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Lega Pro e Unhcr lanciano la “Integration League”, un torneo misto di calcio che unisce rifugiati e comunità locali


Integration League

E’ la nuova iniziativa della Lega Pro sostenuta dall’UNHCR che unisce rifugiati e comunità locali di tutta Italia, in un torneo misto di calcio. Hanno aderito al progetto 8 club che daranno vita ad un mini-campionato con squadre con 16 giocatori, italiani e rifugiati.

Il calcio sbarca nel campo dell’inclusione con la Integration League, nuova iniziativa promossa da Lega Pro con il supporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e Project School e cofinanziata dall’Unione Europea, che unisce, pallone tra i piedi, rifugiati e comunità locali di tutta Italia con un torneo misto.
Integration League coinvolgerà, mixandoli, cittadini italiani e rifugiati, richiedenti asilo, titolari di protezione sussidiaria e temporanea, hanno aderito 8 club della Lega Pro, dalla Lombardia alla Puglia: Ancona, Fidelis Andria, Cesena, Feralpisalò, Virtus Francavilla, Monopoli, Potenza, Reggiana. Con questo mini-campionato sale alla ribalta una progettualità che, ancora una volta, fa emergere la straordinaria capacità dei club di Serie C di essere vicini ai territori e di dare risposte concrete alle comunità, dando rilevanza pratica ad una capacità di inclusione finora inespressa e sfruttando il gioco del calcio come nuovo modello di integrazione per dare un senso di normalità. Farlo mettendo al centro le persone, soprattutto chi vive in condizioni di difficoltà, rappresenta una formidabile opportunità per sviluppare nuove amicizie, sentendosi sicuri e, soprattutto, accolti.

All’interno di una perfetta azione di integrazione a livello di sistema, la Integration League vedrà quindi la formazione di 8 squadre, composte da 16 giocatori (8 cittadini italiani e 8 rifugiati), richiedenti asilo, titolari di protezione sussidiaria e temporanea, di sesso maschile residenti o domiciliati nelle città dei club di Lega Pro aderenti. Le squadre si alleneranno per 5 mesi nelle strutture messe a disposizione dai club per poi competere tra loro in un vero e proprio torneo di 15 partite, giocandosi il titolo nella finale decisiva da disputare in un importante stadio italiano.

Oltre agli allenamenti dei vari team, all’interno del progetto saranno organizzate anche altre attività collaterali con obiettivi formativi e di sensibilizzazione sui temi dell’inclusione e della diversità che coinvolgeranno le istituzioni locali, i centri sportivi giovanili e le scuole.
Integration League “fa scopa” con l’attività che fin dal 2005 la FIGC – Federazione Italiana Giuoco Calcio svolge con il “Progetto Rete!”, con cui oltre 3.000 minori stranieri non accompagnati accolti nei Progetti SPRAR/SIPROIMI (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) di tutta Italia compiono un passo decisivo verso l’inclusione nel nostro Paese attraverso il calcio, dimostrando che a far vincere la partita della convivenza e valorizzazione reciproca nella società non sono il razzismo e la denigrazione del nuovo, dello straniero e del diverso, bensì – anche attraverso lo sport più seguito del Paese – la sua integrazione ed inclusione.

Oggi a Scampia (Na) la prima tappa delle “Ecolimpiadi”: la campagna Legambiente-Ecopneus


“Ecolimpiadi”

Ecopneus e Legambiente promuovono lo sport sostenibile come strumento di inclusione sociale e rigenerazione urbana. In programma giornate tematiche dedicate alla pratica sportiva in spazi urbani riqualificati con materiali e tecnologie sostenibili.

La campagna prevede quattro tappe (Napoli, Bari, Milano, Roma) dove saranno organizzati eventi dedicati alla pratica sportiva in chiave green ed incontri con le istituzioni e altri stakeholder del territorio per promuovere buone pratiche e percorsi condivisi e partecipati di
riqualificazione e rigenerazione urbana. La prima tappa si svolge oggi 13 aprile a Scampia (NA) presso il campo di calcio dello “Stadio Antonio Landieri”, luogo simbolo della rigenerazione urbana realizzato con la gomma riciclata da Pneumatici Fuori Uso della filiera Ecopneus.

Ecopneus, società senza scopo di lucro principale operatore della gestione dei PFU-Pneumatici Fuori Uso in Italia, è tra i principali partner dell’iniziativa: un viaggio in quattro tappe (Napoli, Bari, Milano e Roma) dove saranno realizzate giornate tematiche dedicate alla pratica sportiva sostenibile in spazi urbani riqualificati grazie all’utilizzo di materiali e tecnologie sostenibile, con attività di animazione aperte ai giovani e a tutti i cittadini, a cui prenderanno parte anche atleti e testimonial, ma anche incontri e conferenze stampa con le istituzioni e le amministrazioni locali per promuovere un dialogo e favorire percorsi condivisi e partecipati di riqualificazione e rigenerazione urbana.

“Siamo orgogliosi di essere al fianco di Legambiente in questa nuova ed importante iniziativa che ci permette di sostenere la diffusione delle superfici sportive in gomma riciclata attraverso una bella opportunità di inclusione per i cittadini e di sviluppo per le nostre città. – ha dichiarato il Direttore Generale di Ecopneus Federico Dossena – Siamo fiduciosi che questo progetto sia percepito quale esempio concreto di come l’economia circolare della gomma riciclata da PFU possa essere un motore per lo sviluppo sostenibile delle comunità e continueremo a lavorare con determinazione per realizzare il suo pieno potenziale. Nel settore dell’impiantistica sportiva la gomma riciclata è un vero e proprio valore aggiunto che consente di realizzare superfici ai massimi livelli, apprezzate anche dagli atleti professionisti. Grazie all’ottimale risposta elastica e all’elevata capacità di assorbimento degli urti offerte dalla gomma, le pavimentazioni rispondono perfettamente alle esigenze delle varie discipline, coniugando alla perfezione sport e ambiente, per una pratica sportiva sempre più all’insegna della sostenibilità”.

La gomma riciclata grazie alle sue caratteristiche è infatti un materiale ideale per il mondo dello sport, e consente di ottenere superfici sportive di altissimo livello e attente all’ambiente. Un’innovazione tecnologica promossa e supportata da Ecopneus, per favorire un sempre maggiore impiego della gomma riciclata in quei settori quali lo sport, nei quali rappresenta un alto valore aggiunto poiché consente di migliorare le performance rispetto alle superfici sportive tradizionali e salvaguardare la salute di chi pratica attività sportiva, contribuendo inoltre all’economia circolare in Italia.

Calcio e sostenibilità ambientale: a Friburgo lo stadio più green di Germania


Gradinate sostenibili

Tutto a Friburgo è green, anche lo stadio, considerato il più verde di Germania e uno dei più sostenibili al mondo. Quando venne inaugurato, nell’ottobre del 2021, il Friburgo gli attribuì titolo di “stadio più ecologico del mondo”, ma poi venne rintuzzato dai turchi del Galatasaray, che fecero notare come il record spettasse al loro Nef Ali Sami Yen Stadium.

“Si distingue in tutte le specialità: è come se fosse medaglia d’oro nel decathlon”, osserva Andrea Burzacchini, modenese che da oltre vent’anni vive a Friburgo dove gestisce Aiforia, un’agenzia di progetti ambientali internazionali che collabora anche con la municipalità. “Possiamo rappresentare il Comune di Friburgo in quelle che sono chiamate visite tecniche e che spesso sono effettuate da amministratori di altre città. Abbiamo accolto, per esempio, il sindaco di Fukushima”.

Allo stadio si può arrivare in piedi, in bici (ci sono 3700 stalli per ospitarle, mentre i posti auto sono solo 2500, comunque contestati dagli ambientalisti) o in tram: chi ha il biglietto della partita non paga la corsa, ma a Friburgo lo stesso succede a chi va al teatro o in Fiera, perché una piccola percentuale del tagliando viene infatti girata all’azienda dei trasporti, che così può fare viaggiare gratuitamente spettatori e visitatori. “È un sistema che ho cercato di introdurre in Italia quando ho guidato l’agenzia per la mobilità della provincia di Modena”, dice Burzacchini, “ma non sono riuscito a mettere tutti d’accordo”.

Ristoranti, negozi, spogliatoi, uffici e anche il terreno di gioco vengono invece riscaldati con il calore in eccesso prodotto da un’azienda della vicina zona industriale. Non si butta via niente: all’Europa-Park la birra viene servita in bicchieri di plastica riciclabili che non vengono gettati ma restituiti, e rimborsati, come dei vuoti a rendere: è un altro esempio della filosofia ambientalista dei friburghesi che si estende al club calcistico, il quale ha una coscienza ecologista antica, visto che già nel vecchio stadio, lo Schwarzwald-Stadion, fin dagli anni Novanta tre tribune vennero ricoperte di pannelli fotovoltaici e la quarta di pannelli solari: i lavori vennero finanziati dai tifosi stessi che, “adottando” un pannello, ricevevano in cambio la priorità nella lista d’attesa per comprare l’abbonamento per le gare di Bundesliga.

Lasciare lo Schwarzwald-Stadion (significa Stadio della Foresta Nera) non fu facile, perché molti friburghesi temevano che un nuovo impianto, costruito e gestito da una società mista pubblico-privato, avrebbe tradito lo spirito ecologico del vecchio: dopo anni di discussioni, il consiglio comunale diede il via libera soltanto a condizione che alla popolazione venisse sottoposto un referendum confermativo. I sì vinsero con il 65%, anche perché molti temettero che un qualunque comune della cintura si offrisse si ospitare il nuovo impianto senza rispettare i vincoli ambientalisti che invece Friburgo non tradisce.

Riparte la campagna “Odiare non è uno sport”: coinvolti 600 docenti e 2200 studenti


Odiare non è uno sport

Riparte la campagna per dire no all’hate speech nello sport. Il progetto darà vita al secondo Barometro dell’odio e coinvolgerà in percorsi formativi interattivi e multimediali 600 docenti di scuole secondarie e 2200 studenti, oltre a 900 giovani sportivi.

Veicolo di crescita e confronto, palestra di vita, lo sport coinvolge milioni di ragazzi e ragazze nel nostro Paese ed è un importante terreno di inclusione e aggregazione sociale. Allo stesso tempo però lo sport è divenuto anche, e sempre più, terreno di scontri, discorsi e gesti d’odio, che nella dimensione digitale si potenziano e diffondono in maniera esponenziale.
È così che, anche grazie all’aiuto di diversi campioni azzurri, in occasione della Giornata Mondiale dello Sport, riprende nuovo slancio la campagna #Odiarenoneunosport, sostenuta dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo (CVCS), con una fitta rete di partner su tutto il territorio nazionale.

Avviata nel 2020 con un primo studio del fenomeno affidato all’Università di Torino (Centro Coder), che ha elaborato il primo Barometro dell’Odio nello sport monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive, la campagna ha raccolto le testimonianze di campioni dello sport azzurro, come Igor Cassina, Paola Egonu, Stefano Oppo, Alessia Maurelli, Frank Chamizo, Valeria Straneo, Angela Carini e tanti altri. Al loro fianco le straordinarie storie di inclusione sociale avvenute attraverso lo sport sul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta “Odiare non è uno sport”.

Riparte oggi con nuovo slancio non solo la campagna di sensibilizzazione, che si svolgerà contestualmente alla delicata fase della preparazione olimpica degli Azzurri verso Parigi 2024, ma anche un importante progetto di prevenzione e contrasto all’hate speech. Il progetto porterà alla realizzazione del secondo Barometro dell’Odio nello sport e al coinvolgimento in percorsi formativi interattivi e multimediali sulle dinamiche dell’odio nello sport 600 docenti di scuole secondarie, 540 allenatori sportivi del target giovanile, 300 dirigenti di società/ASD, 2200 studenti di scuole secondarie di I e II grado e 900 giovani sportivi della fascia 11-18.

Saranno costituite anche 9 squadre territoriali di attivisti digitali anti-odio, composte da studenti e giovani coinvolti nelle attività di formazione, che condurranno azioni di contrasto all’hate speech sportivo in chat e social frequentati dai giovani, attivando reazioni e risposte di valenza dissuasiva ed educativa.

“Premio Mondonico”: assegnato il riconoscimento a 20 campioni dello sport sociale


“Premio Mondonico”

Assegnato a 20 campioni dello sport sociale il riconoscimento per chi ha saputo interpretare lo sport come strumento di inclusione e di integrazione. Il servizio di Elena Fiorani.

Il Premio intitolato alla figura di Emiliano Mondonico, calciatore, allenatore e interprete della dimensione partecipativa dello sport, ogni anno premia tecnici, dirigenti e associazioni che promuovono lo sport come strumento di inclusione, puntando ad un’azione educativa e valoriale.
Tra i premiati anche Hassane Niang mister dell’ASD Rinascita Refugees, impegnata nella promozione dei diritti umani, in particolare dei migranti e soprattutto dei minori stranieri non accompagnati. “Lo sport è uno strumento di inclusione sociale potentissimo”, ha dichiarato Hassane che allena la squadra di calcio composta da ragazzi provenienti da varie parti del mondo in cui i diritti umani sono negati, e che qui hanno trovato una possibilità di inserimento sociale nelle comunità di riferimento.

In mountain bike contro il cancro: 460 km percorsi da tre donne dalla Sardegna al Marocco


In mountain bike contro il cancro

Dalla Sardegna al Marocco, per dimostrare a se stesse e al mondo che l’impossibile non esiste. Tre donne, insieme, hanno percorso 460 km su due ruote, seguite da medici, nutrizionisti e tecnici specializzati.

La “Marocco Expedition Women Challenge” è un messaggio di speranza per circa 377mila persone che ogni anno, in Italia, vengono iscritte alle liste delle nuove diagnosi di tumore.
Tre donne, insieme, sono capaci di tutto. Se poi hanno affrontato a muso duro un tumore, hanno una forza che è inimmaginabile persino per loro. La sfida denominata “Marocco Expedition Women Challenge” non era roba da supereroi, ma neppure per gente che si piange addosso: si trattava di un raid in mountain bike, in sentieri impervi tra i deserti e le montagne del Marocco, dalla catena montuosa dell’Alto Atlante al massiccio vulcanico del Jebel Saghro, sino alla famosa Draa Valley. In tutto, 460 km. Per dimostrare, a se stesse prima che al mondo, che spesso l’impossibile è possibile.

Cuore, tenacia e spirito di rivalsa. Così tre donne sarde hanno combattuto e vinto una delle sfide più ardue che abbiano mai affrontato, a parte la malattia. All’inizio erano in quattro: Daniela Tocco, Donatella Mereu e Paola Zonza sono riuscite a partire ma, negli ultimi giorni della preparazione, Daniela Valdes ha dovuto rinunciare per motivi personali. Hanno accolto la proposta di Acentro per il sociale e, insieme, hanno deciso di iniziare un lungo, faticoso percorso fatto di visite mediche, allenamenti, diete bilanciate. Un adeguato addestramento tecnico, unito a una meticolosa preparazione atletica, ha permesso loro di ottenere il via libera dello staff medico-sanitario guidato dal dottor Marco Scorcu, responsabile di Medicina dello sport della Assl di Cagliari e responsabile sanitario del Cagliari Calcio. In Marocco invece era presente la dottoressa Rita Nonnis, chirurga senologa dell’Aou di Sassari, mentre la dottoressa Claudia Collu era la biologa-nutrizionista della spedizione alla quale hanno preso parte il coach Antonio Marino, l’esploratore estremo Maurizio Doro e Michele Marongiu: quest’ultimo, appassionato di ultracycling e amante dei viaggi-avventura in bicicletta, è stato l’ideatore dell’iniziativa. Si è ispirato alla storia di Tiziana Garau, un’altra malata di cancro, che rappresenta idealmente tutte le 182mila donne italiane a cui ogni anno viene diagnosticato un tumore (le nuove diagnosi di tumore tra gli uomini sono invece 195mila).

Paola Zonza ha 43 anni ed è sassarese. Alle spalle dieci anni di basket, prima di approdare in serie con la maglia della Torres femminile: quella, per intenderci, che vinceva gli scudetti a suon di gol realizzati da top player come Parejo, Carta, Guarino e Placchi. «Paoletta, come la chiamiamo noi, incarnava lo spirito delle sarde in gruppo con molti innesti della penisola. Era un elemento fondamentale per lo spogliatoio. Non mi meraviglia che sia riuscita in questa impresa», commenta l’ex presidente torresino Leonardo Marras.

«Quel mio trascorso agonistico mi è servito tantissimo», ammette Paola. «La Marocco Expedition è stata un’esperienza molto impegnativa, ma sono felice di avervi partecipato perché, durante la malattia, avevo dovuto abbandonare l’attività sportiva. Grazie a questa iniziativa mi sono ritrovata in un’altra squadra. Ero titubante, mi chiedevo come potessi interagire con loro: in fondo, io avevo fatto una certa esperienza negli sport di squadra, loro no. Invece mi ha stupito positivamente il loro straordinario cameratismo».

Donatella Mereu è originaria di Portoscuso ma cagliaritana d’adozione. «Non so esattamente che cosa temessi maggiormente, quando sono partita per questa straordinaria avventura», commenta. «Sicuramente lo sforzo fisico, anche se ho sempre amato lo sport all’aria aperta. La bici è arrivata in un secondo momento. Ma forse era prevalente la parte emotiva perché, a differenza delle mie compagne d’avventura, io ancora combatto contro un mieloma mentre loro, fortunatamente, sono state dichiarate clinicamente guarite. Da questa esperienza ne sono uscita più forte».

«Ha ragione Paola, tra di noi c’era un feeling speciale», è il parere di Daniela Tocco. «Ci bastava guardarci negli occhi per capirci al volo e trovare una soluzione a qualunque problema. È stata un’esperienza bellissima, il solo pensare a loro mi fa tornare il sorriso. Certo, la malattia mi ha messo a dura prova e ha lasciato il segno, però mi ha permesso di apprendere delle cose nuove. Avevo una gran voglia di vivere, ora ancora di più: la Marocco Expedition mi ha fatto crescere nell’ascolto e nell’aiuto degli altri».

La presentazione del docufilm realizzato dal videomaker Pierandrea Maxia, avvenuta martedì sera in un albergo del capoluogo sardo, ha strappato più di una lacrima ai numerosi presenti. Il giornalista cagliaritano Giorgio Porrà, uno degli uomini di punta di Sky Sport, ha prestato il suo volto per fare da filo conduttore della trama: la sua presenza è risultata particolarmente significativa e in linea con il progetto, in quanto egli stesso ha dovuto combattere contro un tumore molto aggressivo.

«Quando ti diagnosticano un tumore, dopo la sberla iniziale, pensi a reagire. Ti poni degli obiettivi, anche se non sai se riuscirai a guarire», spiega Paola. Dalla Sardegna al Marocco, per dimostrare a se stesse e al mondo che l’impossibile non esiste. Una straordinaria avventura sulle due ruote, seguite da medici, nutrizionisti e tecnici specializzati. La “Marocco Expedition Women Challenge” è un messaggio di speranza per circa 377mila persone che ogni anno, in Italia, vengono iscritte alle liste delle nuove diagnosi di tumore
Tre donne, insieme, sono capaci di tutto. Se poi hanno affrontato a muso duro un tumore, hanno una forza che è inimmaginabile persino per loro. La sfida denominata “Marocco Expedition Women Challenge” non era roba da supereroi, ma neppure per gente che si piange addosso: si trattava di un raid in mountain bike, in sentieri impervi tra i deserti e le montagne del Marocco, dalla catena montuosa dell’Alto Atlante al massiccio vulcanico del Jebel Saghro, sino alla famosa Draa Valley. In tutto, 460 km. Per dimostrare, a se stesse prima che al mondo, che spesso l’impossibile è possibile.

Lo sport entra nel carcere di San Vittore con “Liberi di giocare”: il progetto di Csi Milano


Liberi di giocare

I detenuti di San Vittore, a Milano, e di Monza, grazie alle società sportive partecipano con entusiasmo alle proposte del progetto promosso dal Csi territoriale: grazie a Liberi di giocare lo sport entra nelle carceri per garantire ai detenuti allenamenti e partite.

Tra i numerosi progetti che il Csi, il Comitato di Milano svolge sull’hinterland e, nello specifico presso le carceri, ce n’è uno che riguarda la “Casa Circondariale Francesco Di Cataldo”, conosciuta come il carcere di San Vittore: “Liberi di giocare”, all’insegna dello sport, per garantire ai detenuti allenamenti e partite di calcio, basket e pallavolo. Proprio nell’ambito del progetto calcio, nelle scorse settimane è avvenuto un episodio degno di nota: durante uno dei tanti e soliti allenamenti svolti all’interno della struttura penitenziaria, tra i detenuti che partecipano con costanza si nota subito l’assenza di chi è sempre presente, ovvero Paolo. La sua assenza non passa inosservata, ma nessuno decide di dargli troppo peso, anche perché spesso capita che al sabato i detenuti si ritrovino impegnati nei colloqui con i familiari. Dopo quasi mezz’ora dall’inizio dell’allenamento, però, accade qualcosa di inaspettato: Paolo è assente per un motivo ben preciso, perché ha ricevuto la notizia che attendeva da tempo, ovvero è libero e può finalmente uscire.

Si sente il rumore inconfondibile del giro di chiave da parte dell’agente, entra Paolo in campo – indossa jeans e un maglioncino, non la solita divisa sportiva – e scatta un applauso: in campo, dalle finestre, nei corridoi. Applaudono tutti, partono anche i cori in suo onore: “Paolino, Paolino, Paolino”. Paolo è quasi un uomo di mezza età e, dopo due anni e otto mesi, torna a rivedere la luce del sole. Tanto affetto è giustificato proprio dalla sua età e perché dentro il Carcere di San Vittore nel corso del tempo è diventato un punto di riferimento, voluto bene e rispettato. Abbracci interminabili da parte di tutti, con Paolo che si ritrova spaesato, in una situazione in cui probabilmente non è abituato a fronteggiare, non sapendo da che parte voltarsi prima, inondato da così tanta umanità dai suoi “compagni di cella” da farlo sentire quasi in imbarazzo.

Travolto dall’affetto della sua famiglia, sì perché dopo anni che condividi ogni minuto della tua vita con le stesse persone, quelle stesse persone diventano la tua famiglia, lascia – quasi come se fosse una superstar dopo l’omaggio ricevuto – il campo e si dirige verso l’uscita: lì dove sa che c’è una nuova e seconda vita che lo aspetta. Spesso, verso le carceri e i detenuti, si ha un atteggiamento pregiudiziale, bollando come “carcerato a vita” – e quindi non un essere umano al nostro pari – una persona solo perché ha varcato, meritatamente o meno, i cancelli di un carcere. Ci si dimentica che ogni persona che finisce dentro, porta con sé una storia, gioie, dolori, sofferenza, rabbia e anche – soprattutto – tanti errori. Ma la storia di Paolo ci restituisce tanta umanità e fa capire quanto noi umani siamo persone fragili. Basta un secondo per compromettere la nostra vita. Ma anche un secondo per tornare a essere umani. Al di là tutto e al netto di tutti gli errori che possiamo commettere, chiunque merita una seconda chance. E la merita anche Paolo, che è tornato a vivere e a svegliarsi con una nuova luce: quella della libertà.

Il cicloturismo non è più un fenomeno di nicchia: lo certifica il rapporto Isnart-Legambiente


Cicloturismo da record

In Italia 33 milioni di presenze per 4 miliardi di euro: il rapporto Isnart con Legambiente fotografa l’evoluzione del settore e conferma che non è più un fenomeno di nicchia: raddoppiati italiani e stranieri che scelgono il nostro Paese per una vacanza su due ruote.

Ormai è un dato di fatto: il cicloturismo non è più un fenomeno di nicchia, ma una voce sempre più importante del comparto turistico, uno dei “nuovi turismi” emozionali ed esperienziali a più rapida crescita. A certificarlo è “Viaggiare con la bici 2023- terzo Rapporto nazionale sul cicloturismo” curato da Isnart (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche) in collaborazione con Legambiente e presentato alla Fiera del Cicloturismo di Bologna. E a testimoniarlo è il raddoppio del numero dei cicloturisti “puri” aumentati dai circa 4 milioni del 2019 a più di 9 milioni del 2022; si tratta di turisti italiani e stranieri che scelgono il nostro Paese per una vacanza su due ruote, «generando nelle destinazioni che li ospitano un impatto economico stimato in oltre 1 miliardo di euro».

Ci sono poi quei turisti, mossi da altre motivazioni, che trascorrono parte della vacanza utilizzando la bicicletta: nel 2022 si stimano siano stati quasi 24 milioni le presenze turistiche riconducibili a questa categoria, per una spesa sul territorio pari quasi a 3 miliardi di euro. «L’aumento considerevole dei cicloturisti puri” – secondo il presidente di Isnart Roberto Di Vincenzo – dimostra come sia cresciuta la maturità del settore perché questo tipo di cicloturista è quello che richiede servizi specifici per il mondo della bicicletta. Chi va in bicicletta per fare una passeggiata non ha una domanda molto forte di bike station o di ciclofficine. Il turista puro invece sì ed è quello che compra le bici, le rinnova, che è attento al mercato e che lo indirizza profondamente».

Secondo il Rapporto, «il cicloturista puro ha un’età media compresa tra i 28 ed i 57 anni (nel 71% dei casi) cui si aggiunge un interessante quota, seppur minoritaria, di baby boomers (il 17,3% ha tra i 58 ed i 72 anni), caratterizzati da una maggiore capacità di spesa rispetto ai più giovani». Un cicloturista su tre viaggia in coppia, uno su cinque da solo o con gli amici. Per l’alloggio si prediligono i bike hotel (28%), seguiti da agriturismi (11%) e camping (7%) attrezzati per le vacanze in bicicletta. I cicloturisti stranieri spendono tendenzialmente di più degli italiani, non solo (comprensibilmente) per le spese di viaggio (si parla di una differenza di 143 euro) ma anche per l’alloggio: in media 15 euro in più al giorno a persona.

«Il fenomeno del cicloturismo si sta consolidando e rafforzando in tutto il Paese – spiega Sebastiano Venneri, responsabile Turismo e Innovazione di Legambiente -, ma uno dei dati più interessanti è quello della redistribuzione dei flussi verso il Sud, che rappresenta la vera novità e sul quale questo rapporto dedica un focus particolare».
Se è infatti vero che il mercato del cicloturismo italiano si è sviluppato prima ed è ancora in gran parte concentrato in alcune regioni italiane, con Veneto, Trentino-Alto Adige e Toscana che da sole attraggono il 47% dei flussi cicloturistici del 2022, è anche vero che ci sono interessanti segnali di come il fenomeno si vada progressivamente diffondendo in tutto il Paese.

Tra il 2019 e il 2022, infatti, la quota di cicloturisti che scelgono il Sud è passata dal 7% al 17,4% del totale; ed in crescita risulta anche il Centro Italia passato dal 10,9% al 15,8%. «Se nel 2019 otto turisti su dieci andavano nel Nord a pedalare – continua Venneri – ora sono diventati 6, 5. Il fenomeno è esploso nel Sud trainato dalla Puglia e nel Centro dalla Toscana e dall’Abruzzo, regione questa che ha una delle più alte presenze di cicloturisti sul totale delle presenze turistiche, quello che il Rapporto chiama indice di specializzazione».

Per il Sud Italia, il cicloturismo rappresenta una importante occasione per un allungamento della stagionalità, per contrastare il fenomeno dell’overtourism e un importante volano di potenziale sviluppo in chiave turistica delle aree interne. «Il cambiamento climatico – spiega Venneri – impone la destagionalizzazione. Occorre dare una alternativa alla canicola estiva, ad esempio, sfruttando le aree più interne o ripensando l’utilizzo delle nostre montagne di inverno, ora che la neve scarseggia».

Un segmento in forte espansione e al quale il Rapporto Isnart dedica un altro focus è il cicloturismo di alta gamma, «nicchia di cicloturisti a elevata capacità di spesa che sta progressivamente creando un’offerta caratterizzata da servizi personalizzati e ad alto valore aggiunto». È un turista che proviene spesso dal mondo anglofono, viaggia in coppia o con gruppi di amici, ha una età media tra i 50 e i 55 anni, di elevato profilo sociale e curioso di conoscere territori italiani, l’enograstronomia, le tradizioni locali e i luoghi meno battuti dal turismo di massa .

Il mercato del cicloturismo è previsto in ulteriore crescita nel 2023 da 9 operatori specializzati su 10, gli stessi che, mediamente, hanno visto crescere il proprio fatturato fino a quasi triplicarlo nell’ultimo triennio, «anche sfruttando in questo caso positivamente – sottolinea il Rapporto – gli esiti della pandemia».

Un settore che dunque ha ancora enormi potenzialità di crescita, ma al quale è necessario dare risposte rapide e concrete, a partire dalle infrastrutture. Su questo il Rapporto suggerisce di battere su un aspetto fortemente caratterizzante del nostro Paese, cioè la presenza di strade secondarie a bassa intensità di traffico abbandonate dal traffico motorizzato, un patrimonio di cui è ricca l’Italia, un sistema di ciclovie di fatto.

«L’Italia – spiega Venneri – è l’unico Paese in Europa che può vantare una rete di collegamento fatta di piccole arterie tra centri di alta attrazione turistica e che hanno il meglio del patrimonio paesaggistico, storico, naturalistico ed enogastronomico, un’offerta cicloturistica originale tipica italiana, capace di colmare il divario con quei paesi del centro Europa che possono contare da anni su una solida rete di ciclovie dedicate. Ben venga dunque investire nel Sistema delle ciclovie turistiche di interesse nazionale, ma basarsi solo su quello significa tempi troppo lunghi rispetto alla velocità di crescita del comparto».

Riportare in vita queste infrastrutture “naturali” spesso inutilizzate significa anche migliorare la connettività rurale, rigenerare territori, restituire vita in aree in aree remote e stimolare le economie locali. Infrastrutture “naturali” che possono essere fruibili dal cicloturista con investimenti limitati nei tempi e nei costi, da realizzarsi prevalentemente sulla segnaletica, su servizi specifici dai bike hotel, al noleggio alle ciclofficine. Importante è anche la realizzazione di colonnine di ricarica delle ebike, mezzi che assumono un ruolo sempre più importante nello sviluppo del cicloturismo, permettendo ad una fascia sempre più ampia di turisti non particolarmente allenati di affrontare salite o lunghi percorsi su due ruote.

E i dati di Confindustria Ancma confermano questa tendenza positiva delle bici elettriche: se infatti nel 2022 il mercato delle bici in generale ha registrato un -10% di pezzi venduti (un rallentamento fisiologico, secondo Ancma, soprattutto dopo il boom prodotto in particolare dagli incentivi) quello delle ebike è schizzato a + 14 % . In questo senso, scrive il Rapporto, «un’occasione sicuramente importante e da non lasciarsi sfuggire, anche in termini di adeguamento infrastrutturale del Paese, a cominciare dalla disponibilità di una rete di colonnine di ricarica, è offerta dal Pnrr che, nell’ambito di più missioni, ha destinato cospicue risorse finanziarie ad investimenti che al cicloturismo più o meno direttamente si riconducono».

Piano sport sociale: boom di domande per i bandi su Inclusione, Quartieri, Carceri e Parchi


Promuovere la partecipazione

Boom di domande per i bandi di Sport e Salute su “Inclusione”, “Quartieri”, “Carceri” e “Parchi”. Sono state circa 1500 le domande inviate per partecipare ai progetti previsti dal Piano per lo Sport Sociale da 16 milioni di euro.

Sono state circa 1500 le domande inviate alla scadenza di venerdì scorso sulle piattaforme per l’inserimento delle candidature agli Avvisi pubblici “Inclusione”, “Quartieri”, “Carceri” e “Parchi” attiva dal 24 febbraio sul sito di Sport e Salute S.p.A.. Si tratta dei progetti previsti dal Piano per lo Sport Sociale da 16 milioni di euro, promosso grazie al Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e al Dipartimento per lo Sport, che mira ad abbattere le barriere di accesso all’attività sportiva e a declinare concretamente il principio del diritto allo sport per tutti.

I progetti sono quattro: Inclusione (2,4 milioni) che si pone l’obiettivo dell’integrazione dei gruppi a rischio di emarginazione e delle minoranze, garantendo a tutti l’accesso alla pratica sportiva, Quartieri (3,7 milioni) che intende favorire l’alleanza educativa tra il sistema sportivo e il sistema del Terzo Settore, Sport nei Parchi (3,3 milioni) che ha l’obiettivo di realizzare nuove aree sportive attrezzate all’interno di parchi comunali pubblici o spiagge e per la prima volta Carceri (3 milioni) che promuove lo sport come strumento ed opportunità di rieducazione per i detenuti, attraverso il potenziamento dell’attività sportiva. Le richieste sono state avanzate da ASD/SSD, Enti del Terzo Settore di ambito sportivo e Comuni.

Analizzando i dati si evince che per il progetto Inclusione il maggior numero di domande sono giunte da Lazio, Sicilia, Campania e Puglia. Per quello dei Quartieri Lazio, Campania e Sicilia sono in testa per numero di richieste. Situazione simile per il progetto Carceri dove Lazio, Sicilia e Puglia sono in cima alla lista. Scenario differente per quanto riguarda Sport nei Parchi per il quale invece il maggior numero di domande è giunto da Piemonte, Veneto e Toscana.