“L’appello pubblicato ieri sulla stampa va nella direzione sbagliata. Espropriare il patrimonio delle Fondazioni, significa distrarlo da ciò di cui c’è maggiormente bisogno: prendersi cura di chi soffre, è povero o emarginato.” Lo dichiara Claudia Fiaschi, portavoce nazionale del Forum Terzo Settore in merito al ruolo ricoperto in queste settimane dalle Fondazioni bancarie per aiutare a fronteggiare l’emergenza Corona virus.
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La denuncia della “Campagna Abiti Puliti” in piena emergenza Covid-19: dall’Italia al Myanmar, dalla Cambogia alle Filippine, si fa ancora più precaria la situazione dei lavoratori tessili delle filiere globali, con i grandi marchi che hanno sospeso i pagamenti e scaricato le conseguenze del calo della domanda sui fornitori.
La pandemia di Covid-19 continua a crescere e diffondersi. In questo momento, oltre un terzo della popolazione mondiale è interessato da una qualche forma di lockdown o restrizione dei movimenti per controllare l’espansione del virus. Un’emergenza senza precedenti, ma che allo stesso tempo porta con sé un fattore in comune con tutte le grandi crisi della storia: le conseguenze per le persone più fragili.
Tra le diverse categorie della fascia meno abbiente della società ci sono i lavoratori tessili delle filiere globali. Già nella quotidianità ante-virus costretti a situazioni di vita precarie, a turni di lavoro estenuanti sottopagati e con scarse tutele. Per tutti loro si batte la “Campagna Abiti Puliti”, in contatto con tutte le imprese multinazionali (come i marchi H&M, Tommy Hilfiger, Calvin Klein, Zara) per convincerle a rispettare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nei vari stabilimenti di produzione, sia nel sud-est asiatico (vero e proprio polmone della produzione), che nel resto del mondo.
Parliamo di 150 milioni di persone che producono beni per l’America del Nord, per l’Europa e per il Giappone, e di altre decine di milioni impiegati nei servizi. Le testimonianze non arrivano solo dal Bangladesh. Arrivano dalla Cambogia, dall’India, dalle Filippine, dal Myanmar, dallo Sri Lanka, dal Pakistan, dalla Malesia, dall’Indonesia. Ma anche da El Salvador in America Latina, o dall’Italia stessa, che, oltre a essere un paese di consumo, è anche attiva sulla produzione.
Questi lavoratori di tutto il mondo adesso affrontano una crescente insicurezza a causa del Coronavirus. Le fabbriche chiudono per il calo degli ordini e a causa delle misure restrittive imposte dai governi. In particolare i lavoratori sono stati colpiti da tre ondate di questa pandemia: la prima quando la Cina ha smesso di esportare le materie prime necessarie per la produzione di abbigliamento costringendo molte fabbriche nel sud e nel sud-est asiatico a chiudere; La seconda quando il virus è arrivato in Europa e negli Stati Uniti inducendo le aziende della moda ad annullare gli ordini in corso senza pagarli; L’ultima ondata riguarda la diffusione del virus proprio nei Paesi produttori con la conseguente chiusura degli impianti.
In tutti e tre gli scenari la conseguenza diretta è stata univoca: operai mandati a casa senza preavviso né salario. E per quei lavoratori (pochi) che hanno avuto la fortuna di trovare ancora aperto il proprio luogo lavorativo, la produzione è continuata nonostante il significativo rischio per la salute nelle fabbriche affollate. “E’ fondamentale che i marchi in questo momento assolvano i loro obblighi contrattuali e paghino gli ordini effettuati e in molti casi già prodotti – afferma Deborah Lucchetti della “Campagna Abiti Puliti.”
“In questa drammatica situazione – prosegue – è urgente garantire a tutti i lavoratori nelle filiere globali risorse sufficienti a soddisfare i bisogni delle loro famiglie e a sopravvivere alla crisi, a partire dalla corresponsione dei salari e dei benefit dovuti per i mesi in corso. Le imprese multinazionali hanno costruito la loro ricchezza sull’ utilizzo di milioni di lavoratori sottopagati in Paesi dove non sono presenti le infrastrutture di protezione sociale necessarie a tutelare i lavoratori nei momenti di crisi. Questa emergenza deve produrre un cambio strutturale del modello di business, a partire dalla introduzione di meccanismi di regolazione delle filiere globali e di norme vincolanti per le imprese, a tutti i livelli”.
di Pierluigi Lantieri
A tutto smart working
In un sondaggio le voci dei lavoratori. Il servizio di Giuseppe Manzo.
“È necessario un cambiamento culturale, con maggior fiducia reciproca tra datori e lavoratori”. Occorre “lavorare sulla dirigenza pubblica e privata per cambiare l’atteggiamento negativo che, purtroppo, e’ ancora diffuso”. Non è un caso che oltre l’80% degli intervistati, nel sondaggio proposto dall’agenzia Dire sullo smart working, dichiari di “lavorare alla stessa maniera, se non di più del solito”. Dopo oltre un mese di lockdown l’analisi condotta dalla Dire presenta i consigli raccolti tra i lavoratori italiani per migliorare le prestazioni ‘da casa’. Su 275 intervistati l’86% “dichiara di volere che l’azienda in futuro incentivi alcune ore in modalita’ ‘agile'”. Oltre 8 partecipanti su 10, inoltre, ritengono necessario per il futuro “corsi di formazione aziendale sulle piattaforme di lavoro condivise e gli strumenti che la tecnologia offre”. Il 40% ammette che non gli e’ stato “indicato quali siano i reali orari di lavoro, adeguandosi, così, agli orari svolti in azienda pre lockdown”. Più di 1 italiano su 3, infine, “percepisce di lavorare di più del solito”, mentre la metà dei partecipanti sentono invece “di lavorare alla stessa maniera”.
“Si allunga la lista di coloro che sono pronti a speculare: mascherine vendute a prezzi stratosferici, costi di beni primari alle stelle, improponibili tariffe funerarie e, adesso, si aggiungono avvocati senza scrupoli che promettono strabilianti risarcimenti in cause contro i medici intentate dai parenti di malati o vittime del Coronavirus. “Un vero e proprio atto di sciacallaggio” – è la denuncia di Federconsumatori. Una piattaforma digitale per erogare i buoni spesa. L’idea è del gruppo cooperativo Cgm per i comuni, alle prese con il nuovo provvedimento del Governo. Curaitalia.cgmwelfare.it, così si chiama il sito che permette una gestione facilitata, permettendo di raccogliere online le richieste da parte dei cittadini. “Un indennizzo che potrebbe andare sul conto corrente personale, o su un conto con apertura dedicata, o attraverso una carta elettronica”. Così il ministro Catalfo ha annunciato il reddito di emergenza per chi è sprovvisto di ammortizzatori sociali e misure di sostegno. Mascherine, medicinali, strumenti sanitari per l’emergenza Covid. Anche la cancelleria e tutto ciò che serve ad ospedali, distretti e ambulatori. Per le strade semivuote della Toscana viaggiano gli uomini e i mezzi della cooperativa sociale Betadue che gestisce la logistica Estar per la Usl Toscana sud est: 20 mezzi e 40 addetti, per il 35% dei quali persone svantaggiate. Lo chiedono diverse reti associative del terzo settore. Il servizio è di Giuseppe Manzo. Non basta distribuire beni di prima necessità. Costruire subito un sostegno immediato al reddito delle persone e delle famiglie per contrastare l’impoverimento e mantenere la coesione sociale e democratica del Paese. Dalla collaborazione tra il Forum Disuguaglianze e Diversità (ForumDD) e l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), assieme a Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento, nasce una proposta per integrare il Decreto “Cura Italia” e fronteggiare immediatamente la caduta di reddito delle famiglie dovuta alla crisi innescata dalla diffusione della pandemia Covid-19. Questa proposta segue quella dell’Alleanza contro la povertà che aveva chiesto l’ampliamento del reddito di cittadinanza. Su un punto c’è un consenso unanime: welfare e reddito ampliati e diffusi sono fondamentali per affrontare la post emergenza. La veronese Quid che coniuga moda, sostenibilità e inclusione sociale; la padovana Giotto che anche in carcere svolge un laboratorio tessile, le rodigine Porto Alegre e Di tutti i colori che gestiscono un laboratorio di sartoria per persone richiedenti asilo e rifugiati: ecco le coop sociali venete da cui è nata l’idea di produrre mascherine per la rete di Legacoop. L’iniziativa è sostenuta con un finanziamento di 100mila euro da Coopfond, il Fondo di promozione della Lega delle Cooperative. “È positiva la scelta del Governo di stanziare risorse immediate a favore delle famiglie in difficoltà e di affidare direttamente ai Comuni la gestione di queste risorse”. Così dichiara la portavoce del Forum nazionale del Terzo settore Claudia Fiaschi che conferma la disponibilità del non profit all’impegno lanciato dal premier Conte.
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