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Fame di diritti


Ancora 821 milioni di persone al mondo non hanno accesso al cibo. I dettagli nel servizio di Fabio Piccolino. (sonoro)

821 milioni di persone nel mondo soffrono la fame, senza un sufficiente accesso economico e fisico a un’alimentazione adeguata. Sono i dati del secondo Rapporto Global Call to Action Against Poverty, la Coalizione italiana per la lotta contro la povertà, che pone l’attenzione sulla necessità della coerenza delle politiche per lo sviluppo sostenibile a partire dagli stessi sistemi alimentari. Il dato, in continua crescita dal 2014, si contrappone all’aumento del numero degli obesi e delle persone in sovrappeso; secondo Stefania Burbo, co-portavoce di Gcap Italia, «è necessario un approccio non fondato esclusivamente sullo sradicamento della povertà, ma focalizzato anche sulla lotta contro le disuguaglianze e ogni forma di discriminazione, partendo dal presupposto che in quanto esseri umani siamo depositari di diritti universali e inalienabili».

Senza futuro


“I minori palestinesi detenuti subiscono violazioni del loro diritto all’istruzione imposte dalle forze d’occupazione israeliane”. È la denuncia di Terre des Hommes che in un dossier racconta le inadempienze dei servizi penitenziari di Gerusalemme che impediscono ai giovani arrestati di proseguire adeguatamente gli studi

Alla faccia del porto sicuro


Il Consiglio Italiano per i Rifugiati esprime sconcerto e preoccupazione per il bombardamento che ha colpito il centro di detenzione per migranti a Tajoura, vicino Tripoli uccidendo oltre cento persone. Gli operatori del Cir sono presenti sul campo per fornire assistenza, aiuti umanitari, per aiutare a rimuovere le macerie e cercare i feriti.

Come neve al sole


Il ghiaccio marino in Antartide ha raggiunto il livello minimo dagli ultimi 40 anni. Il fenomeno, che ha immediatamente messo in allarme i ricercatori, è stato notato grazie alle rilevazioni satellitari. Tra le possibili cause potrebbe esserci il riscaldamento globale, ma non è ancora possibile stabilirlo con certezza.

Patti diabolici


L’Unione europea stringe un accordo di libero scambio con il Vietnam. Nessun vincolo su diritti umani, lavoro e ambiente. Ai nostri microfoni Monica Di Sisto della Campagna Stop Ttip Stop Ceta.

Sos Congo


Nel Paese africano si muore per il morbillo. L’allarme di Medici senza frontiere nel servizio di Fabio Piccolino. (sonoro)

“Molte persone stanno morendo per malattie prevenibili come la malaria, il morbillo e la diarrea”. E’ l’allarme lanciato da Medici Senza Frontiere nella Repubblica Democratica del Congo dove centinaia di migliaia di persone hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria nella provincia di Ituri, nel nord-est del Paese. Sono in corso infatti dei veri e propri sfollamenti di massa tra la popolazione a causa delle violenze a cui si sommano un’epidemia di morbillo e di una di ebola.
L’Organizzazione, che sta supportando il Ministero della salute locale nella fornitura di cure mediche e nella risposta dei bisogni più acuti tra gli sfollati, chiede un’immediata estensione dell’assistenza umanitaria di lungo periodo, per evitare ulteriori morti ed assicurare condizioni di vita dignitose per chi è stato costretto a fuggire

130 al giorno


I minori migranti in Messico sono aumentati del 50% rispetto allo scorso anno secondo le stime dell’Istituto Nazionale per le Migrazioni. Attualmente i bambini e i giovani in fuga da povertà e violenza provenienti da Honduras, Guatemala ed El Salvador sono 15.500, alcuni dei quali rimpatriati dagli Stati Uniti.

Un miliardo di miglia per la salvezza


È il nome della campagna internazionale che Unhcr ha lanciato per creare un movimento globale di solidarietà con chi è costretto a fuggire dalla propria casa. L’obiettivo è quello di correre, camminare, pedalare per coprire in 12 mesi un miliardo di miglia: la distanza che i rifugiati percorrono, ogni anno, per raggiungere un luogo sicuro.

Cattive trame


I grandi marchi mondiali del tessile non hanno fatto nulla per arginare la povertà. E a subire le conseguenze peggiori sono i lavoratori La denuncia di Abiti Puliti. Ai nostri microfoni la portavoce Deborah Lucchetti. (sonoro)

Catastrofe sanitaria


È quella descritta da Medici Senza Frontiere in Libia, nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan. Negli ultimi 9 mesi infatti almeno 22 persone sono morte per malattie, probabilmente tubercolosi, dopo essere state stipate in capannoni sovraffollati in condizioni igieniche indecorose. L’organizzazione ha chiesto che le evacuazioni dal paese africano siano immediatamente rafforzate.

Invece di essere fuori pericolo e ricevere la protezione di cui hanno diritto, questi rifugiati e richiedenti asilo sono condannati a un ciclo di violenze e detenzioni. Questo è il tragico e comune calvario, ormai ampiamente documentato, a cui sono esposti migranti e i rifugiati in Libia, ma ciò nonostante gli stati europei continuano a contribuire ai loro respingimenti, pur consapevoli sia una violazione del diritto internazionale.
“Siamo abbandonati qui. Non possiamo tornare indietro e nessuno ci vuole da qualche altra parte. Davvero non so dove sia il mio posto in questo mondo” racconta un rifugiato eritreo di circa vent’anni a Zintan.
Alcuni dei rifugiati nei centri di detenzione di Zintan e Gharyan raccontano di aver subito la pratica dei rapimenti per ottenere soldi dalle loro famiglie per il rilascio. C’è poi chi ha cercato di attraversare il Mediterraneo alla ricerca di un luogo sicuro, ma sono stati respinti dalla Guardia costiera libica, supportata ed equipaggiata dagli stati europei. Una volta a terra, sono stati riportati nei centri di detenzione lungo la costa libica.
Altri ancora, detenuti da reti di trafficanti a Sabratha, sono rimasti intrappolati nei combattimenti tra milizie rivali scoppiati nella città durante l’ottobre 2017 e successivamente trasferiti nei centri di detenzione di Tripoli. In quel periodo, con più di 20.000 detenuti, veniva raggiunto un picco di presenze nei centri di detenzione. Anche durante i combattimenti a Tripoli nell’agosto 2018, i migranti e rifugiati rinchiusi nei centri in città venivano trasferiti in quello di Zintan, lontani dalla linea del fronte ma ancor più isolati, in condizioni disperate e con scarso accesso alle cure mediche.