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Medici Senza Frontiere: dialogo con Israele sui nomi del personale, priorità alla tutela


Per non lasciare sola Gaza – Medici senza frontiere ha deciso di condividere un elenco definito di nomi dello staff palestinese e internazionale alle autorità israeliane. Questa condivisione, tuttavia, avverrà solo a condizione che vengano stabiliti parametri chiari, avendo come priorità assoluta la sicurezza del personale.

Questa decisione è il risultato di lunghe discussioni con i nostri colleghi palestinesi e sarà attuata solo con il consenso esplicito delle persone interessate. Abbiamo comunicato questa posizione alle autorità israeliane, con l’unico obiettivo di poter continuare a fornire assistenza medica essenziale.

Dopo mesi di colloqui con le autorità israeliane e con i governi coinvolti, durante i quali abbiamo esaminato tutte le alternative possibili, la nostra priorità continua a essere la sicurezza del nostro personale. Nonostante ciò, intendiamo proseguire nel nostro impegno di fornire assistenza sanitaria indipendente e vitale ai palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, che ne hanno disperatamente bisogno.

Israele ci ha messo di fronte a una scelta impossibile: consegnare queste informazioni o abbandonare le centinaia di migliaia di palestinesi che necessitano di cure mediche vitali. Fino ad oggi, ci siamo rifiutati di fornire l’elenco richiesto, in quanto siamo giustamente preoccupati per le conseguenze che una tale condivisione potrebbe avere.

Dal mese di ottobre 2023, infatti, 1.700 operatori sanitari sono stati uccisi, tra cui 15 membri del nostro personale. Se dovessimo decidere di condividere queste informazioni, lo faremmo solo a condizione che questo non metta a rischio il nostro team o le nostre operazioni medico-umanitarie.

Proteste negli Usa, Acli solidali con chi difende democrazia e libertà


Il terrore poliziesco non è sicurezza – Le Acli esprimono solidarietà alle persone che negli Stati Uniti stanno manifestando per la difesa della democrazia e delle libertà civili. Secondo l’associazione “Siamo di fronte ad un tentativo generalizzato dell’Amministrazione Trump di compromettere lo Stato di diritto”.

L’uccisione a Minneapolis dell’infermiere Alex Pretti da parte degli agenti dell’ICE (che ormai più che un’Agenzia federale sembra una milizia politica al servizio esclusivo delle politiche criminali dell’Amministrazione Trump) segue di pochi giorni quella di Renée Goode avvenuta in circostanze simili. Aggiungiamo anche le continue intimidazioni ai cittadini che protestano contro questi raid, come anche nei confronti di chi fa informazione, come è accaduto in queste ore ad una troupe della RAI.

È evidente che ormai il Governo di Washington intende utilizzare il terrore poliziesco nei confronti non solo dei migranti ma anche di tutti coloro che dissentono dalle sue politiche.

Siamo di fronte ad un tentativo generalizzato dell’Amministrazione Trump di compromettere lo Stato di diritto, e si ha la sensazione che ormai negli Stati Uniti solo chi è ricco e magari anche bianco possa considerarsi al sicuro dalle irruzioni arbitrarie di una milizia mascherata ed iperprotetta nel momento in cui compie atti criminali.

Questa è anche la preoccupazione espressa in un inedito pronunciamento di qualche giorno fa, che è stato ampiamente ripreso da tutti i canali comunicativi della Santa sede, dai cardinali Cupich, McElroy e Tobin, che da pastori della Chiesa e da cittadini statunitensi hanno manifestato la loro preoccupazione per la deriva in cui si trova il loro Paese.

L’unico elemento di speranza sta nelle prese di posizione di influenti leader religiosi di ogni denominazione e dalle crescenti manifestazioni di condanna di questo stato di cose da parte di moltissimi cittadini americani, manifestazioni che, come hanno scritto giustamente in queste ore Barack e Michelle Obama “ci ricordano tempestivamente che, in ultima analisi, spetta a ognuno di noi cittadini esprimersi contro l’ingiustizia, proteggere le nostre libertà fondamentali e rendere responsabile il nostro governo”.

Come ACLI ci sentiamo vicini a coloro che in questo momento stanno manifestando, anche con qualche rischio personale, per la difesa della democrazia e delle libertà civili.

Crediti foto: Avvenire.it

Giulio Regeni, dieci anni senza verità: AOI chiede più pressione diplomatica


Ancora senza verità e giustizia – Sono passati dieci anni dal sequestro di Giulio Regeni. AOI chiede al governo di mantenere alta la pressione diplomatica fino a quando non sarà fatta piena luce su quanto accaduto.  Ieri a Fiumicello, il paese natale di Giulio in provincia di Udine, si è tenuto un evento per ricordarlo.

Il commento di Libera: La morte di Giulio è una ferita ancora aperta per la coscienza del Paese. Una verità  frenata da ambiguità, silenzi, ostacoli e depistaggi.
Continuiamo a camminare accanto a Paola e Claudio Regeni, genitori coraggiosi e generosi, che al dolore della perdita hanno dovuto aggiungere quello di una verità negata. La loro richiesta è anche la nostra.

Nigeria, 166 fedeli rapiti durante le funzioni in tre chiese


Attacco ai cristiani – In Nigeria 166 persone sono state rapite da tre chiese nel villaggio di Kurmin Wali. Tra loro ci sono anche minori e donne incinte. Gli abitanti del villaggio e le famiglie delle persone rapite hanno riferito ad Amnesty International che degli uomini armati hanno invaso il villaggio e si sono spostati da una chiesa all’altra, trascinando con sé tutti i fedeli.

È sconcertante quanto alcune zone rurali della Nigeria settentrionale siano fuori controllo mentre la polizia e il governo dello stato di Kaduna continuano a negare l’accaduto. Questo ennesimo rapimento di massa dimostra, ancora una volta, l’inefficacia delle misure prese delle autorità nigeriane nel porre fine alle atrocità commesse dai gruppi armati che continuano a uccidere e rapire impunemente. Ogni eventuale misura di sicurezza il presidente nigeriano stia attuando semplicemente non funziona.

Le autorità devono adottare misure immediate e concrete per impedire i rapimenti dilaganti che stanno compromettendo i più basilari diritti come quello all’istruzione.

Iran, l’appello di Amnesty per lo stop alla repressione delle proteste


Dalla parte di chi manifesta – Amnesty International ha lanciato un appello contro la repressione delle proteste in Iran. Tra le richieste la fine dell’utilizzo della forza letale da parte delle forze di sicurezza, la scarcerazione degli innocenti e indagini complete, indipendenti e imparziali sugli abusi.

Amnesty International rinnova le richieste alle autorità iraniane a:

porre immediatamente fine all’uso della forza letale durante le proteste quando i manifestanti non rappresentano una imminente minaccia di morte o di lesioni gravi alle forze di sicurezza o ad altri;
cessare immediatamente l’uso illecito di pallini di metallo che violano l’assoluto divieto di maltrattamenti e tortura dato il grave danno all’integrità fisica e il trauma mentale che questa condotta provoca a manifestanti e passanti;
garantire indagini tempestive, complete, indipendenti e imparziali sull’uso illegale della forza da parte delle forze di sicurezza;
garantire che le persone sospettate di reati di natura penale siano perseguite in procedimenti conformi agli standard internazionali del giusto processo e che non implichino la richiesta o l’imposizione della pena di morte;
scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.