Pluralismo cercasi, tra le righe di questa settimana. Viviamo in una società che chiede massimalismi, aut aut, che sbandiera valori e non li pratica. Esempio: quanto è difficile chiedere la pace. Perché? Eppure parliamo di un valore antico, francescano, condiviso a parole. Oggi è difficile chiederla e ricercarla senza il rischio di essere etichettati, o stai con gli uni o stai con gli altri. E diventa impossibile passare dalla fase dei valori a quella della politica, la cultura del maggioritario chiede di alzare la voce e di abbassare la ragionevolezza, la ricerca di punti di incontro si allontana. Sempre di più, a giudicare dalla legge elettorale appena approvata. Eppure che fine fanno i valori se non diventano politica economica e convivenza democratica: pace e coesione sociale, ad esempio.
Qual è la causa di questa dittatura del bipolarismo? Si è parlato anche di questo a Roma, presso la Fondazione Sturzo, in occasione della presentazione del nuovo numero di Paradoxa, curato da Leonardo Becchetti e Flavio Felice. Si è parlato di un partito che ancora non ci sarebbe ma a noi, più di questo, ha interessato lo sfondo culturale della discussione, a cui ha preso parte anche Stefano Zamagni.
Viviamo nell’epoca del maggioritario, in tutto, e il dualismo non ammette chiaroscuri, rifiuta per definizione la complessità. Pur avendo origini nobili, basti ricordare Platone ed Hegel. Di fronte ad alcuni problemi di oggi, si pensi ad esempio ai temi dell’ambiente, a quelli della rivoluzione tecnologica, dell’AI oltre a quelli della pace, i principi di libertà (tipici del pensiero liberale, ma non solo) e il principio di giustizia (tipico del pensiero socialista, ma non solo) da soli non bastano per trovare soluzioni convincenti. Chiedono di essere mediati per essere accettati, ascoltati e rispettati. Questo non significa rinunciare alla radicalità dei valori, significa porli alla verifica della realtà, alla sua mutevolezza. La politica si alimenta di pluralismo, se no diventa tecnicismo, ti ci ritrovi dentro e nemmeno te ne accorgi.
Ma nel momento in cui la realtà diventa complessa, il bipolarismo va in crisi: negli anni 90, ha ricordato Stefano Zamagni, la filosofa statunitense Nancy Frase parlava del nuovo bisogno di riconoscimento di una identità. A fronte della nascita di nuovi movimenti che partivano dal basso: donne, pace, femminismo, lgbt, ambientalismo.
Per questo alla dittatura del bipolarismo, e alla bipolarità tipica stato-mercato, la società civile ha cominciato ad opporre il tripolarismo stato-mercato-comunità. Ovvero società civile organizzata che chiede spazio pubblico, terzo pilastro, corpi intermedi. Che chiedono protagonismo, per non essere al servizio dello stato e neppure del mercato.
George Stigler, economista sociale statunitense, scomparso nel 1991, alla base della sua critica al fondamentalismo del mercato (e del dogma il mercato non può sbagliare) opponeva il principio di sussidiarietà, che in un sistema bipolare, sempre più bipolare, viene soffocato (o strumentalizzato) in nome di una monarchia o di un’altra. In un sistema bipolare la sussidierietà fatica a farsi viva. Eppure è diventata principio costituzionale, articolo 118, primo comma. Ma è una sussidiarietà incompleta, gracile, prigioniera.
E invece la sussidiarietà è un valore in sè, che ha bisogno di autonomia, valore e al tempo stesso economia, ha ricordato Zamagni. Soggettività e capacità di intervento autonoma del terzo settore, dignità politico economica. Nella definizione dei diritti da raggiungere non può essere lo stato da solo, nè il mercato da solo, a decidere.
Il terzo settore è in grado di fornire risposte ai bisogno di beni relazionali (ambiente, beni comuni ) non solo di beni privati o beni pubblici, pur necessari. Non bastano le buone pratiche, occorre che le buone pratiche arrivino alle istituzioni e le cambino.
Il pensiero maggioritario ha fatto piazza pulita del pensiero pluralista. Le ragioni sono varie, figlie delle fasi storiche che le determinano, ma non solo. L’astensionismo dilagante, ad esempio, può essere visto come uno dei frutti del pensiero maggioritario in politica. I partiti finiscono per diventare forme di contenimento della domanda politica.
Quali sono i riflessi in ambito comunicativo di questa dittatura del maggioritario? La comunicazione smesse di essere mediazione e diventa diventa rissa, aggressione verbale, voce alta, anzi altissima, corsa a chi la spara più grossa. Quali le cause?
I social network, secondo l’economista Leonardo Becchetti, “terreno infido gestito da imprese private che massimizzano il profitto”, sollecitando la creazione di “contrapposizioni e conflitti perché sono le circostanze che producono maggiore attenzione”. Come ai tempi del Talk show televisivo con l’ospite “che avrebbe garantito la rissa facendo salire l’audience”.
Ed infatti per Mario Morcellini, studioso dei media, è stato proprio il talk show il killer della funzione comunicativa della comunicazione, come ci spiega in questa intervista.
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Ma, i giovani ci salveranno, ci dice. Analizzando il voto giovanile, Mario Morcellini fornisce alcuni esiti inaspettati di una sua recente ricerca. Alcune anticipazioni: i giovani hanno anime politiche completamente diverse dai propri genitori. Votano per quello che ha a che fare con l’Europa. Votano per chi ha una qualche affinità con i problemi ambientali e se ne fa carico; scelgono parole chiare, culturalmente chiare, al di là delle polarizzazioni maggioritarie e non disdegnano di votare il centro.
Se il polo competitivo ha schiacciato il polo valoriale, affiora un’esigenza: ritorno alla cultura del pluralismo. E del proporzionale, in politica. E la stabilità, spesso sbandierata come un valore assoluto, in realtà non lo è. O meglio: è un valore rispetto agli effetti che ha. L’ordine sostanzialmente stabile e non progressivo rende la società statica, stantia. Inospitale per i giovani e non solo.
(di Ivano Maiorella)




