“È fondamentale promuovere una cultura multidisciplinare, orientata alla «presa in carico» integrale dei minorenni del circuito penale. Una cultura che riconosca quale suo epicentro il preminente interesse del minore e la «vulnerabilità» quale componente intrinseca e consustanziale alla fase di strutturazione psico‑fisica tipica della giovinezza e dell’adolescenza. Diventa centrale garantire un equilibrio equo e simmetrico tra il pieno riconoscimento dei diritti e l’adempimento dei doveri, affinché il percorso rieducativo possa realmente favorire il reinserimento sociale. Il Protocollo si inserisce precisamente in questa visione: esso mira a rendere il minore protagonista attivo di un processo di responsabilizzazione e di reinserimento sociale, rafforzando l’approccio minorilista, che pone al centro la personalità e i bisogni evolutivi del minore, prima ancora del fatto-reato”, ha dichiarato Antonio Sangermano, Capo Dipartimento del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della giustizia.
“Questo Protocollo va nella giusta direzione di rendere concreta l’applicazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e del suo principio cardine: il diritto del minorenne a che il proprio superiore interesse sia tenuto in primaria considerazione, senza alcuna discriminazione. Per molti ragazzi questa presa in carico in ambito penitenziario rappresenta non la ‘seconda’, ma la ‘prima’ opportunità, per questo vanno potenziate le misure per la reintegrazione sociale, ascoltando e facendo partecipare i ragazzi stessi, grazie ad un lavoro in rete a livello nazionale come locale, valorizzando le migliori prassi e realizzando una formazione iniziale e continua di tutto il personale a diverso titolo coinvolto”, ha sottolineato Nicola Graziano, Presidente dell’UNICEF Italia.
“La giustizia minorile è uno snodo decisivo per la tutela dei diritti, un ambito in cui le istituzioni hanno l’opportunità di dimostrare la loro massima capacità di protezione. Questo protocollo si fonda su un’idea semplice: ogni ragazza e ogni ragazzo, anche nei percorsi più complessi, va supportato e protetto. Investire su competenze, ascolto qualificato e risposte integrate significa trasformare una situazione di vulnerabilità in opportunità di crescita, costruendo percorsi di inclusione. È così che il principio del superiore interesse del minorenne può trovare applicazione concreta” – Nicola dell’Arciprete, Coordinatore dell’ufficio UNICEF per l’Europa e l’Asia Centrale della risposta a favore minorenni migranti e rifugiati in Italia.
Sondaggio Serenis–Fish: psicoterapia inaccessibile, barriere per le persone con disabilità
Non per tutti – Quasi il 25% delle persone con disabilità dichiara di aver rinunciato a intraprendere un percorso psicologico. Barriere fisiche, comunicative e culturali tra i motivi che di fatto negano il diritto fondamentale alla salute mentale. Lo rivela un sondaggio di Serenis con Fish, che evidenzia anche il bisogno di psicoterapia nei caregiver.
Un segnale chiaro, che viene confermato dal fatto che il 50,4% dei caregiver, pur non avendo mai usufruito di un servizio di psicoterapia online, dichiara di volerlo provare. Un problema che potenzialmente potrebbe coinvolgere 2,9 milioni di persone con disabilità in Italia e i 12,7 milioni di caregiver tra i 18 e i 64 anni (34,6% della popolazione) che si prendono cura dei figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. I dati sono stati illustrati questa mattina nel corso di una conferenza stampa che si è svolta presso la Camera dei deputati, su iniziativa dell’onorevole Ilenia Malavasi, e con la partecipazione dell’onorevole Luciano Ciocchetti. Nel corso dell’evento bipartisan è stato presentato il Manifesto per l’accesso alla psicoterapia promosso da Serenis e Fish.
Accessibilità, piani anti-barriere architettoniche fermi in due città su tre
Un percorso a ostacoli – Solo un capoluogo su tre in Italia ha approvato i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche. A quarant’anni dalla legge che ne ha introdotto l’obbligo, l’indagine dell’Associazione Coscioni racconta un’Italia ancora distante dai principi di accessibilità e inclusione.
Diritto al consenso, migliaia in piazza sabato scorso a Roma
Diritto al consenso – In migliaia in piazza sabato a Roma per la manifestazione nazionale indetta dalle associazioni contro la modifica al testo di legge in Senato. Ascoltiamo Rosalba Taddeini, di Differenza Donna.
Malattie rare, appello per diagnosi precoci e cure accessibili
Uniamo le forze – Domani è la giornata mondiale delle malattie rare. Sono 2 milioni i pazienti in Italia e soprattutto bambini. La rete Uniamo, insieme alle Società scientifiche pediatriche, lanciano un appello per garantire diagnosi precoci e accesso reale alle terapie. Eventi di informazione e sensibilizzazione in tutto il Paese.
La Giornata, istituita nel 2008, cade il 29 febbraio, un giorno raro per i malati rari. Negli anni non bisestili, si celebra convenzionalmente il 28 febbraio. Ma sempre di più, negli ultimi anni, si parla del mese delle malattie rare.
E’ l’occasione giusta per intraprendere attività, azioni e iniziative pubbliche per far concentrare e focalizzare l’attenzione sulle necessità e i bisogni che la convivenza con una malattia rara comporta nel quotidiano, per i pazienti e per i loro familiari.
Albania, centro di Gjader, 90 persone trattenute: il numero più alto finora
Prova di forza – Sono circa 90 le persone trattenute nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania, il numero più alto finora. Cifre che, secondo Tavolo Asilo e Immigrazione, indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, nonostante i rinvii pendenti alla Corte di Giustizia Europea.
Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme all’On. Rachele Scarpa, ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania.
Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE.
L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR.
Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura.
Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate.
L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura.
Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025.
Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche.
Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania.
Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema.
Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia.
L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo.
I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro?
Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’On. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali.
Morti sul lavoro, silenzio mediatico sempre più fitto: tre vittime in un weekend
Indifferenza generale – Nel nostro Paese si continua a morire di lavoro, anche se i media ne parlano sempre meno. Il servizio di Federica Bartoloni.
Depositate le motivazioni della sentenza di piena assoluzione per il manutentore dell’orditoio nel quale Luana D’Orazio morì a 22 anni dopo 4 giri a causa della manomissione dei dispositivi di sicurezza. Cusimano, questo il nome dell’imputato, unico tecnico deputato a riparazioni e modifiche dei macchinari, non ha commesso il fatto. Aperta l’indagine per omicidio colposo a seguito dell’autopsia sul corpo di Pietro Zantonini, il vigilante morto di freddo nel suo gabbiotto del cantiere delle Olimpiadi Milano Cortina appena concluse. Ad essere indagato il titolare della società di vigilanza. Ieri, intanto, dopo un fine settimana segnato da 3 morti sul lavoro e altrettanti gravi infortuni, è morto a 24 anni Carmine Albero, operaio. Notizie che troviamo quasi esclusivamente sulla stampa locale, segnate dalla frase di rito “secondo le prime ricostruzioni” che, quasi mai, troverà aggiornamenti.




