Tra le righe di questa settimana ci sono scuola, legge di bilancio e fra Pietro Angelario del Morrone.
Partiamo dalla scuola Daneo di Genova dove venerdi scorso alcuni agenti hanno rimosso lo striscione dove c’era scritto “Qui nessuno è straniero”. E’ intervenuta la sindaca Salis, ha chiesto alla Questura d fare gli approfondimenti del caso, lo striscione è stato restituito e tornerà al suo posto. Un altro dove c’era scritto “La scuola è aperta a tutti” è stato rimosso dall’Istituto comprensivo di Pinerolo 3-4, come riferisce Flc Cgil di Torino. E’ di ieri la notizia che la scuola Di Donato, quartiere Esquilino a Roma, ha deciso di esporre all’ingresso uno striscione, c’è scritto “Qui nessuno è straniero”. E i genitori si sono appellati al presidente Mattarella. Che ha ricordato come “la scuola sia la più efficace leva di integrazione per chi arriva da altri Paesi e per le seconde generazioni nate in Italia”. C’è da credere che altre scuole lo faranno. Perché?
Risponde la Costituzione italiana che, come si sente dire in giro, non sarà forse di sinistra, ma nemmeno di destra e probabilmente neppure figlia di suprematismo o razzismo. All’art. 34 c’è scritto: “La scuola è aperta a tutti”. Ci sono casi in cui i padri Costituenti del nostro Paese, nato dalla lotta partigiana e antifascista, usano il pronome indefinito plurale TUTTI. Tutti, senza alcuna specificazione, significa tutti, così come “Buongiorno” significa Buongiorno, come amava ricordare Cesare Zavattini. In un Paese normale, dove la conoscenza della lingua viene annoverata tra le caratteristiche qualificanti del buon cittadino italiano, anche la conoscenza del significato delle parole dovrebbe essere normale. Nelle scorse ore il Presidente Mattarella ha firmato il Decreto Valditara, dal testo che gli è stato sottoposto sono stati tolti gli elementi che presentavano rischi di incostituzionalità, rimane il tetto agli stranieri anche se, secondo alcuni giuristi, non sono chiari i requisiti di necessità e urgenza.
Legge di bilancio, dicevamo, dovrebbe essere l’ultima della legislatura in corso e per questo governo. L’aria che tira non è buona: miliardi al riarmo, spiccioli al welfare. E in più: rendersi autonomi militarmente da Trump costa caro. L’Europa sceglie di aumentare gli investimenti in armi ed armamenti, in ordine sparso, paese per paese. Nel 2026 la spesa militare in Italia ha sfiorato i 34 miliardi, il 2 per cento del Pil, con impegni futuri che puntano al rialzo. Benchè per il nostro Paese sia impossibile allargarsi troppo a causa delle procedure di infrazione legate al deficit, oltre la soglia fissata al 3 per cento.
In ballo c’è la spesa sociale, se apri la borsa da una parte la contrai dall’altra: le preoccupazioni riguardano scuola, sanità, servizi di welfare. Il Forum del terzo settore ha voce in capitolo e nella mattinata di ieri, a due passi da Palazzo Chigi a Roma, ha presentato le sue proposte frutto di una larga consultazione tra le oltre cento organizzazioni sociali aderenti. Il titolo è un programma “La persona prima di tutto”. Perché “La sostenibilità dei conti pubblici e quella sociale non possono essere considerate obiettivi alternativi”. La Legge di bilancio 2027 dovrebbe quindi essere letta alla luce di 3 grandi questioni strutturali e profondamente interconnesse, dice il Forum al governo e a tutte le forze politiche: 1. la trasformazione demografica 2. l’assenza di miglioramenti strutturali delle disuguaglianze 3. la crisi ambientale.
E ancora: “La sicurezza di un Paese si costruisce anche riducendo povertà e disuguaglianze, garantendo accesso alla salute, all’educazione e ai servizi, sostenendo le famiglie, prevenendo il disagio sociale e rafforzando i territori e le comunità. Gli investimenti sociali sono anch’essi investimenti in sicurezza”.
E poi: Fermare l’insensata corsa al riarmo, il riarmo non è europeo, ma delle singole nazioni: renderà ancora più lontana una politica estera comune e rafforzerà le lobbies di chi sulle guerre guadagna.
Nel suo breve pontificato, quattro mesi, dall’agosto al dicembre 1294, fra Pietro Angelario del Morrone, col nome di Celestino V, salì al soglio pontificio. Si dimise confessando l’impossibilità di consiliare lo spirito del Vangelo con i doveri del trono papale. Ignazio Silone racconta la sua storia nel libro sessantottino, vincitore del Premio Campiello, “L’avventura di un povero cristiano”. Un libro eccezionale, sulla tentazione del potere, alla quale soccombono anche uomini probi e saggi. Anche Satana ci provò con Cristo, scrive. Accettai l’avventura come un asino bendato, dice Celestino a un certo punto. E questo, forse gli costò la scomunica di Dante il guelfo bianco, che lo schiaffò all’Inferno, tra gli ignavi. A noi, che la pensiamo diversamente, ci piace ricordare fra Pietro del Morrone che, da Papa, rifiuta di benedire l’esercito del re di Napoli, in procinto di partire per la guerra, come era in uso all’epoca. “Avete voluto scherzare – dice nel libro di Silone – Sarebbe un orribile sacrilegio. Con il segno della croce e i nomi della trinità si può benedire il pane, la minestra , l’olio, gli indumenti da lavoro, la zappa del contadino. Non le armi. Se avete proprio bisogno di un rito propiziatorio, cerctevi qualcun altro che lo faccia nel nome di Satana. E’ stato lui a inventare le armi”.
(di Ivano Maiorella)




