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Dopo la guerra il virus


Duemila casi confermati di covid e 573 decessi: è la situazione dell’epidemia in Yemen, che dopo cinque anni di conflitto si trova a fronteggiare nuove difficoltà con un sistema sanitario al collasso. Già prima di questa emergenza, infatti, circa 20 milioni di persone non avevano accesso a un’adeguata assistenza sanitaria e oltre la metà della popolazione viveva una situazione di grave incertezza alimentare.

Diamogli rifugio


“L’Unione Europea accolga con urgenza i profughi del campo di Moria che hanno perso tutto”: è l’appello della Comunità di Sant’Egidio dopo l’incendio che ha colpito la struttura sull’Isola di Lesbo che ospitava oltre diecimila persone provenienti in gran parte dall’Afghanistan. “Necessario evitare ulteriori drammi della disperazione”, afferma la Onlus umanitaria dopo che circa tredicimila persone impaurite si sono riversate in strada verso la città di Mitilene, ma sono state bloccate dalle forze dell’ordine. Il culmine di un sistema fallimentare, una tragedia annunciata tragedia annunciata secondo molti osservatori a causa delle condizioni disumane e del Covid: teoricamente il campo poteva accogliere al massimo tremila rifugiati. Un sovraffollamento reso così ancora più drammatico dalla pandemia con le necessarie misure anticontagio sin da subito inapplicabili. La scorsa settimana è stato registrato il primo caso di coronavirus e ad oggi, i casi confermati, sono saliti a 35. Il campo è stato messo in quarantena.

Ora l’incendio, in quella che è la più grande struttura di accoglienza d’Europa, ha lasciato senza un tetto famiglie, donne, minori e migranti provenienti in prevalenza dal Medio Oriente. Non appena la notte scorsa le fiamme hanno cominciato a divorare varie zone del campo di Moria, centinaia di rifugiati hanno chiesto aiuto telefonando ai volontari della Comunità di Sant’Egidio, che hanno seguito ed alleviato giorno dopo giorno le crescenti difficoltà dei rifugiati del campo. Sin dalla creazione di questo hotspot l’organizzazione internazionale è stata attiva nel soccorso e nel sostegno delle persone arrivate e a seguito del rogo la sua presenza si è resa ancora più preziosa per la sicurezza delle persone coinvolte.

Sant’Egidio ha anche lanciato un appello all’Unione Europea, perché accolga i profughi che con l’incendio hanno perso tutto. A Moria infatti la priorità è diventata fornire alloggio e buone condizioni igieniche a chi ne ha bisogno. In questo senso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è detta “pronta ad assistere la Grecia” e intanto invia sul posto il vicepresidente Margaritis Schinas, responsabile sull’immigrazione.

Eppure, oltre gli annunci di solidarietà, nemmeno quest’ultima tragedia greca sembra aver cambiato l’agenda dei governi nazionali dell’Ue. La Commissione europea dovrebbe presentare un pacchetto immigrazione, compresa la riforma di Dublino rimandata dalla primavera scorsa. Ma, se anche la presentazione fosse confermata, il dossier non sembra avere possibilità concrete di finire al primo posto in agenda delle riunioni dei leader in Consiglio europeo per la fine dell’anno. A meno che la crisi di Lesbo non riesca a cambiare le carte in tavola nei prossimi giorni: per ora, nessun segnale in questa direzione.

di Pierluigi Lantieri

 

In prima linea


E’ il ruolo delle donne nelle proteste in Bielorussia contro il presidente Lukashenko. Sebbene nelle mobilitazioni non ci siano rivendicazioni di genere, l’attivismo femminile rappresenta una novità in un paese profondamente patriarcale, in cui non ci sono leggi specifiche contro la violenza sessista.

Una tragedia annunciata


È quella che si sta consumando in Amazzonia a causa degli incendi che stanno colpendo la foresta pluviale brasiliana. Secondo gli ecologisti, la situazione attuale è la diretta conseguenza delle politiche anti-ambientaliste del presidente Jair Bolsonaro, come la revoca delle zone protette, il via libera alla commercializzazione dell’agricoltura e dell’estrazione di minerali.

Una città schiacciata


Cresce la preoccupazione degli osservatori e delle organizzazioni per il futuro di Beirut dopo la strage del 5 agosto. Il servizio di Fabio Piccolino.

“Un disastro umanitario, alimentato da disuguaglianze profondissime, dall’aumento dei prezzi e dal Covid-19 che impedirà il ritorno a una vita dignitosa delle fasce più deboli”: è lo scenario che Oxfam dipinge in Libano, un mese dopo la terribile esplosione che ha causato 300 mila sfollati ed è costata la vita a 200 persone.

Beirut è ancora in ginocchio, con decine di migliaia di persone che non hanno risorse per rendere di nuovo abitabili le proprie case e l’inflazione alle stelle: secondo l’organizzazione 70 mila persone sono rimaste senza lavoro, in un Paese che già prima della strage viveva una situazione drammatica, con il 50% della popolazione al di sotto della soglia di povertà.

Effetti collaterali


Oltre l’87% dei bambini dei quartieri più colpiti dall’esplosione di un mese fa nel porto di Beirut ha bisogno di supporto psico-sociale. È lo scenario descritto da Terre des hommes in un’indagine per approfondire gli effetti dell’incidente sulla popolazione più vulnerabile: tra i problemi più frequenti disturbi del sonno, enuresi, apatia, perdita di appetito. Più della metà di queste famiglie è costituita da rifugiati siriani.

Il grande esodo


A causa della chiusura forzata delle scuole e al disagio economico vissuto dalle famiglie, saranno le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto della pandemia. È l’allarme lanciato da Caritas italiana e Focsiv, nell’ambito della Campagna “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Oltre 20 milioni di minori infatti potrebbero abbandonare o non avere accesso all’istruzione nel prossimo anno scolastico.

Cambio di guardia


A Elizabeth, nel New Jersey, sorgerà una statua per celebrare l’icona transgender Marsha P. Johnson, nota per il suo impegno per i diritti civili negli Stati Uniti e morta nel 1992 in circostanze mai del tutto chiarite. Il monumento, nato da una petizione online firmata da 166 mila persone, sostituirà quello di Cristoforo Colombo che secondo i promotori, non rappresenta una figura da celebrare.

Scoppia la pace


Dopo 17 anni di guerra civile e 300 mila morti è stato siglato l’accordo tra il governo del Sudan e i gruppi ribelli. “Un giorno storico”, secondo il primo ministro Abdalla Hamdok, che rappresenta un momento di rinascita per il Paese. L’intesa prevede il ritorno alle proprie case delle persone sfollate e la smobilitazione delle milizie armate.

Stato di emergenza


Non è solo il Covid a preoccupare gli operatori sanitari libanesi. L’Unicef lancia anche un altro allarme. Il servizio di Fabio Piccolino.

Dopo oltre tre settimane dall’esplosione che ha devastato Beirut, sono circa 300 mila le persone che continuano a non avere accesso sicuro all’acqua e ai servizi igienici. Lo racconta Unicef, che sottolinea come siano oltre centomila i bambini  le cui case sono state danneggiate o distrutte.  Secondo il Fondo per l’infanzia delle Nazioni Unite, i danni al sistema idrico coinvolgono più di 500 edifici; una situazione difficile che può favorire la diffusione di malattie, con l’incognita rappresentata dal Covid-19, i cui numero di casi continua a salire in tutto il Libano.