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Sport e comunità, non solo vittorie: a Varese contano i valori sociali


Un altro approccio – A Varese lo sport cambia pelle: non basterà più vincere un campionato per essere premiati, d’ora in poi, a contare davvero, sarà il “peso” sociale dell’attività svolta sul territorio. Al via un nuovo premio per l’accessibilità e l’impatto sulla comunità e la “Patente della sportività”: ogni club ha un bonus che viene decurtato per comportamenti antisportivi.

Il nuovo riconoscimento voluto dal Comune non sarà il solito “galà dei campioni”. L’indirizzo emerso è chiaro: dare massimo rilievo a chi svolge un lavoro sociale importante.
«Non interessa se una squadra vince la terza categoria – è stato ribadito in Commissione –, se l’ultima in classifica ha fatto giocare stabilmente due ragazzini in difficoltà, per noi vince lei».

Il premio avrà criteri di punteggio che premieranno l’accessibilità e l’impatto sulla comunità, mettendo in secondo piano i risultati agonistici. Per evitare “bocciature” pubbliche poco eleganti, la Commissione porterà in Consiglio Comunale un solo nome per categoria, frutto di una selezione rigorosa, tutelando così i candidati non scelti.

Parallelamente al premio, avanza il progetto della Patente a punti per le società. Il meccanismo è mutuato dal codice della strada: ogni club parte con un bonus che viene decurtato in caso di comportamenti antisportivi.

Il monitoraggio: verranno analizzati i referti arbitrali delle diverse federazioni, squalifiche pesanti o multe per il comportamento del pubblico si trasformeranno in “punti meno”; si pensa di coinvolgere i ragazzi del Liceo Sportivo come “osservatori di fair play” per monitorare il clima sugli spalti; in più l’idea, ancora da definire nei contorni precisi, è quella di punire chi si comporta male con sanzioni o penalità.

Si è discusso anche della governance di questi progetti. L’idea è di affidare le valutazioni alla Commissione Sport, che fungerà da giuria tecnica per pesare i comportamenti virtuosi e quelli da sanzionare. Un lavoro “pesante” che richiederà l’analisi costante dei dati raccolti durante i weekend di gara.

Il progetto non sarà solo punitivo: le società che organizzeranno attività educative, webinar sul tifo corretto o progetti di inclusione riceveranno punti bonus. L’obiettivo dell’amministrazione è consolidare l’aspetto educativo dello sport, trasformandolo in un pilastro della cittadinanza attiva a Varese.

«Vogliamo dare un segnale forte – ha concluso l’assessore Stefano Malerba in Commissione, appoggiato da tutti quanti i membri –. Lo sport a Varese deve essere sinonimo di educazione. Chi non si adegua, ne pagherà le conseguenze».

Sport e diritti: test genetici alle atlete, scoppia la polemica sul Cio


Il Medioevo dello sport – Oltre 70 organizzazioni internazionali che si occupano di sport e diritti denunciano che il Cio, su proposta di un gruppo interno, starebbe valutando di introdurre test genetici obbligatori per tutte le atlete. Le conseguenze sarebbero concrete e pesanti soprattutto per le donne più vulnerabili che verrebbero sottoposte a test invasivi ed esposte a umiliazioni pubbliche.

Il Comitato olimpico internazionale, su proposta di un gruppo interno i cui membri non sono noti, starebbe valutando di introdurre test genetici obbligatori per tutte le atlete, sulla falsariga di quanto stabilito già dalla Federazione internazionale di atletica leggera. L’appello delle organizzazioni: «Un processo segreto non potrà mai portare a una politica rispettosa dei diritti. In vista di Los Angeles 2028 il Cio si piega a Trump»

«Così si torna indietro di trent’anni»: non convince la possibilità al vaglio del Comitato olimpico internazionale di introdurre test genetici obbligatori per verificare il sesso delle atlete (e vietare la partecipazione di donne transgender e intersex alle Olimpiadi). A metterlo nero su bianco oltre 70 organizzazioni internazionali che da anni si occupano di sport e diritti. Tra questi Sport & Rights Alliance, ILGA World e Humans of Sport. L’appello è netto e chiede al Cio di fermarsi.

Le indiscrezioni raccolte da Domani parlano di raccomandazioni già formulate da un gruppo interno: test genetici per tutte. Una linea dura che, secondo le organizzazioni, colpirebbe proprio coloro che lo sport dovrebbe proteggere. «Il controllo del genere e l’esclusione danneggiano tutte le donne», dice Andrea Florence, direttrice della Sport & Rights Alliance. Non solo chi verrebbe esclusa, ma anche chi resterebbe: sottoposta a verifiche, esposta al sospetto, costretta a dimostrare di essere ciò che è.

Torna in mente il caso di Caster Semenya: due volte campionessa olimpica degli 800 metri, esclusa da alcune competizioni sportive per essersi rifiutata di assumere farmaci che riducessero il suo alto livello di testosterone, causato da una disfunzione genetica che le provoca l’iperandroginia.
I test di verifica del sesso sono stati abbandonati dopo le Olimpiadi del 1996 perché ritenuti imprecisi e dannosi. Organismi internazionali (dalle Nazioni Unite alle principali associazioni mediche) li hanno definiti discriminatori. Riproporli oggi significherebbe riaprire una ferita mai del tutto chiusa: quella dei corpi osservati, misurati, giudicati.

E poi c’è un altro punto, più sottile ma decisivo. Il metodo. Le proposte sono state avanzate dal “Gruppo di lavoro sulla protezione della categoria femminile”. Definito «opaco» dalle ong. Il Cio non ha reso pubblici i nomi dei suoi membri, né il processo con cui lavora, né i criteri delle sue decisioni. A differenza di altri gruppi. Nessuna consultazione ampia, nessun confronto trasparente con atlete, scienziati, esperti di diritti umani. Un processo chiuso. Ed è proprio questa mancanza di luce a minare la legittimità delle scelte.

Raggiunta da Domani, Florence entra nel dettaglio: «Quando il Cio ha rifiutato di garantire trasparenza sulla composizione e sul funzionamento del gruppo di lavoro, abbiamo iniziato a preoccuparci. Un processo segreto non potrà mai portare a una politica rispettosa dei diritti. Ma un divieto generalizzato per le atlete trans e intersex, insieme a test universali di verifica del sesso, è semplicemente inaccettabile: ci riporta direttamente nel Medioevo dello sport femminile».

Calcio femminile, Fifa cambia le regole: più donne in panchina


Quote rosa – La Fifa cambia le regole del gioco: nelle competizioni femminili ogni nazionale dovrà avere almeno due donne nello staff tecnico, di cui una nel ruolo di allenatrice o vice. Non sarà più una scelta, ma un vincolo. Ai Mondiali 2023 solo 12 squadre su 32 avevano una donna in panchina.

La nuova norma debutterà già ai Mondiali Under 20 in Polonia a settembre, per poi diventare strutturale.

La decisione è passata dal Consiglio Fifa e debutterà già ai Mondiali Under 20 in Polonia a settembre, per poi diventare strutturale: Coppa del Mondo 2027 in Brasile e tornei per club inclusi. Il requisito sarà scritto nero su bianco nei contratti di partecipazione.

Il messaggio sottinteso è che la crescita del calcio femminile non può continuare con staff quasi interamente maschili. I numeri, del resto, raccontano un’altra storia. Ai Mondiali 2023 solo 12 squadre su 32 avevano una donna in panchina. E oggi molte di quelle hanno fatto retromarcia, tornando a guide tecniche maschili. Eccezioni virtuose gli Stati Uniti di Emma Hayes e l’Inghilterra di Sarina Wiegman. Sei nazionali – tra cui Argentina, Francia e Marocco – non hanno nemmeno una donna nello staff.

Per la Fifa è dunque il momento di forzare la mano. “Non ci sono abbastanza donne nel calcio, bisogna accelerare”, è la linea ribadita anche da Jill Ellis.

A Roma il premio Sport e Diritti Umani 2026: riconoscimento a Velasco


Valore sociale – Oggi a Roma viene consegnato a Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo, il Premio “Sport e Diritti Umani 2026”; menzione speciale per la Palestra Popolare Quarticciolo. Interverranno diverse personalità del mondo dello sport, delle istituzioni e dei diritti umani.

La cerimonia di conferimento del Premio e Menzione Speciale “Sport e Diritti Umani 2026” si terrà il 23 marzo alle 11:30 presso l’Università degli studi di Roma “Foro Italico”. Il Premio sarà assegnato a Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo.
La Menzione Speciale andrà all’ASD Palestra Popolare Quarticciolo.
Interverranno diverse personalità del mondo dello sport, delle istituzioni e dei diritti umani.
Intervengono: Massimo Sacchetti, Rettore dell’Università degli studi di Roma “Foro Italico”; Julio Velasco, commissario tecnico della nazionale femminile di pallavolo; Emanuele Agati, boxing coach della ASD Palestra Popolare Quarticciolo di Roma; Ileana Bello, direttrice di Amnesty International Italia; Riccardo Cucchi, presidente della giuria del premio “Sport e diritti umani”; Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana; Luca Musumeci, presidente di Sport4Society; Valerio Piccioni, ideatore e organizzatore de “La corsa di Miguel”; Irma Testa, prima medaglia olimpica italiana nel pugilato femminile (videomessaggio)

“Ricomincio da me”, sport e inclusione per i giovani in provincia di Enna


“Ricomincio da me” – Con il progetto su spazi civici e sport inclusivo, oltre 120 giovani italiani e stranieri hanno partecipato, in provincia di Enna, ad attività sportive, formative e di educazione alimentare. Un’iniziativa di aggregazione che ha restituito alla cittadinanza spazi inutilizzati.

Paralimpiadi Milano-Cortina, record di atlete ma solo cinque italiane


Record fragile – Milano-Cortina 2026 ha segnato un record di partecipazione femminile alle Paralimpiadi, con 160 atlete in gara. Ma tra queste le italiane sono appena cinque: un dato che racconta quanto il cammino dello sport femminile paralimpico nel nostro Paese sia ancora lungo.

Premi olimpici e paralimpici: il nodo dell’inclusione


Non è tutto oro – A Milano-Cortina 2026 il peso delle medaglie non è uguale per tutti gli atleti. Il servizio di Elena Fiorani.

Domenica si chiudono i Giochi Paralimpici invernali, a parte l’entusiasmo per le vittorie e la partecipazione, rimangono questioni aperte, tra cui il vero spirito inclusivo. Che sembra essere messo in discussione anche dai premi stessi. Infatti, chi conquista l’oro alle Paralimpiadi porta a casa 80mila euro in meno rispetto a un collega olimpico. Un divario che, considerando i costi spesso elevati della preparazione paralimpica, pesa ancora di più. A livello fiscale la parità è già realtà: infatti, tutti i premi olimpici sono esentasse: la sfida aperta rimane quella della cifra lorda. Mentre l’Italia procede a passi graduali, gli Stati Uniti hanno unificato i premi nel 2019 mentre Francia e Australia lo hanno fatto in occasione di Parigi 2024.