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Effetti collaterali


La chiusura delle piscine avrà un duro impatto su tanti ragazzi con autismo. Il servizio di Elena Fiorani

L’ultimo Dpcm ha interrotto le routine di tanti ragazzi con autismo e disabilità intellettiva. Per molti di loro, infatti, il nuoto fa parte del piano educativo individualizzato e quindi del percorso scolastico. Un’ora di lezione per loro vuol dire non tanto divertirsi, non solo allenarsi o fare attività di gruppo, ma poter godere di 50 minuti di relax, di pace con il mondo, di relazione con l’operatore e di tranquillità. Sono ragazzi che lavorano sull’acquisizione di autonomia: in piscina si svestono, si lavano, si mettono le scarpe, tutto questo è saltato.

Stefania Stellino, presidente dell’Associazione Genitori Soggetti Autistici del Lazio denuncia: “interrompere all’improvviso routine radicate da anni, e soprattutto dall’inizio della scuola, vuol dire disorientare completamente e sconvolgere la vita di una persona che non ha più riferimenti nell’agenda giornaliera e settimanale”.

Torna lo sport nei parchi


Il Comune di Bellaria, in provincia di Rimini, rilancia l’iniziativa rivolta ad associazioni, società, federazioni, enti di promozione, fino ai centri fitness e wellness. Il progetto prevede la messa a disposizione di spazi pubblici all’aperto per facilitare la convivenza tra attività motoria e rispetto delle misure anti contagio.

 

RugbyAmo


A Jesi, in provincia di Ancona, un progetto per includere ragazzi con disabilità e sostenere le loro famiglie. Cinque i giovani che da qualche settimana hanno iniziato a fare attività al campo, prendendo confidenza col pallone e integrandosi con gli altri. I partecipanti sono seguiti da tecnici ed educatori professionali, in un contesto che li vede protagonisti del gioco insieme a tutti gli altri.

Fondazione Enrico Mattei, Rugby Jesi ’70 e Cooss Marche unite in collaborazione per “RugbyAmo”, nel segno dell’inclusione e del «sorriso negli occhi di famiglie che possono finalmente scoprire che i loro non sono ragazzi di cristallo». Così Aroldo Curzi Mattei, presidente della Fondazione Mattei, nel presentare il progetto. Da qualche settimana un drappello di ragazzi con disabilità assistiti da Cooss Marche ha infatti avuto la possibilità di cominciare a fare attività e avvicinarsi al gioco del rugby presso l’impianto, e seguiti dai tecnici, della società jesina presieduta da Luca Faccenda. «Un – spiega il responsabile sviluppo club del Rugby Jesi ‘70 Francesco Possedoni – nato attraverso la figura di Mariano Fagioli, nostro allenatore e, per professione, educatore presso Cooss Marche.

Lo spunto ci ha portato a creare l’opportunità, per questi ragazzi, di frequentare la nostra struttura e accostarsi ad uno sport come il rugby, inclusivo per definizione, con i suoi valori e il suo spirito volto alcoinvolgimento di tutti, senza eccezione. Fondazione Mattei ha subito e sostenuto il progetto, con il proposito di avvicinare mano a mano ulteriori soggetti. Sono cinque al momento i partecipanti, tutti maggiorenni. L’obiettivo, a partire da questa sperimentazione, è di incrementare il novero dei partecipanti. Fino ad arrivare a inserirsi anche nel circuito dei tornei dedicati a questo tipo di iniziative». «I ragazzi qui al campo hanno iniziato a fare attività di psico motricità, prendere confidenza con il pallone, conoscere una realtà per loro nuova, integrarsi con tutti gli altri- illustra Fagioli– un inserimento che vivono con grande entusiasmo».

Lo sport non ci sta


L’ultimo Dpcm colpisce le attività dilettantistiche e sociali. Uisp lancia un nuovo appello: “Lo sport per tutti non è marginale. Abbiamo due doveri: tutelare la salute e un settore che è in ginocchio”. Anche UsAcli ribadisce l’incongruenza delle decisioni rispetto ai vari comparti, mentre l’Aics sottolinea che lo sport “non può essere considerato un’attività non essenziale”, si rischia il collasso.

Nel suo comunicato stampa, l’Uisp ricorda poi l’impegno dimostrato in questi mesi: “Dall’inizio della pandemia la Uisp è sempre stata sul crinale tra responsabilità verso il bene primario della salute di tutti e il dovere di rappresentanza. Oggi ci sentiamo di dire ‘No, non ci stiamo’ alle incongruenze che emergono rispetto ai diversi comparti che interessano le nuove misure del Dpcm. Non può essere sempre lo sport a pagare le conseguenze pesanti delle scelte. Lo sport, quello di base soprattutto, ha una valenza trasversale nelle politiche pubbliche a partire da quelle per la salute, ma è altrettanto economia sociale, opportunità di lavoro, con pari dignità rispetto alle altre realtà produttive del Paese.

Gli investimenti che il nostro mondo ha fatto per garantire la sicurezza e la salute dei praticanti e dei cittadini non possono non essere presi in considerazione. Lo sport di base è davvero in ginocchio, non ce lo possiamo più permettere”. La richiesta è che non tardino ad arrivare i necessari supporti a chi più subirà le conseguenze di queste decisioni: “Chiediamo fin da subito interventi consistenti sul piano delle risorse da allocare, che possano ristorare tutto il comparto sportivo, che riconoscano gli indennizzi a tutti quei lavoratori dello sport che, al pari di tutti gli altri, sostengono le proprie famiglie, i propri figli. Non accettiamo e non accetteremo di essere considerati marginali. Lo sport è parte del progetto di vita di ogni persona, deve avere pari condizioni come per tutte le altre categorie”, conclude Uisp.

Anche il presidente dell’Unione Sportiva Acli, Damiano Lembo, ha commentato il nuovo stop a palestre e centri sportivi di base, in base all’ultimo Dpcm. “A distanza di una settimana dall’ultimo Dpcm in cui si chiedeva allo sport di base di adeguare le proprie strutture e attività alle misure di sicurezza, dispiace appurare come le premesse di quel provvedimento non siano state rispettate. Le nostre ASD e SSD erano già adeguate fin dalla riapertura seguita al primo lockdown. E i controlli effettuati dalle competenti autorità hanno potuto solamente confermarlo. Per farlo avevano speso soldi, fondi e agevolazioni che l’US Acli ha messo a disposizione per la loro sopravvivenza. Risorse che ormai sono finite”.

“Lo sport non è solo gioco, passione, passatempo, come in molti ancora superficialmente pensano – prosegue Lembo – Lo Sport è anche e soprattutto benessere, salute ed economia sociale, quella stessa economia che ora è messa in ginocchio e rischia di non esserci più. Fermare una realtà che viveva di benessere, salvaguardia della salute per stile di vita e non per imposizione, significa dargli il colpo di grazia finale. In palestra non si può andare, ma sugli autobus e metropolitane senza distanze di sicurezza si può. Sinceramente non ne comprendiamo il senso”. “Avete chiesto voi alle realtà sportive di applicare rigidi protocolli, ora cosa racconteremo alle nostre realtà sportive? Auspichiamo – conclude il presidente dell’Us Acli – anzi a questo punto pretendiamo, lo stesso rispetto delle altre categorie. E risorse indispensabili per la sopravvivenza di un comparto che rischia di scomparire per sempre”.

“Lo sport è essenziale, per salute ed economia: non può essere considerato un’attività non essenziale, chiuderlo è errato. Così rischiamo solo il collasso”. Lo dice in una nota Bruno Molea, presidente dell’Associazione italiana cultura sport. “Lo dimostriamo con i fatti da sempre: sport è educazione per i più piccoli, socialità, prevenzione medica, risparmio della spesa sanitaria, benessere. Ma è anche economia, posti di lavoro, produttività- rimarca il presidente Molea- Siamo insomma sia un’agenzia educativa al pari della scuola, sia un’attività produttiva al pari di tante altre, quindi davvero non si capisce il perché di questo nuovo fermo. Semmai sarebbe stato opportuno intensificare i controlli, quelli sì: i nostri protocolli, come quelli di tanti altri soggetti sportivi sono rigidi e non lasciano nulla al caso. Lo dimostra il fatto che ai campionati nazionali Aics degli ultimi mesi, nonostante l’alta affluenza, non si sia registrato un solo caso di contagio. Si lasci modo alle attività sportive, inserite in contesti e protocolli codificati, di proseguire nelle proprie attività e si sostenga dal punto di vista economico il mondo dello sport di base che, con un altro lockdown, rischia di non riaprire mai più”.

Donne in movimento


A San Benedetto del Tronto, in occasione del “mese rosa” prosegue l’iniziativa dell’US Acli Marche che promuove l’attività fisica come strumento di contrasto all’insorgere del tumore al seno. Infatti, per affrontare tale patologia è particolarmente importante, oltre alle cure precoci, l’adozione di stili di vita corretti: le donne che svolgono regolarmente sport riducono il rischio di ammalarsi di circa il 15/20%.

Si avvia alla conclusione ottobre, il cosiddetto “Mese rosa”, mese da sempre dedicato alla salute della donna ed in particolare alla prevenzione del tumore al seno. Una patologia, questa, che presenta dati sempre più allarmanti. In Italia, ad esempio, si registrano 480000 nuovi casi ogni anno. Una donna su nove si ammala di tumore del seno nel corso della vita. Sebbene i tumori del seno siano altamente curabili (oltre il 97% di guarigioni quando il tumore è scoperto in fase iniziale”), 450000 donne ogni anno nel mondo perdono la loro battaglia e ben 12000 in Italia. Il tumore del seno è la principale causa di morte per cancro della popolazione femminile mondiale.

Proprio per questo anche nel corso dell’anno 2020 l’Unione Sportiva Acli Marche, in collaborazione con l’assessorato alle politiche sociali del Comune di San Benedetto del Tronto, ha organizzato una serie di iniziative finalizzate a promuovere le opportunità di movimento e di
attività fisica per donne di ogni età. L’attività fisica può infatti ostacolare la formazione del tumore. Le donne che svolgono regolarmente sport presentano una riduzione del rischio di ammalarsi di circa il 15/20%. Questi effetti sono più evidenti in post-menopausa, ma praticare sport fin dall’adolescenza aiuta a diminuire l’incidenza di tumore che poi si svilupperebbero al termine dell’età fertile.

Grazie alla collaborazione con la Lilt di Ascoli Piceno, nell’ambito delle iniziative “Lilt for women” e della campagna “Nastro rosa”, è stata inoltre distribuita la guida “E’ ora di prenderti cura di te” che aiuta a conoscere meglio il tumore alla mammella. La campagna informativa andrà avanti fino al mese di dicembre 2020, mentre nel periodo estivo sono state organizzate lezioni gratuite di yoga presso l’Hotel Pineta e presso lo stabilimento Poseidon & Nettuno, lezioni che hanno coinvolto più di 100 persone. Nel periodo primaverile del lockdown, invece, sono stati diffusi video che hanno permesso alle donne di fare attività fisica presso la propria abitazione”.

 

A che gioco stiamo giocando?


Parte dal Csi di Reggio Calabria la denuncia per la mancata tutela dei ragazzi residenti nei quartieri difficili della città calabresi. Il servizio di Elena Fiorani.

Gli oratori e i campetti sono chiusi e alcuni bambini giocano nelle sale delle slot machine, rimaste aperte perché non sarebbero fonte di contagio. Il Centro sportivo italiano di Reggio Calabria denuncia la grave situazione dei ragazzi che, non avendo accesso alle attività ludiche e motorie, sarebbero maggiormente esposti alle devianze e alla solitudine. Il campetto, la strada, la piazza sono off–limits, mentre le sale slot rimangono aperte, come se ci fosse una promiscuità da punire, ed una invece, concessa.

“Gli strumenti ci sono, basta cercarli – dice il presidente del Csi Reggio Calabria, Paolo Cicciù – . Durante i mesi del lockdown, abbiamo elaborato una proposta di Sport di Comunità che facesse rivivere i cortili. Crediamo che la modellizzazione di quella esperienza possa evitare che le strade dei quartieri si svuotino andando ad allargare la platea di sale slot e piazze di spaccio”.

Una gara speciale


L’ultimo caso è quello che ha coinvolto il nigeriano Victori Osimhen attaccante del Napoli che, dopo il primo gol in maglia azzurra, ha esultato mostrando una maglia con su scritto #EndPoliceBrutality in Nigeria. All’ombra del Vesuvio continua la battaglia che si sta combattendo anche oltreoceano, nelle strade e negli impianti sportivi americani, con lo slogan #BlackLivesMatter.

La presa di posizione di Osimehn non è la prima, ma probabilmente non sarà neanche l’ultima. Cambia la destinazione, ma non cambia certamente il contenuto. La brutalità della polizia. Dall’America alla Nigeria, il succo non cambia. Probabilmente cambiano le motivazioni. Negli States, infatti, la lotta contro gli abusi di potere delle autorità parte già dagli anni ’60, quando ancora non esisteva la parità di diritti in tutto lo stato americano. Nonostante, però, negli anni si sia emendata la Costituzione non è cambiata in tutti la percezione dell’uguaglianza.

Allora il pugno al cielo con il guanto di Tommie Smith e John Carlos, emulato da Gwen Berry, la corsa senza scarpe di Abebe Bikila sono state battaglie che hanno iniziato alla protesta sportiva. Si è continuato a lottare, da soli o in gruppo. Ci hanno provato anche tutti gli sportivi di baseball, di basket, di calcio della nazione a stelle e strisce non presentandosi sul campo durante i play-off costringendo le federazioni al rinvio di massa. A pagare maggiormente, però, sono stati nel ’68 Peter Normann, sul podio delle Olimpiadi con la coccarda dell’organizzazione dei diritti dell’uomo, e dopo di lui Colin Kaepernick, che ha aperto alla strada dell’inginocchiamento durante l’inno, imitato da tanti.

Non metteteci in fuori gioco


Gli appelli al governatore della Lombardia: il Centro Sportivo Italiano sottolinea come lo sport educativo sia un diritto irrinunciabile per giovani e ragazzi; l’Unione italiana sport per tutti evidenzia la situazione di migliaia di società che sono un patrimonio sociale e garantiscono il diritto allo sport, con riflessi economici importanti per il reddito degli operatori impegnati con l’associazionismo dilettantistico.

Quando i limiti non fanno paura


Giona è una giovane sordocieca, vive con la sua famiglia a Riva del Garda, e la sua passione è l’arrampicata. Nel suo blog “La forza delle parole” racconta le sue imprese sulla roccia e nella vita quotidiana, e il suo obiettivo: entrare nella squadra nazionale di paraclimbing. La vetta più alta raggiunta è essere riuscita a comunicare con gli altri, anche grazie alla Lega del filo d’oro.

Quando si arrampica, Giona sente la roccia sotto le dita. A volte dura, a volte levigata, tocca l’anima della montagna, scegliendo ogni volta il posto più giusto dove poter poggiare mani e gambe senza dare troppo fastidio. Quando si arrampica, Giona riesce ad ascoltare la voce del
vento. Più sale e più la sente sul viso, più si fa forza e più le sembra di andare veloce fino su in cima. Giona Haxhiraj è una giovane donna di origini albanesi, vive con la sua famiglia a Riva del Garda, in provincia di Trento e da subito ha conosciuto i lati più estremi dell’esistenza. La durezza di un destino non scelto e la bellezza di riuscire a reagire. Racconta i suoi primi passi verso un mondo che non riusciva a vedere né a sentire: difficile capire chi si può essere davvero, quando all’età di dieci anni ci si sforza di percepire la realtà proprio come fanno gli altri, ma con più fatica.

Difficile aprirsi ad un mondo non sempre amico, «che ti guarda attraverso gli occhi dei tuoi problemi fisici». Una sensazione che Giona non dimentica ma che è riuscita a vincere quando ha conosciuto il filo d’oro che l’ha salvata. «Mi sono sentita presa in braccio e accompagnata davvero per la prima volta», racconta ricordando il momento in cui, scoprendo la realtà della Lega del Filo d’Oro, ha finalmente cominciato a vivere da persona. «Ho capito che potevo essere guardata come essere umano e non come semplice incubatrice di problemi». Da quel momento ha realizzato che poteva essere Giona, in tutti i suoi sensi, quegli stessi che, anche se in parte differenti dagli altri, era disposta a mettere in gioco per vivere a pieno i suoi anni.

«Era il 2008 quando ho conosciuto la “Lega”, ero una bambina spaurita, non sentivo, non usavo neanche il bastone bianco, chiusa in me stessa vivevo una realtà difficile”. Più di dieci anni sono passati da quel momento e ora la forza di una 23 enne piena di vita è diventata luce per tante persone. Membro del Comitato delle Persone Sordocieche, cerca di raccogliere le esigenze di tutti quelli che vivono la sua stessa condizione. Li può ascoltare Giona, non solo attraverso l’impianto cocleare, «la piccola radiolina sulla testa» che le permette di sentire voci e suoni, ma «con il cuore».

Cimiteri di biciclette


Dopo il boom degli ultimi anni, in estremo Oriente proliferano i luoghi di smaltimento per i resti di centinaia di migliaia di mezzi del bike sharing. Spariti gli investimenti multimilionari, ora tocca ai contribuenti pagare per la rimozione di cicli ritrovati un po’ ovunque, alcuni persino nel letto dei fiumi. Mentre alcune compagnie superstiti hanno trovato modi creativi di riciclarle.

Oggi, secondo Bloomberg, il numero di aziende nel settore è drasticamente diminuito, e le loro priorità sono cambiate: nelle grandi città sono rimaste solo tre compagnie e tutte hanno deciso di essere responsabili dell’intero ciclo di vita delle loro biciclette. “Molte piccole aziende di bike sharing non avevano la sensibilità o la possibilità di essere ecosostenibili” ha affermato Xie Peng, manager di Hellobike, una delle compagnie ancora attive sul territorio. Nel frattempo, per strada e nelle discariche improvvisate, circa 30 milioni di biciclette rotte, usurate o inutilizzate aspettano ancora di essere smaltite o rimesse in circolazione. A Fujan, nel Sudest della Cina, il cimitero più grande ne contiene circa 200mila.

In aiuto delle autorità locali sono arrivate aziende come China Recycling, che dal 2017 ha rimosso e acquistato circa 4 milioni di biciclette per recuperarne i materiali (acciaio, metallo e plastica). Inoltre, le tre compagnie superstiti hanno trovato modi creativi di riciclarle: Mobike ha creato una linea di mobili di design e costruito una pista di atletica; Ofo e Obike hanno venduto le loro biciclette usate a un imprenditore birmano che le ha riparate e donate agli studenti del suo paese. A marzo, i media cinesi avevano iniziato a parlare di una seconda giovinezza del bike sharing: di ritorno a lavoro dopo i mesi di quarantena, i pendolari avevano dimostrato di preferire la bicicletta agli altri mezzi di trasporto pubblici, in modo da potersi spostare all’aria aperta e limitare al minimo il contatto umano. Ad oggi, i pendolari cinesi stanno lentamente tornando alle loro abitudini pre-Covid, diminuendo progressivamente l’uso dei servizi di bike sharing o pedalando per tragitti più brevi.