Sportwashing – La Formula 1 ha annunciato che dall’inizio degli anni 2030 tornerà a correre nel continente africano, sul tracciato di prossima costruzione a Bugesera, in Ruanda. Il servizio di Elena Fiorani.
L’ultima volta che la F1 ha corso in Africa è stato nel 1993 in sudafrica: ora si parla di “Un Gran Premio per dieci anni ‘presentato da Visit Rwanda’: per il responsabile campagne di Amnesty international Regno Unito sarebbe un premio per lo sportwashing alle autorità ruandesi. Infatti, secondo Human Rights Watch il presidente Paul Kagame, al potere dal 2000, ha sostenuto militarmente il gruppo armato ribelle e dissidente M23 in Congo, che si è macchiato di gravi reati anche su minori, deportazioni, violenze sessuali e intimidazioni verso giornalisti a attivisti. Inoltre, a Kagame viene contestata la repressione del dissenso politico e le limitazioni alla libertà di espressione. La campagna Visit Rwanda è stata creata proprio per migliorare l’immagine del paese all’estero e attirare investimenti e turismo.
Murale antirazzista vandalizzato, la condanna della città di Bolzano
Oltre la competizione – A Bolzano un atto vandalico e razzista ha coperto tutte le raffigurazioni di bambini neri sul murale dedicato al valore inclusivo dello sport: un gesto che ha subito suscitato la ferma condanna da parte della città.
Il murale in questione si trova nel parco delle Semirurali, a Bolzano. Un’opera che nelle intenzioni dell’autore voleva celebrare lo sport come strumento di unione e collaborazione. Ora il bambino nero raffigurato nelle illustrazioni è stato coperto con la vernice, deturpando il murale e il messaggio che voleva lanciare.
A segnalare l’atto vandalico è stato il Team K, che ha parlato di “atto razzista che colpisce i nostri concittadini di colore e, in un parco frequentato ogni giorno da famiglie e che richiama una storia comune di diversità e convivenza, colpisce soprattutto i bambini”.
Il sindaco Corrarati, parlando con Ansa, esprime la sua ferma condanna: “Questa non è la città che io voglio, non è la città che vogliamo e non è la città che deve essere. Parallelamente tutti noi dobbiamo avere dei toni giusti su questi temi, perché ogni cosa crea un innesco e l’innesco crea delle azioni e queste azioni incendiano in qualche modo la comunicazione all’interno della nostra città e inseriscono degli elementi anche in qualche modo di violenza”.
Non si tratta dell’unica polemica riguardante un murale e la rappresentazione di figure nere. Negli ultimi giorni sono salite all’onore delle cronache le polemiche per lo stop a un altro murale: quello che doveva nascere sul muro della scuola Ada Negri nell’ambito del progetto Ella.
È notizia degli scorsi giorni, infatti, che le artiste avessero intenzione di rappresentare delle figure femminili nere ispirate ai tarocchi. Sull’argomento si è espressa l’assessora alle pari opportunità Patrizia Brillo (Fratelli d’Italia), che ha detto al quotidiano Alto Adige: “Prima le artiste mi hanno detto che le figure femminili, ispirate ai tarocchi, sarebbero state nere; poi color ottanio. Della serie: o così o niente. Ho proposto un compromesso: una bianca e una ottanio. Stavo aspettando una risposta, quando è scoppiata la polemica. Ho portato la questione in giunta e si è deciso di non fare più nulla”.
Il progetto si è quindi bloccato con varie critiche da parte dei partiti, soprattutto quelli di opposizione. Le Donne Democratiche scrivono: “Siamo alla politica che decide quali donne possono essere rappresentate, quali colori sono ammessi, quali storie meritano spazio pubblico. Non si cancella solo un disegno su un muro. Si calpestano i principi delle istituzioni. Si dice a una parte di questa città, plurale e diversa, che è invisibile”.
Alberto Pellai: imparare a faticare aiuta a crescere
Correre in salita – Imparare a faticare, anche fisicamente, è uno degli allenamenti più semplici per prepararci alla vita: uscire dalla zona di comfort per esporsi allo sforzo non rende fragili, ma più capaci di sostenerlo. Per Alberto Pellai, autore di “Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni”, si tratta di un ingrediente necessario nel kit di attrezzi dell’educatore.
Viviamo circondati da gratificazioni a portata di clic e sempre meno abituati a tollerare disagio, ostacoli e frustrazioni. Ma correre in salita può insegnare qualcosa che nessuna scorciatoia offre: scoprire di essere capaci di farcela. Da Alberto Pellai ad Anna Lembke, perché tornare ad allenarsi alla fatica
Se c’è un’alternativa, perché scegliere la salita? Con la fatica abbiamo un rapporto sempre più complicato. Possibilmente va evitata, aggirata, risparmiata. Se poi di mezzo ci sono bambini e adolescenti, sottrarli alle difficoltà può perfino sembrare una forma di cura. Eppure, imparare a faticare, anche fisicamente, è uno degli allenamenti più semplici che abbiamo a disposizione per prepararci alla vita: uscire dalla zona di comfort per esporsi allo sforzo non rende fragili, ma più capaci di sostenerlo. Un po’ come accade alle ossa, che hanno bisogno di essere sottoposte al carico e alle sollecitazioni per rafforzarsi, così anche la capacità di reggere la fatica si costruisce esercitandola.
Alberto Pellai lo dice senza troppi giri di parole nel suo libro Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni (in uscita il 13 ottobre per Mondadori): la fatica è «buona» perché, nel kit di attrezzi dell’educatore, è «un ingrediente necessario e inevitabile nell’allenamento alla vita». Un’affermazione che suona quasi controcorrente in un tempo nel quale, osserva Pellai, la parola che ricorre più spesso quando si parla di giovani è «fragilità».
Il punto, però, non è rimpiangere un passato nel quale i ragazzi avrebbero sopportato tutto senza lamentarsi. Ma chiedersi: che cosa succede se dalla crescita eliminiamo sistematicamente l’attrito? Se davanti a un ostacolo la prima soluzione diventa toglierlo, davanti alla fatica evitarla, davanti alla possibilità di fallire rinunciare a provarci? Insistere sulla necessità di proteggere i ragazzi da un mondo ostile può finire, secondo Pellai, per convincerli che non valga la pena rischiare e faticare. Meglio starne fuori, restare in camera. Eppure «per “correre” su terreni sempre più impervi, non bisogna mai smettere di uscire di casa e incamminarsi nel mondo». Così facendo può succedere, ad esempio, di scoprire di farcela.
Pellai parte da una storia di scuola e di sport, che dà il titolo al libro. A un gruppo di studenti viene proposto di partecipare a una corsa campestre di dodici chilometri. Non si offre nessuno. Il dirigente scolastico decide allora di estrarre a sorte dieci partecipanti. Molti ragazzi cercano immediatamente una via d’uscita e chiedono ai genitori una giustificazione; diverse famiglie li assecondano. Non quella di Leonardo, che alla corsa dovrà andarci. Leonardo comincia quindi ad allenarsi. Corre, fa fatica, si prepara. E il giorno della gara, arrivato alla ripida salita finale di cui gli aveva parlato il professore, mentre alcuni compagni non riescono a proseguire nell’affanno, lui scopre qualcosa che fino a quel momento non sapeva di sé: ce la fa. Anzi, se la cava benissimo. Arriva tra i primi dieci della provincia e si qualifica per le regionali. Quella che aveva vissuto come una sfortuna diventa la scoperta delle proprie capacità.
«Se vuoi allenare i muscoli, la resistenza, la capacità di “fare fiato”, devi andare in salita. E allenando questa abilità svilupperai al contempo la percezione di te come capace di affrontare anche future salite, quando magari non ci sarà a disposizione nessuna scorciatoia o nessun percorso in discesa», scrive Pellai. Lo sport, da questo punto di vista, è una formidabile scuola di realtà. Il risultato non arriva immediatamente. Tra il desiderio e la sua soddisfazione si infilano allenamenti, ripetizioni, errori, sconfitte, giornate in cui non si ha voglia. Il corpo, soprattutto, non si lascia convincere dalle buone intenzioni: per correre più a lungo bisogna correre, per diventare più forti bisogna allenarsi, per arrivare in cima bisogna affrontare la salita.
Tutto questo stride con l’ambiente nel quale trascorriamo ormai una parte crescente delle nostre giornate. Anna Lembke, psichiatra alla Stanford University School of Medicine e autrice di L’era della dopamina (ROI Edizioni), osserva come «abbiamo trasformato il mondo, che era caratterizzato dalla scarsità, in un luogo contraddistinto da una traboccante abbondanza». In questo ecosistema, scrive la studiosa, «lo smartphone è una sorta di “ago ipodermico” della contemporaneità che somministra “dopamina digitale”, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, a una generazione sempre connessa». Il mondo digitale e i social media moltiplicano le occasioni di ricompensa e rendono particolarmente facile ripetere comportamenti capaci di darci piacere immediato. Citando un’efficace metafora riportata nel suo saggio, Lembke ci ricorda che «siamo dei cactus nella foresta pluviale. E come cactus adattati al clima arido, stiamo annegando nella dopamina».
La fatica funziona secondo una logica temporale diversa. Chiede di sopportare un disagio presente in vista di qualcosa che non c’è ancora. Ed è proprio questo intervallo a renderla educativa, perché permette di fare esperienza del rapporto tra impegno e risultato. Correre in salita significa anche scoprire che il disagio non coincide con il pericolo e che sentirsi incapaci non significa esserlo davvero. Di fronte alla difficoltà è normale «dubitare della propria capacità di riuscire ad affrontarla», scrive Pellai. Il compito dell’adulto non è eliminare quella difficoltà, ma sostenere il ragazzo mentre prova ad attraversarla.
Qui entra in gioco quella che in psicologia viene chiamata autoefficacia percepita, cioè la percezione di essere capaci di affrontare una situazione e produrre un risultato attraverso le proprie azioni. A volte serve anche un adulto che dica, come l’allenatore di Leonardo: «Non mollare. Ti sei allenato bene. Fidati. Vedrai che ce la farai». All’estremo opposto c’è l’«impotenza appresa», concetto sviluppato dallo psicologo Martin Seligman: quando si consolida la convinzione di non avere alcun controllo sugli eventi, si può finire per non provarci più anche nelle situazioni nelle quali l’impegno potrebbe invece fare la differenza. «Quando compare un senso di impotenza appresa», scrive Pellai, «il soggetto perde la dimensione dell’autoefficacia e generalizza tale vissuto a molti altri contesti, smettendo di provarci e di tentare, anche in situazioni nuove in cui l’impegno verrebbe premiato e le sue abilità sarebbero oggettivamente in grado di reggere lo sforzo che viene richiesto».
Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
Per affrontare esperienze nuove servono infatti problem solving, gestione delle emozioni e dello stress, capacità di affrontare i conflitti: quelle competenze trasversali che Pellai richiama parlando di life skills. E lo sport offre un terreno particolarmente concreto sul quale esercitarle. Si perde. Si arriva ultimi. Si scopre che qualcuno è più forte. Si deve ricominciare. A volte, invece, dopo aver pensato per settimane «non ce la farò mai», si arriva in cima. Oppure no, ma non sarebbe comunque una catastrofe.
Per questo, secondo Pellai, servono adulti capaci di indicare e presidiare il percorso: abbastanza presenti da sostenere, abbastanza fermi da non rimuovere immediatamente ogni ostacolo. Famiglia e scuola hanno anche il compito di non abbassare continuamente l’asticella nel tentativo di rendere qualsiasi percorso più facile. Perché evitare sistematicamente fatica, limiti e frustrazioni non significa imparare a gestirli. Significa, semmai, rinunciare alle occasioni in cui tensioni ed energie possono trovare un terreno sul quale essere messe alla prova, regolate e incanalate.
Forse per questo la domanda più interessante nella storia raccontata da Pellai non riguarda il preside che obbliga alcuni studenti a partecipare alla campestre. È un’altra: perché, davanti alla possibilità di correre dodici chilometri, non si era offerto nessuno? Pellai mette insieme diverse ragioni. C’è l’ansia performativa dell’«E se poi arrivo ultimo, che figura ci faccio?», un senso più debole di appartenenza alla comunità scolastica — «Perché dovrei andarci io, con tutti quelli che ci sono in questa scuola?» — e anche una più prosaica pigrizia: «Sai che sbatti doversi preparare per partecipare a una gara così impegnativa. Chi me lo fa fare?». Una pigrizia che, se tollerata, osserva Pellai, spingerà sempre più a usare il tempo libero per fare cose «facili, divertenti e fonte di gratificazione istantanea».
Gratificazioni che l’ambiente mette a disposizione con pochissimo sforzo, alimentando un’incessante fuga dal disagio. «Il motivo per cui siamo tutti così infelici potrebbe dipendere dal fatto che stiamo lavorando tanto alacremente per evitare di essere infelici», scrive la psichiatra Lembke. C’è quasi un rovesciamento temporale tra le due logiche. La gratificazione immediata offre il piacere subito e presenta il conto dopo; la fatica chiede di sostenere il costo prima, in vista di una gratificazione che arriverà più tardi. «La scienza ci insegna che ogni piacere esige un prezzo», scrive Lembke. La necessità educativa indicata da Pellai è allora anche quella di imparare che alcune delle esperienze più importanti e gratificanti richiedono tempo, costanza, frustrazione e perfino un po’ di noia. La fatica fisica dello sport ha un vantaggio: rende tutto questo visibile e tangibile. Il fiato corto, le gambe pesanti, la voglia di fermarsi sono reali. Ma reale è anche quello che accade qualche settimana dopo: la stessa salita sembra meno ripida. Non è cambiata la montagna. È cambiato chi la sta salendo.
Shakhtar Donetsk, una scuola calcio per bambini e ragazzi a Bergamo
Piccoli segni di pace – Lo Shakhtar Donetsk sbarca a Bergamo, tra sport e integrazione. È stata inaugurata la scuola calcio dello storico club ucraino, tra i più titolati dell’Est Europa. L’Academy, già presente in vari Paesi tra Europa e Nord America, accoglierà bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni.
L’attività, rivolta a bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni, è organizzata con l’Asd U-Gen Academy, presieduta da Yegor Yegorkin, ex calciatore ucraino che vive in città con la famiglia. Gli allenamenti seguono i metodi Shakhtar, con istruttori ufficiali e attività in doppia lingua.
«Aperta a tutte le famiglie»
«È una scuola calcio aperta a tutte le famiglie, ma anche un luogo di integrazione -spiega Tetiana Miftakhova, segretaria di U-Gen e moglie di Yegor -. Vogliamo riunire e sostenere la comunità ucraina della Bergamasca attraverso lo sport e mettere energie nei bambini, futuri cittadini consapevoli. Non è un momento facile, complice la guerra, ma Bergamo ci è molto vicina. L’attività è già partita e coinvolge circa 20 bambini».
«Piccoli segni, gesti di pace»
Fondato nel 1936 a Donetsk come squadra dei minatori del Donbass, lo Shakhtar gioca in esilio dal 2014, a causa della guerra, e negli ultimi anni ha sfidato anche l’Atalanta. «Abbiamo accolto subito la proposta di questa famiglia e aiutato a trovare spazi e a partire, insieme all’Unione sportiva del Villaggio degli Sposi – racconta don Matteo Cella, parroco del Villaggio -. Il quartiere è sensibile alla guerra in Ucraina e in questi giorni ospita 15 bambini ucraini in altrettante famiglie: piccoli segni che possono essere gesti di pace». Plauso anche da parte dell’assessore comunale allo Sport Marcella Messina: «Un progetto sportivo e sociale di altissimo livello». Atteso all’inaugurazione anche il console generale d’Ucraina a Milano Volodymyr Vorona
Sport in Tour, in Liguria un weekend tra sport e partecipazione
Sport in Tour – Si conclude oggi il weekend di sport, territorio e partecipazione organizzato da UsAcli in Liguria: la rassegna nazionale attraversa l’Italia con l’obiettivo di unire competizione sportiva, promozione, partecipazione e valorizzazione dei territori. protagoniste bocce, pétanque, arrampicata sportiva e mountain bike.
Da Pietra Ligure a San Lorenzo al Mare, fino a Genova Sestri Ponente, dal 9 al 12 ottobre saranno protagoniste diverse discipline: bocce, pétanque, arrampicata sportiva e mountain bike.
Un programma che racconta le diverse anime dello sport US ACLI: dall’attività agonistica nazionale allo sport di base, dalle discipline più tradizionali alle attività outdoor, con particolare attenzione alla partecipazione dei più giovani.
La squadra B, rugby e riscatto nel libro di Luca Di Pangrazio
La squadra B – Nel nuovo libro di Luca Di Pangrazio una storia di rugby e di riscatto attraverso lo sport. Ascoltiamo l’autore.
US Acli, la camminata lenta per riscoprire territorio e comunità
Camminata lenta. L’US Acli propone nuove attività sportive tese alla rivalutazione del patrimonio culturale e al contrasto all’isolamento sociale, con particolare attenzione agli anziani, ai giovani e alle zone che vivono condizioni di marginalità. A Trieste si parte con un percorso gratuito di camminata lenta dedicato al territorio e alla sostenibilità.
Sport oltre i confini, AiCS sostiene il calcio inclusivo in Uganda
Sport oltre i confini – Dodici villaggi, altrettante squadre e un progetto che unisce sport, inclusione e tutela dell’ambiente. AiCS ha donato le divise da calcio ai team coinvolti nell’iniziativa dell’Associazione ugandese per lo sport, la cultura, la sostenibilità e l’agricoltura: il prossimo passo sarà il primo campionato di calcio AiCS in Uganda nei prossimi mesi.
Silver Fit, sport e prevenzione per migliorare la vita degli over 65
Silver fit. Il Centro Sportivo Italiano lancia un progetto teso a promuovere l’autosufficienza e migliorare la qualità della vita degli over 65 attraverso il movimento costante e monitorato. La prevenzione delle criticità legate all’età viene affrontata attraverso la creazione di una vera e propria community.




