Il calcio delle donne. È nata la nazionale femminile ‘curvy’ di calcio, il gruppo è composto da 10 donne che vogliono impegnarsi in prima persona per supportare e sostenere iniziative benefiche e di solidarietà per aiutare chi vive situazioni di disagio a non sentirsi messo in un angolo.
Donne in campo con la Nazionale italiana curvy calcio. È questa una delle novità di questo 2022. Il gruppo della neonata Italia curvy calcio è composto da 10 donne che vogliono anche impegnarsi in prima persona per supportare e sostenere iniziative benefiche e di solidarietà che possano aiutare anche chi vive situazioni di disagio ma non per questo deve sentirsi messo in un angolo. Tra le calciatrici Francesca Angelo di Corsico (Milano); Barbara Braghin di Porto Viro (Rovigo); Maria Gallo di Napoli; Julieta Harrow di Torino; Silvana Carlone di Milano; Debora Jessica Tufano di San Giuliano Milanese (Milano); Alessandra Peluso di Cesano Maderno (Monza Brianza); Raffaela Pennino di Maranello (Modena); Roberta Nerone di Roma ma vive in Brianza; Flavia Gentiluomo di Cinisello Balsamo (Milano); Barbara Barbati Biondo di Milano.
Francesca Angelo insieme a Moreno Buccianti, mister e fondatore della Selecao internazionale Sacerdoti calcio e della Nazionale italiana Suore calcio, hanno fondato la Nazionale italiana curvy calcio. “Sappiamo benissimo che dare una ‘etichetta’ è un principio sbagliato, spesso discriminante, ma mettendo in campo la Nazionale curvy vogliamo raggiungere obiettivi che sono diametralmente opposti a questo concetto – spiegano i promotori dell’iniziativa – Frequentemente si associa una fisicità “generosa” ad abitudini di vita sbagliata, come ad esempio può essere l’immagine junk food che viene legata ad un corpo in carne. Sfatare il mito errato legato alle donne formose da una parte ci permetterà di dimostrare che anche noi ‘curvy’ amiamo il mondo dello sport, delle sane abitudini e ci prendiamo cura di noi stesse spinte dall’unico desiderio di migliorare sempre di più”.
“Finalmente con questo meraviglioso progetto sfatiamo che le curvy non amano lo sport e non amano curarsi di loro! Anzi dimostreremo con la grinta sfatando anche questo stereotipo, che possiamo sempre migliorare. Curvy sì ma in salute” aggiunge Francesca Angelo.
“Sono una donna curvy, mi piace il mio corpo perché me lo sono conquistato dopo l’intervento di chirurgia bariatrica – spiega Barbara Braghin -. Far parte della Nazionale italiana curvy è un’altra conquista perché non sono mai stata una sportiva. Ma visto che nel mio percorso di vita c’è questa opportunità l’ho colta al volo. Non mi voglio perdere nulla, voglio assaporare la vita in tutte le sfaccettature e grazie a questa nazionale sto scoprendo nuovi mondi. È tutto bellissimo e anche noi donne curvy”.
“Mi sono innamorata del progetto sin da subito, non ho mai giocato a calcio in tutta la mia vita. Questa non solo è una sfida personale, ma una sfida contro chi crede ed è convinto che noi curvy sappiamo solo fare sport da tavola!!! Il nostro motto è ‘Curvy sì, ma in salute!’. Dimostreremo di essere sportive anche noi” afferma Raffaela Pennino. Alessandra Peluso dice: “La mia passione per il calco mi ha spinto a partecipare a questa nuovissima iniziativa. Cosa non ultima, è un ottimo modo per rimettersi in forma in bellissima compagnia”.
“Da quando ho iniziato ad amarmi adoro mettermi in gioco e scoprire nuovi lati di me. Lo sport è amor proprio, è salute ed impegno e anche noi curvy rispecchiamo a pieno questi concetti”: le parole di Deborah Jessica Tufano. “Il progetto della squadra di calcio curvy è qualcosa a cui nessuno aveva mai pensato prima. Molte di noi hanno calcato passerelle, fatto servizi fotografici e la maggior parte delle persone è abituata a vederci sempre sui tacchi a spillo. Ecco, noi non siamo solo questo. Io e le mie compagne di squadra vogliamo urlare a gran voce che essere curvy racchiude un mondo meraviglioso” spiega Roberta Nerone.
Silvana Carlone dice: “Penso che non ci sia un’età e una forma fisica per poter giocare a calcio e questo lo stiamo dimostrando noi curvy”. “Non ho mai immaginato di poter partecipare a far parte di una squadra e molto meno di calcio e quando ho saputo del progetto me ne sono subito innamorata. Chi dice che le curvy non possono essere sportive e in forma?” afferma Julieta Harrow.
“Ho sempre amato questo sport e questa è un’opportunità per dimostrare che quando si desidera qualcosa non ci sono limiti, anche noi curvy possiamo essere in forma e soprattutto determinate”: le parole di Maria Gallo. “Il rapporto con il mio corpo non lo definirei facile. Quando ero piccola me ne vergognavo e invidiano le altre ragazze, che dalla mia prospettiva, erano perfette, mentre io ero goffa, grassa e nanerottola. Così mi sono buttata sullo sport (arti marziali) con la speranza di modificarlo rendendolo ‘migliore’, ma inaspettatamente ho imparato a conoscerlo, ad apprezzarne le qualità a prescindere dalla forma: non sono bassa sono compatta, non sono grassa sono massiccia, non sono sgraziata sono dirompente. Così il mio corpo è diventano la mia corazza, il mio compagno di viaggio, il mio biglietto da visita. Lo sport mi ha aiutata a capire molto di me e spero che questo progetto, che per me è un’occasione per rimettermi in gioco e cimentarmi nell’esperienza di una squadra, possa aiutare altri a fare lo stesso” continua Flavia Gentiluomo.
“Per me far parte della nazione italiana curvy, significa far passare al mondo, che non siamo diverse da nessuno. Che siamo in forma nel nostro corpo, fiere di avere le nostre forme. Ma soprattutto, far capire al mondo, che anche le donne, come gli uomini, possono correre davanti ad un pallone con costanza e determinazione” conclude Barbara Barbati Biondo.
Sport contro la violenza di genere: il progetto promosso da Uisp e Dire
Differenze. Oggi e domani a Roma l’evento finale del progetto promosso dall’Uisp con l’associazione Dire e sostenuto dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Lo sport come strumento contro violenza e discriminazioni di genere. Ce ne parla Manuela Claysset, dell’Uisp.
Alessandra Cappellotto vince il premio “Sport e diritti umani”
Traguardo solidale: Amnesty International e Sport4Society hanno assegnato il premio “Sport e diritti umani” ad Alessandra Cappellotto. Veneta, una carriera da ciclista su strada, si è prodigata per settimane per portare in Italia un gruppo di giovani cicliste mentre l’Afghanistan cadeva in mano ai combattenti talebani.
“Il premio che ho vinto può certamente accendere i riflettori sull’Afghanistan, ma vorrei che servisse a trasmettere un messaggio agli atleti: tutto quello che lo sport ci dona – tenacia, cuore, amore per le sfide e la conoscenza di tante persone – può essere restituito aiutando gli altri, con facilità”. Ne è certa Alessandra Cappellotto, veneta, una carriera da ciclista su strada, prima in Italia a conquistare il titolo mondiale ai campionati di San Sebastian nel 1997. L’agenzia Dire la intervista perché è a lei che Amnesty International e Sport4Society hanno conferito l’edizione 2022 di ‘Sport e diritti umani’, che premia quegli atleti che hanno compiuto imprese in campo “umanitario”, sposando cause solidali o di tutela dei diritti umani, e che nelle passate edizioni ha visto brillare l’ex calciatore Claudio Marchisio, il cestista Pietro Aradori e il Pescara Calcio.
Cappellotto stavolta ha tagliato il traguardo perché si è prodigata per settimane per portare in Italia un gruppo di giovani cicliste mentre l’Afghanistan cadeva in mano ai combattenti talebani che in poco tempo hanno imposto un regime che è arrivato a vietare la scuola e il lavoro alle donne, imponendo anche l’obbligo di indossare il velo integrale.
E l’impegno di Cappellotto non si è esaurito: continua a seguire le atlete nella loro vita quotidiana, tra allenamenti, studi universitari e nostalgia di casa. “La più giovane ha 16 anni e spesso ci chiede della mamma e del papà, rimasti in Afghanistan” racconta. “Il nostro principale obiettivo è permettere che si ricostruiscano una vita qui, con la speranza che un giorno possano tornare nel loro Paese”.
Portare queste giovani in Italia, un gruppo di 14 persone di cui fanno parte anche due ciclisti e alcuni parenti delle atlete, è stato un lavoro tutt’altro che semplice ma che Cappellotto è riuscita a portare a termine grazie all’associazione creata qualche anno fa proprio per sostenere le cicliste dei Paesi in via di sviluppo. Una sensibilità che combina l’amore per lo sport con l’attenzione per i diritti delle donne e le pari opportunità. “Quando ho concluso la carriera- ricorda l’ex campionessa del mondo- mi sono resa conto che neanche nei Paesi ciclisticamente avanzati come Italia, Francia o Spagna esisteva un solo sindacato che rappresentasse le cicliste professioniste. La Cycling Professional Association, infatti, è solo per uomini. Così, ho fondato la Cycling Professional Association – Women”. Un’associazione di cui oggi è presidentessa.
“Dopo un po’ di tempo hanno iniziato a contattarmi cicliste dal Ruanda, poi da Nigeria, Costa d’Avorio, Algeria, per avere aiuto con l’attrezzatura o il visto per l’estero”. Ragazze e donne appartenenti a contesti dove a volte alla passione per lo sport, bisogna anteporre la lotta per la sopravvivenza. “Scoprendo le loro storie e il loro modo di portare avanti il ciclismo nonostante le difficoltà, mi sono sempre più appassionata” ammette Cappellotto, che per rendere più agile il suo lavoro ha creato l’associazione Road to Equality.
E’ stato grazie a questa rete di associazioni che l’8 marzo 2021 – 160 giorni prima dell’arrivo dei talebani – Cappellotto organizza a Kabul una gara di ciclismo femminile con la Federazione ciclistica afghana. “E’ stata una manifestazione importante ed entusiasmante per le atlete” dice la fondatrice di Road to Equality, “ma dopo qualche settimana il presidente della Federazione mi avvertì che la situazione stava diventando preoccupante”. I guerriglieri stavano guadagnando terreno.
Cappellotto decide di mettersi “subito a disposizione”, proponendo che le atlete possano essere messe al sicuro in Italia. Poi, il 15 agosto, l’ingresso dei talebani nei palazzi del governo di Kabul. Da allora fino al 31 agosto, giorno in cui le truppe americane hanno lasciato il Paese ed è terminato il ponte aereo organizzato dal governo Draghi, “abbiamo lavorato quasi 24 ore su 24, mobilitando le istituzioni italiane e l’Unione ciclistica internazionale (Ciu). Fondamentale anche l’organizzazione Cospe Onlus (attiva con progetti di sviluppo fino al 2018, ndr) che ci ha supportato nella selezione delle persone da inserire in lista”. Giorni intensi spesi a rispondere a richieste di aiuto, dare rassicurazioni, nonché raccogliere e trasmettere documenti alle autorità italiane mentre la lista “spuria” delle cicliste si andava ingrossando coi nomi di alcuni famigliari che correvano troppi rischi a restare nel Paese.
Il tutto in coordinamento coi militari italiani sotto il comando del generale Leonardo Tricarico. “Il momento peggiore?” risponde Cappellotto. “Quando ci è stato chiesto di ‘sfoltire’ la lista perché non c’erano sufficienti posti a bordo. Ma anche quando abbiamo saputo dell’attentato all’aeroporto, a cui il nostro gruppo è scampato. I militari italiani sono stati cruciali nel darci suggerimenti per tutelare le ragazze, che per giorni hanno dormito fuori dell’aeroporto aspettando di poter salire sui C130 italiani. Alcune sono state picchiate dai talebani, altre minacciate. C’è chi non ce l’ha fatta ed è tornata a casa. Siamo ancora in contatto con loro, continuano a chiederci aiuto anche profughi arrivati intanto in Iran e Turchia”.
Per questo Cappellotto conclude lanciando un appello agli sportivi: “Per me, fare il Tour de France, il Giro d’Italia, così come le ore trascorse in allenamenti estenuanti mi hanno tolto la paura degli ostacoli e donato la forza per superarli, oltre ad avermi permesso di fare la conoscenza di molte persone. Sono tutti strumenti che mi hanno permesso di aiutare chi ha bisogno, nonostante vivessi lontanissima da queste questioni. Ha funzionato per me che sono una ciclista ma vale per tutte le altre discipline”.
Una fatica, assicura l’ex campionessa mondiale, che premia con le soddisfazioni: “E’ stata una gioia indescrivibile iscrivere le nostre ragazze all’università, oppure vederle domenica scorsa salire in bici e partecipare a una Gran fondo, pensando a quello che ora invece le attenderebbe nel loro Paese”.
“Uruguay, no vayas”: le organizzazioni sociali contro l’arrivo in Israele della Nazionale pre-Mondiali
“¡No vayas!”: molte organizzazioni sociali uruguaiane chiedono alla nazionale di calcio maschile di non accettare l’invito dello Stato di Israele a svolgere nel Paese la fase finale di preparazione per i prossimi Mondiali. L’iniziativa mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi.
Secondo un comunicato, i “gruppi di solidarietà e organizzazioni sociali” che fanno parte dell’iniziativa chiedono “all’AUF e alla nostra squadra di calcio maschile di NON accettare l’invito dello Stato di Israele a svolgere la fase finale di preparazione in quel Paese per i Mondiali, in viaggio per il Qatar”.
Venerdì scorso, il membro del Comitato Esecutivo dell’AUF Jorge Casales ha informato il settimanale Brecha che la proposta di fare uno scalo precedente in Israele proveniva da “uomini d’affari o intermediari”, e oltre a fornire un luogo di concentrazione e formazione, potrebbe comportare la disputa di un’amichevole, più una cifra che non è stata ancora comunicata. “Israele è uno stato di apartheid. Le principali organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani hanno concordato su questo nell’ultimo anno. Le organizzazioni palestinesi denunciano l’apartheid israeliano da due decenni”.
“Quando il Sudafrica viveva sotto un regime di apartheid, ci fu una potente campagna internazionale per sanzionare e isolare quel paese; e lo sport ha giocato un ruolo chiave in quella campagna. Per questo non vogliamo che la nostra nazionale macchi l’amata maglia azzurra diventando complice dell’apartheid”, hanno aggiunto.
Secondo il comunicato delle organizzazioni sociali, “gli inviti che Israele rivolge a giocare amichevoli o ad allenarsi nel suo territorio fanno parte di una campagna per imbiancare la sua immagine internazionale – sempre più deteriorata – e nascondere i crimini che commette quotidianamente contro i palestinesi persone, contro i loro calciatori e atleti”. In questo senso, affermano che “i giocatori palestinesi sono costantemente attaccati, uccisi, feriti, mutilati, repressi, imprigionati dall’occupazione coloniale israeliana”. A loro volta, fanno notare che queste popolazioni “non possono radunare la squadra nazionale (distribuita tra Gaza e la Cisgiordania), né allenarsi, né andare all’estero per partecipare a competizioni internazionali”. Nell’ultimo anno, ricordano i promotori dell’iniziativa, “le forze israeliane hanno assassinato tre giovani calciatori in Cisgiordania: Mohammad Ghneim (19), Saeed Odeh (16) e Thaer Yazouri (18)”.
“Per tutte queste ragioni -e altre che svilupperemo durante questa campagna-, oggi diciamo all’AUF e alla squadra uruguaiana: ascoltate la chiamata dei vostri colleghi palestinesi, del popolo palestinese e dei suoi atleti, e dell’intera comunità internazionale che li supporta. Non gettare a mare il prestigio della nostra nazionale e non appannare il cielo collaborando per insabbiare i crimini dell’apartheid israeliano”, affermano le organizzazioni.
I firmatari sono 22 organizzazioni: Coordination for Palestine, Mothers and Relatives of Disappeared Deteinees, Human Rights Secretariat of the PIT-CNT, Uruguayan Federation of Housing Cooperatives for Mutual Aid, Federation of University Students of Uruguay, Peace and Justice Service, Palestine Club of Uruguay, Obiettivo dell’impunità, Ribellione organizzata, La Garganta Poderosa Uruguay, Collettivo contro l’impunità, Comitato Palestina libera, Plenaria di memoria e giustizia, Associazione federale dei funzionari dell’Università della Repubblica, La Izquierda Diario Uruguay, El Galpón de Corrales, Commissione di Sostegno al popolo palestinese, gonfio di memoria, Coordinamento della solidarietà con il popolo haitiano, Comunità indigena Danan Vedetá, Comunità Charrúa Basquadé Inchalá e Memoria in libertà.
Come hanno riferito al quotidiano , oltre a una lettera firmata da tutte le organizzazioni, è stata consegnata all’AUF anche una lettera del club palestinese Al Jader, “alla quale sono stati recentemente uccisi due calciatori”. La campagna “Uruguay, non andare!” invita “gruppi e istituzioni sociali, sportive, culturali e per i diritti umani ad unirsi per esprimere pubblicamente la propria adesione” alla richiesta rivolta all’AUF. Per seguire la campagna sono stati creati gli account Twitter @NovayasUy e Uruguay NOvayas su Instagram.
Esclusa pattinatrice Sabrina Samson: fuori dagli Europei perché senza cittadinanza
Esclusa. Sabrina Samson, pattinatrice di 17 anni, non potrà essere in pista agli Europei di Forlì perché otterrà la cittadinanza solo l’anno prossimo: è stata esclusa dalla competizione e non potrà rappresentare l’Italia. In Veneto sono almeno una decina i casi come il suo.
Sabrina Samson ci teneva tantissimo a gareggiare con le compagne di squadra a Forlì, ai campionati europei di pattinaggio a rotelle. Ma non potrà essere sulla pista perché non ha ancora la cittadinanza italiana pur essendo nata qui e abitando da sempre nel Veneziano. Ha 17 anni, deve aspettarne ancora uno, e non c’è deroga che tenga. Si è allenata quanto le altre atlete, ci ha messo lo stesso impegno, ha fatto gli stessi sacrifici, indossano stessa divisa, quella della Division di Portogruaro. L’unica differenza è la carta d’identità: su quella di Sabrina, di origine moldava, c’è scritto «cittadinanza romena».
La giovane, che vive con la famiglia a Cinto Caomaggiore, si è sfogata, tre giorni fa, dopo la vittoria dei campionati italiani: «Sono l’unica esclusa, sono nata qui, vado a scuola qui, e non posso rappresentare l’Italia». Il presidente del Coni Veneto Dino Ponchio, conosce bene l’argomento perché, a livello regionale, c’è almeno una decina di casi di questo tipo: ragazzi che hanno messo anima e corpo nello sport, che sono diventati dei campioni, che hanno lottato per arrivare sul gradino più alto del podio italiano. Ma che, senza cittadinanza, non possono aspirare a quello internazionale. «Esprimo la mia solidarietà all’atleta veneziana, anche se mi rendo conto che può servire a poco – commenta Ponchio -. Dobbiamo però rispettare la legislazione delle federazioni. È brutale, e mi dispiace per i ragazzi, ma a livello internazionale ci sono delle regole, non le facciamo noi».
Nemmeno la società sportiva può fare alcunché: «Eravamo a conoscenza di questo problema sin dall’inizio, noi, la nostra atleta, i suoi genitori – fanno sapere dalla Division -. Ci dispiace molto, ma Sabrina verrà con noi a Forlì per sostenere la squadra e l’anno prossimo parteciperà a tutte le gare». In Italia, sottolinea Ponchio, «abbiamo una legislazione all’avanguardia in tutte le federazioni, i titoli di campione italiano vengono assegnati anche a ragazzi che non hanno la cittadinanza, i tesserati sono trattati tutti allo stesso modo». In attesa dello ius soli, gli atleti che non hanno ancora la cittadinanza sono bloccati: devono aspettare la maggiore età per le competizioni internazionali, e non è lo sport a decidere quando viene concessa. La questione è solo politica: il Coni ha già portato all’attenzione delle istituzioni la difficoltà che i giovani atleti incontrano quando devono accedere alle gare europee, la delusione di ragazzi convinti di poter eccellere, a cui viene impedito anche solo di provarci. «Sono sicuro che questa ragazza ha un luminoso futuro davanti – chiude Ponchio -. Ancora un anno e potrà cimentarsi nelle gare internazionali e vincere».
Viaggio Italia: lanciato progetto per il turismo sostenibile e inclusivo nel pinerolese
Passeggiando in bicicletta. Percorsi ciclabili a prova di handbike, trike e carrozzine: è il progetto di Viaggio Italia per il turismo sostenibile e inclusivo nel pinerolese, lanciato il 3 giugno, in occasione della Giornata della bicicletta. L’obiettivo è la promozione del turismo lento con particolare attenzione alle persone con disabilità motorie che utilizzano mezzi di mobilità alternativi.
Promosso dall’associazione B-Free, con il riconoscimento e il contributo della Città di Pinerolo, Viaggio Italia – Pinerolo Handbike Tour è la scoperta chilometro dopo chilometro delle ciclovie del pinerolese, senza fretta godendosi la bellezza dei luoghi e delle persone. Luca Paiardi e Danilo Ragona (documentaristi per Rai 3 e Sky) fondatori di B-Free, insieme in questa occasione a Silvia De Maria, atleta paralimpica, hanno percorso in sella alle loro handbike e carrozzine diversi itinerari nel pinerolese, analizzandone la morfologia, l’accessibilità e osservando il territorio con uno sguardo attento per restituire uno studio sulla fruibilità dei percorsi ciclabili al maggior numero di utenti, dove l’accessibilità e l’inclusività si spogliano delle etichette: sportivi con disabilità e non, amatori o atleti agonisti, famiglie o persone anziane, il cicloturismo nel pinerolese può essere per tutte e tutti. Laddove un ambiente è accessibile per persone con disabilità lo è maggiormente per tutti: aumentare la fruibilità del territorio significa aumentare l’attrattività verso l’esterno.
“L’obiettivo è diffondere le good-practice e l’idea che laddove un percorso o un luogo sia maggiormente accessibile è molto attrattivo e frequentato; in questo progetto abbiamo analizzato le ciclabili con handbike muscolari o a pedalata assistita, pensati non solo come mezzi sportivi ma anche di trasporto ecologici sicuri per muoversi. – spiega l’arch. Luca Paiardi direttore del progetto – Abbiamo realizzato una mappatura dettagliata delle ciclovie analizzando dati e servizi con lo scopo di promuovere le eccellenze turistiche e culturali del pinerolese, con lo scopo di favorire lo sviluppo del cicloturismo nel territorio, in particolar modo ponendo l’attenzione verso le persone diversamente abili che utilizzo una handbike, ma anche verso persone che usano mezzi diversi come i rider che lavorano sulle cargo-bike”.
Con i loro progetti e le loro avventure, Luca Paiardi e Danilo Ragona diffondono il messaggio che vivere, e non sopravvivere, viaggiare e praticare sport con una disabilità è possibile. I loro viaggi sono un inno all’amore per la vita e un invito a scoprire il mondo, iniziando da quello vicino a casa.
Mappe gpx, descrizione dettagliata dei percorsi, con indicazione del tipo di terreno, delle pendenze medie e soprattutto delle pendenze massime e dell’inclinazione della strada, foto, e un video promozionale e indicazione dei principali punti di interesse, ma anche quelli di sosta: sono queste le informazioni che si possono trovare sui 4 percorsi selezionati e mappati finora e ritenuti acessibili sul sito https://visitapinerolo.it/outdoor/cicloturismo/
“Lo sport per generare comunità”: oggi a Rimini con 500 bambini e ragazzi
Quartieri attivi: oggi a Rimini cinquecento bambini e ragazzi per l’evento “Lo sport per generare comunità”. Il servizio di Elena Fiorani.
Rimini Rugby ha dato appuntamento al campo sportivo ‘Rivabella’ ad alunni e alunne delle 23 classi scolastiche che hanno aderito al Presidio sportivo ed educativo, unico tra i 22 vincitori in Emilia Romagna, del bando nazionale Sport per Tutti “Quartieri” promosso da Sport e Salute S.p.A.
In campo ci sarà anche Andrea Lo Cicero, pilone sinistro della Nazionale Italiana Rugby, per promuovere un progetto che si basa sulla relazione fra tante realtà: associazioni sportive, scuole, Università, enti del terzo settore. Insieme per aiutare i ragazzi a individuare luoghi accessibili dove fare attività e generare comunità. Obiettivo dell’intervento, infatti, è creare un polo in cui le persone possano stare assieme, attraverso lo sport.
Sport in tour: la rassegna di “Us Acli” a Pesaro
Sport in tour. A Pesaro Us Acli ha presentato la nona edizione del progetto per far ripartire lo sport, in campo e nelle palestre dal 2 al 5 giugno e nel weekend successivo con gare, seminari, convegni e iniziative sociali.
Torna la campagna “Carceri aperte”: i detenuti si preparano a “La Partita con papà”
Giocare dentro. Torna la campagna “Carceri aperte”: per tutto il mese di giugno negli istituti penitenziari italiani, si disputa “La Partita con papà”, l’atteso incontro tra papà detenuti e i loro figli con la possibilità di giocare e condividere un momento ludico. L’iniziativa quest’anno coinvolge anche le donne detenute nel carcere di Rebibbia.
Nel corso dell’intero mese di giugno 2022, negli istituti penitenziari italiani, si disputa La Partita con papà, l’atteso incontro tra papà detenuti e i loro figli, all’interno della annuale campagna Carceri aperte, che può far accedere negli istituti le famiglie, dopo due anni di sospensione a causa della pandemia.
La possibilità di giocare con il proprio papà e di condividere questo momento ludico, normale per tutti gli altri bambini, risulta eccezionale per questi bambini e le loro famiglie e rimane a lungo nella loro memoria.
La Partita con papà è organizzata da Bambinisenzasbarre in collaborazione con il Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
La Partita con papà e Carceri aperte si inscrivono, come ogni giugno, nella Campagna europea Non un mio crimine ma una mia condanna del network COPE (Children Of Prisoners Europe). La Campagna vuole sensibilizzare sul tema dell’inclusione sociale e delle pari opportunità per tutti i bambini e ha l’obiettivo di portare in primo piano il tema dei pregiudizi di cui spesso sono vittime i 100 mila bambini in Italia (2,2 milioni in Europa) che hanno il papà o la mamma in carcere e sono emarginati. Questi bambini vivono in silenzio il loro segreto del papà recluso per non essere stigmatizzati ed esclusi.
Bambinisenzasbarre ha lanciato La partita con papà nel 2015. L’iniziativa è partita con l’adesione di 12 istituti, 500 bambini e 250 papà detenuti e si è tenuta tutti gli anni fino al 2019, quando sono state giocate 68 partite in altrettante carceri e città, da Belluno a Palermo, coinvolgendo gli agenti della polizia penitenziaria, gli educatori, 3150 bambini e 1700 genitori detenuti.
Dalle Alpi ai Pirenei: quattro ventenni a tutela dei diritti della montagna
I diritti della montagna. Quattro ventenni hanno imparato ad amare l’alta quota praticando attività sportiva e hanno ideato un viaggio per percorrere da est a ovest le Alpi fino ai Pirenei promuovendo il progetto “United Mountains of Europe”. L’obiettivo delle quattro alpiniste è arrivare a stilare una Carta dei diritti delle montagne, per tutelarne l’ambiente e permetterne la conoscenza
Questa è la storia di quattro ventenni (più una) che hanno la montagna nel sangue. Praticando attività sportiva, hanno imparato ad amare l’alta quota, fatta di paesaggi a volte amichevoli, a volte ostili, che mettono alla prova chi vuole viverli con alte dosi di adrenalina, ma anche di soddisfazione.
Sara Segantin, Adele Zaini e Alessia Iotti si sono conosciute a Brescia nel maggio 2021, in occasione di una manifestazione di Fridays for Future (il movimento internazionale ambientalista di protesta nato con Greta Thunberg). E hanno scoperto di essere accomunate dalla passione per le terre alte, che di questi tempi non se la passano così bene.
Anche se si tratta di ambienti lontani dalla presenza umana, ne subiscono le conseguenze. Il riscaldamento climatico sta sciogliendo i ghiacciai – sulle Alpi, due terzi di essi andranno perduti entro il 2100, secondo uno studio del Politecnico federale di Zurigo – e l’inquinamento che produciamo in pianura affligge anche le montagne.
Pesticidi e microplastiche si trovano nella neve persino in alta quota, mentre il turismo indiscriminato e il proliferare eccessivo degli impianti mettono a rischio ambienti che hanno un equilibrio fragile.
Insieme all’esperta di arrampicata francese Eline Le Menestrel, le tre ragazze hanno ideato il progetto “United Mountains of Europe” (Ume). «Volevamo fare qualcosa di impattante per affermare i diritti delle montagne» commenta Adele Zaini, 25 anni, la scienziata del gruppo che ci parla dalla Norvegia, dove è impegnata con le ricerche per la tesi della magistrale in Fisica del clima. «All’estero si sta già percorrendo questa strada» aggiunge Sara Segantin, 26 anni, scrittrice e divulgatrice, cresciuta sui monti a Cavalese, a due passi dalle Dolomiti.
«La Costituzione dell’Ecuador del 2008 afferma il diritto della natura di essere rispettata. Al fiume Whanganui in Nuova Zelanda sono stati riconosciuti diritti legali come a una persona, e lo stesso principio vale per il Gange. Anche in Italia è stata approvata una legge che modifica gli art. 9 e 41 della nostra Costituzione, per la tutela del paesaggio, dell’ambiente e della biodiversità».
Quindi, con l’idea di promuovere i diritti delle terre alte, le quattro ragazze – alle quali in seguito si è aggiunta una quinta, Giorgia Garancini – hanno ideato un viaggio per percorrere da est a ovest le Alpi, con l’obiettivo di arrivare sino ai Pirenei. «Volevamo avere uno sguardo sulle montagne come punto d’incontro, e non come barriere che separano» aggiunge Zaini. «Avevamo a cuore anche un tema di gender equality: ci tenevamo ad affermare la nostra presenza come donne, attiviste e alpiniste. Ancora oggi, l’alpinismo è soprattutto maschile».
Così, a fine luglio 2021, la spedizione di “United Mountains of Europe” è partita con lo scopo di abbinare uno degli elementi della montagna (acqua, terra, ghiaccio, aria, roccia) a una criticità da approfondire e a uno sport. In Slovenia, il gruppo ha praticato la speleologia per visitare le grotte carsiche. «Le cavità naturali sono spesso state usate in Italia e in Slovenia come discariche, dove vengono buttati anche scarti edili» spiega Segantin. «Così si inquinano le falde sotterranee». A cominciare dalla tappa slovena, le ragazze di Ume hanno sempre intessuto un dialogo con associazioni e gente del posto, per capire i problemi e fare da portavoce alle loro istanze.
Seconda sosta in Austria, alla foresta di Forchet, un habitat naturale sotto attacco per l’avanzare delle attività umane. «Abbiamo fatto trekking e incontrato Marianne Goetsch, referente del Wwf Austria, con cui abbiamo discusso dell’importanza della tutela della biodiversità, anche per contrastare la crisi climatica» aggiunge Segantin.
Poi è stata la volta della Svizzera, dove le ragazze sono salite sul ghiacciaio del Morterasch, un gigante che si sta liquefacendo. «Non dimentichiamo che quel che succede in quota ha conseguenze a valle» puntualizza Sara. In gioco, ci sono le nostre riserve di acqua.
Infine, in Val di Mello, si è affrontato un tema delicato: fino a che punto la montagna deve essere accessibile a tutti? Qui c’è in costruzione un sentiero per consentire l’accesso ai disabili, contestato a livello locale per i danni ambientali che sta provocando e perché, secondo alcuni, il percorso preesistente sarebbe già sufficiente.
Il gruppo avrebbe dovuto arrivare in Spagna per affrontare il tema dell’inquinamento acustico dovuto, per esempio, all’uso non regolamentato dei droni, ma il viaggio si è concluso prima per il maltempo, un ostacolo serio in alta montagna. Inoltre, Eline ha dovuto limitare la sua partecipazione per un problema di salute. «Il viaggio era solo una parte del progetto» sottolinea Adele.
È stata scelta la data dell’11 dicembre, giornata internazionale della montagna, per organizzare un evento nella capitale belga, coinvolgendo politici, esperti, atleti e associazioni, con una discussione al mattino, un concerto al pomeriggio e poi una marcia verso la Commissione, dove le richieste di “United Mountains of Europe”, sono state consegnate a Marco Onida, direttore generale Ambiente della Commissione Europea. Aggiunge Zaini: «L’alta montagna va vissuta in modo sostenibile e rispettoso. È maestra di vita, ti insegna la solidarietà. La affronti con le tue forze, liberandoti del superfluo. Ti costringe a pensare ai tuoi limiti fisici e mentali come essere umano, e ti offre una lezione di umiltà che ti porti dietro nella tua vita quotidiana».
Tra le tante persone incontrate, chi ricorderete di questo viaggio? «La climber austriaca Lena Müller, che insegna a raggiungere le montagne in bicicletta e non in auto, per non inquinare» concordano Sara e Adele. «Mi ha colpita una ragazza italiana che lavora con gli immigrati che attraversano i boschi fra Slovenia e Italia» conclude Alessia. «Noi ci siamo occupate del flusso idrico sotterraneo, lei del flusso umano in superficie. Per noi camminare è stato uno sport, per quella gente i boschi sono la via per la salvezza».




