Un silenzio che fa rumore – L’Australia ha concesso asilo a cinque giocatrici della nazionale di calcio dell’Iran in trasferta nel Paese per la Coppa d’Asia, nel timore di subire persecuzioni in patria. La squadra, inclusa l’allenatrice, si era rifiutata di cantare in dissenso con il regime iraniano e la TV di stato iraniana le aveva definite “traditrici” invocando severità in tempo di guerra.
Il 2 marzo il “rumoroso” silenzio durante una partita di Coppa d’Asia, in Australia. Poi il saluto militare nella partita successiva, forse dopo pressioni del regime. Cinque atlete avevano lasciato il ritiro per chiedere asilo politico
L’Australia ha concesso asilo a cinque giocatrici di calcio femminile dell’Iran in trasferta nel Paese per la Coppa d’Asia, nel timore di subire persecuzioni in patria per non aver cantato l’inno nazionale prima di una partita. Lo ha affermato il ministro degli Interni Tony Burke.
La protesta “silenziosa” era avvenuta il 2 marzo scorso prima della partita inaugurale del torneo, persa 3-0 contro la Corea del Sud al Cbus Super Stadium (o Gold Coast Stadium) nel Queensland.
Cinque delle atlete sono fuggite dall’hotel della squadra sulla Gold Coast australiana durante la notte, rifugiandosi in un “luogo sicuro” mentre presentavano la loro richiesta di asilo, ha raccontato Burke ai giornalisti. “Sono state trasferite in un luogo sicuro dalla polizia australiana. Ieri sera ho firmato le loro richieste di visto umanitario”, ha aggiunto. “Sono benvenute in Australia, qui sono al sicuro e dovrebbero sentirsi a casa”.
La squadra, inclusa l’allenatrice Marziyeh Jafari, ha rifiutato di cantare come forma di dissenso contro il regime iraniano. Un gesto simile a precedenti proteste come quella della nazionale maschile ai Mondiali 2022. La TV di stato iraniana ha reagito duramente, definendole “traditrici”, parlando di “colmo del disonore” e invocando severità in tempo di guerra.
Ieri una folla di manifestanti contro il regime iraniano, aveva circondato il bus delle calciatrici per sostenere la loro protesta.
Amnesty International ha avvertito che le atlete potrebbero correre rischi se tornassero in Iran: “non è chiaro quale tipo di punizione potrebbero subire”, hanno detto.
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, aveva invitato l’Australia a garantire sicurezza alla squadra. Ha pubblicato sui social le immagini di cinque giocatrici – Fatemeh Pasandideh, Zahra Ghanbari, Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanzadeh e Mona Hamoudi – che hanno lasciato il ritiro della squadra e hanno fatto domanda di protezione come rifugiate politiche.
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Tra le voci più note c’è quella della scrittrice J.K. Rowling, che sui social ha scritto: “Please, protect these young women”, ha scritto taggando la Fifa.
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In precedenza, il sindacato dei giocatori FIFPRO aveva invitato la Confederazione calcistica asiatica (AFC) e la Fifa a rispettare i propri obblighi in materia di diritti umani e ad adottare tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza della squadra iraniana.
“Queste dichiarazioni accrescono notevolmente le preoccupazioni per la sicurezza dei giocatori qualora dovessero tornare in Iran dopo il torneo”, aveva affermato la FIFPRO Asia/Oceania. Da qui l’invito ad “AFC e FIFA a collaborare urgentemente con la Federazione calcistica iraniana, il governo australiano e tutte le altre autorità competenti per garantire che venga fatto ogni sforzo per proteggere la sicurezza dei giocatori”.
Sport e genere: una donna su due teme le strutture sportive
Paura di fare sport – ActionAid ha presentato i nuovi dati della ricerca “Perché non accada” che analizza la presenza di stereotipi e discriminazioni di genere nell’ambito sportivo. Una donna su due ha avuto paura a frequentare strutture sportive, il 31% delle persone ritiene esistano discipline “più adatte” agli uomini o alle donne portando una persona su 5 a rinunciare a praticare uno sport associato all’altro genere.
Secondo lo studio, una donna su due dichiara di aver avuto paura a frequentare strutture sportive e una su tre non frequenta palestre o centri (contro il 24,6% degli uomini). Il divario aumenta negli stadi e nei palazzetti: il 43,9% degli uomini si dichiara sempre a proprio agio, rispetto al 28,1% delle donne. Il 46,8% delle donne non frequenta affatto questi spazi, percentuale che sale al 53% tra le donne non eterosessuali.
Sussistono barriere culturali: il 31% delle persone ritiene esistano discipline “più adatte” agli uomini o alle donne (convinzione radicata in un uomo su tre e in una donna su quattro). Tali percezioni hanno portato una persona su cinque a rinunciare almeno una volta a praticare uno sport associato all’altro genere. Il 27,7% degli italiani considera lo sport maschile più prestigioso; un dato che trova riscontro anche nelle generazioni più giovani (42,9% nella Gen Z e 39,3% tra i Millennials). Il rapporto quantifica l’impatto economico e culturale di queste dinamiche in 67 miliardi di euro l’anno, pari al 3,1% del Pil italiano.
Katia Scannavini, Co-segretaria Generale di ActionAid Italia, ha commentato i risultati sottolineando come lo sport sia segnato da «paura e insicurezza da parte delle donne, autoesclusione e svalutazione delle discipline femminili». Scannavini ha aggiunto che gli organi di governo sportivo devono adottare risorse per contrastare la violenza maschile e che lo sport deve essere incluso nella «prevenzione primaria dei Piani antiviolenza».
La mostra Mupa sarà ospitata alla Fabbrica del Vapore dal 7 al 21 marzo (chiusura lunedì 9 marzo per lo sciopero nazionale di Non Una di Meno). L’esposizione comprende 27 opere, tra cui cimeli e installazioni interattive. L’apertura al pubblico è fissata per il 7 marzo alle ore 18.00 con un reading dell’attrice Giulia Maino e la partecipazione della cantante Rachele Bastreghi. Il programma prevede attività gratuite in collaborazione con centri antiviolenza.
Il valore della partecipazione sportiva nella prevenzione
I recenti dati che evidenziano una diffusa percezione di insicurezza e disagio nelle donne che frequentano strutture sportive pongono una questione rilevante per la salute pubblica. La medicina interna considera l’attività fisica non solo un passatempo, ma un vero e proprio strumento terapeutico e preventivo. Quando una quota significativa della popolazione riduce o abbandona la pratica motoria a causa di barriere ambientali o psicologiche, si verifica un impatto diretto sul profilo di rischio sanitario generale.
Conseguenze cliniche dell’inattività fisica
Dal punto di vista fisiologico, la rinuncia allo sport per timore o percezione di inadeguatezza contribuisce all’incremento della sedentarietà, un fattore di rischio primario per numerose patologie. La mancanza di esercizio regolare è strettamente correlata all’aumento delle malattie cardiovascolari, alle alterazioni del metabolismo glucidico e all’obesità. Nelle donne, in particolare, l’attività fisica costante svolge un ruolo cruciale nella prevenzione dell’osteoporosi e nel supporto al sistema endocrino durante le diverse fasi della vita.
Miti biologici e realtà dell’allenamento
Il dibattito sulla presunta esistenza di sport più adatti a un genere rispetto a un altro non trova alcun riscontro nel consenso clinico moderno. Sebbene esistano differenze biometriche e ormonali medie tra i sessi, i benefici sistemici dello sport sono universali. L’allenamento della forza, spesso erroneamente considerato più maschile, è fondamentale per la salute delle ossa e per il mantenimento della massa magra nella donna. Al contrario, limitare le scelte sportive basandosi su stereotipi culturali priva le persone di stimoli fisici necessari per una salute completa.
Sicurezza ambientale come fattore di benessere
La percezione di insicurezza negli spazi pubblici, inclusi palazzetti e stadi, agisce come un determinante sociale della salute. Il sentirsi a disagio o minacciati innesca risposte neuroendocrine legate allo stress, come l’aumento dei livelli di cortisolo, che possono influenzare negativamente il benessere psicofisico a lungo termine. Un ambiente sportivo che garantisce sicurezza e inclusività non risponde solo a un’esigenza di equità, ma agisce come un presidio di medicina preventiva, facilitando l’adesione costante a stili di vita sani.
Sport come strumento di salute pubblica
Integrare la prevenzione della violenza e il superamento degli stereotipi all’interno della gestione delle strutture sportive è un passo necessario per la tutela della salute collettiva. Quando il contesto sociale scoraggia la partecipazione, la medicina perde uno dei suoi alleati più potenti: l’esercizio fisico come prevenzione primaria. Promuovere spazi sicuri significa abbattere quegli ostacoli invisibili che impediscono il raggiungimento degli obiettivi di salute minimi raccomandati per la popolazione femminile, migliorando la qualità della vita dell’intera comunità.
Sport e parità: meno ragazze in campo rispetto coetanei maschi
Verso la parità – Tra i giovani di 11-14 anni solo il 57% delle femmine pratica uno sport, a fronte del 66% dei coetanei maschi e il divario aumenta con il crescere dell’età, mentre sono donne solo il 19,8% degli allenatori. Per aiutare a rendere lo sport un contesto più sicuro e accogliente per ragazze e donne, Terre des Hommes lancia un corso rivolto ad allenatori e allenatrici delle società sportive.
Tra i giovani di 11-14 anni solo il 56,8% delle femmine pratica uno sport, a fronte del 65,9% dei coetanei maschi. Ma il divario aumenta con il crescere dell’età: nella fascia d’età 15-17 anni le ragazze che fanno sport scendono a 42,6% (i maschi sono invece il 58,4%). Anche i ruoli dirigenziali sportivi non sono ancora equamente accessibili alle donne.
Per aiutare a rendere lo sport un contesto più sicuro e accogliente per ragazze e donne, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, Terre des Hommes lancia un corso rivolto ad allenatori e allenatrici delle società sportive. La formazione prende avvio proprio l’8 marzo all’interno del progetto “Sport4Rights” promosso da Terre des Hommes insieme a Fondazione EOS e a Specchio Magico e sostenuto dal Ministero per lo Sport e mira a sensibilizzare gli operatori e le operatrici del settore sulla necessità di garantire pari opportunità a ragazze e donne nell’ambito sportivo, prevenendo le discriminazioni e promuovendo una cultura inclusiva e rispettosa. Il progetto rientra nelle numerose attività di Terre des Hommes a favore della parità di genere, supportando il cambiamento culturale in un settore ancora troppo segnato da disuguaglianze.
I NUMERI DELLA DISPARITÀ DI GENERE NELLO SPORT. In Italia, il 21,6% delle bambine abbandona la pratica sportiva, contro il 15,1% dei ragazzi e il divario aumenta con l’età. Se, infatti, la differenza tra la quota di bambine e bambini che fanno sport è già alta tra gli 11 e i 14 anni (le femmine sono il 56,8% e i maschi il 65,9%), tale differenza aumenta ancora di più tra i 15 e i 17 anni (femmine che fanno sport 42,6% e maschi 58,4%). Dopo i 18 anni il gap rimane stabile con il 31,9% delle ragazze che fa sport a fronte del 47,4% dei ragazzi.
Inoltre, le donne occupano solo il 19,8% dei ruoli da allenatrici, il 15,4% dei ruoli da dirigenti di società, il 12,4% dei ruoli da dirigenti di federazione e il 18,2% di quelli di “Ufficiali di gara”.
“È fondamentale che le ragazze abbiano le stesse opportunità di partecipazione, di crescita e di successo nello sport dei coetanei maschi – dichiara Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes – così come è fondamentale che gli allenatori e le allenatrici possano essere supportati con una formazione adeguata per comprendere e promuovere questi principi. In un momento come l’8 marzo, rinnoviamo il nostro impegno verso un futuro dove lo sport sia davvero per tutti e tutte, senza barriere. Lo sport è uno dei contesti sociali più importanti dove poter educare i giovani ai valori dell’inclusione, rispetto e parità.”
I PROGETTI DI TERRE DES HOMMES. Oltre al progetto Sport4Rights, Terre des Hommes è impegnata in numerose iniziative di sensibilizzazione e formazione:
Il Toolkit “Parità in Campo” realizzato con Fondazione Milano-Cortina: uno strumento formativo per sensibilizzare sul contrasto alle discriminazioni di genere nello sport. Il toolkit sarà distribuito il 7 marzo a più di 800 bambini e bambine durante la Brescia Art Marathon. Sarà inoltre organizzata una giornata di formazione aperta a insegnanti, allenatori ed educatori, per guidarli nell’utilizzo del Toolkit.
La collaborazione con Avon per portare i temi della parità di genere nelle scuole, promuovendo l’inclusività e sensibilizzando le nuove generazioni sui diritti delle ragazze nello sport.
La campagna #iogiocoallapari che da anni coinvolge diverse federazioni sportive in occasione della Giornata Mondiale delle Bambine e delle Ragazze (11 ottobre), per incoraggiare la partecipazione delle bambine e ragazze alla pratica sportiva.
No Ragazze No Rugby: il tour, realizzato in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby, che ha coinvolto oltre 5000 persone in tutta Italia per promuovere la partecipazione delle ragazze al rugby, superando pregiudizi e stereotipi.
A Librino (Catania) il Rugby e lo sport diventano strumenti di promozione e inclusione sociale, grazie al sostegno alle ragazze della Vulcano Rugby.
Sport femminile, i tabù dei media nel libro di Mara Cinquepalmi
Tabù. Sono quelli che ancora abbondano nel racconto dello sport al femminile. Ne parla Mara Cinquepalmi nel suo nuovo libro. Il servizio di Elena Fiorani.
Il linguaggio ha una parte importante nel libro di Cinquepalmi, sottotitolo “Di donne, sport e informazione”, perché «ciò che non si dice non esiste». Soprattutto è il linguaggio dei media quello sotto esame, con lo sconfinamento continuo tra pratica sportiva e altre cose che non c’entrano nulla: dall’estetica delle atlete, ai ruoli di genere fino al gossip. Dopo un’introduzione dedicata ai meccanismi del linguaggio il libro prende in esame sei temi attraverso dati e storie significative: la disparità di genere nello sport, la maternità, il ciclo mestruale e la salute mentale, l’omofobia e la violenza. Lunedì a Roma l’autrice presenta il suo ultimo lavoro alla Libreria Altroquando insieme al giornalista Riccardo Cucchi. “Tabù” esplora tematiche importanti e attuali per provare a immaginare un nuovo modello di sport a partire dalla sua narrazione, oltre ogni stereotipo.
Matildina4Safety: il progetto sulla sicurezza in memoria di Matilde Lorenzi
La sicurezza prima di tutto La Fondazione Matilde Lorenzi, in memoria della sciatrice azzurra, promuove Matildina4Safety. Il progetto sulla sicurezza evidenzia che molti infortuni sono il risultato di una combinazione di fattori che possono essere riconosciuti e gestiti.
Per questo il progetto interviene prima di tutto sul piano culturale, affiancando formazione e sensibilizzazione, promuovendo dispositivi e soluzioni tecnologiche innovative e avviando un confronto sui regolamenti e sulla gestione delle piste di allenamento.
nella consapevolezza che lo sport non è mai un’esperienza individuale, ma una responsabilità condivisa.
Le gare durano pochi minuti. Il lavoro che le rende possibili, mesi. E mentre i grandi appuntamenti sportivi internazionali riportano l’attenzione sullo sci e sul mondo della neve, la fase più decisiva della competizione si gioca molto prima del podio: nell’allenamento quotidiano e nella costruzione di condizioni di sicurezza adeguate.
La preparazione agonistica è fatta di allenamenti ripetuti, variabili ambientali, tracciati che si modificano e decisioni tecniche da assumere in una frazione di secondo. È in questo contesto che prende forma la performance finale, che può tradursi in risultato solo se sostenuta da un sistema di sicurezza rigoroso e costantemente presidiato.
Il tema degli infortuni negli sport invernali resta centrale nel dibattito pubblico e nel confronto tra addetti ai lavori. Non sempre le conseguenze sono fatali, ma ogni episodio richiama la necessità di un approccio strutturato alla prevenzione, capace di intervenire prima che il rischio si trasformi in incidente. Per questo la sicurezza non può diventare centrale solo nei momenti di emergenza o quando l’attenzione mediatica si riaccende. Deve essere parte integrante della pratica sportiva, accompagnandone ogni fase: dalla formazione tecnica alla gestione delle piste, dall’innovazione tecnologica alla definizione di regole chiare e condivise.
È con questa visione che nasce la Fondazione Matilde Lorenzi ETS. Costituita dopo la prematura scomparsa di Matilde Lorenzi, giovane sciatrice azzurra caduta durante un allenamento in Val Senales nell’ottobre 2024, la Fondazione prende forma dalla volontà della famiglia Lorenzi – i genitori Adolfo Lorenzi ed Elena Rosa Cardinale, insieme ai figli Lucrezia, Matteo e Giosuè – di trasformare il ricordo in un impegno concreto e duraturo, capace di generare maggiore consapevolezza nei contesti in cui lo sci viene praticato.
“La Fondazione, nata dopo la tragica scomparsa della nostra Mati – spiega Adolfo Lorenzi, presidente della Fondazione – promuove e sviluppa progetti volti a implementare la sicurezza nello sci, assicurando che ogni sciatore, a qualsiasi livello, possa praticarlo in un ambiente consapevole e protetto. Perché la sicurezza non è un limite, ma ciò che permette allo sport di restare una parte sana e positiva della vita di chi lo pratica”.
Dalla sua costituzione, la Fondazione ha scelto di rivolgersi a chi lo sport lo vive ogni giorno: atleti e atlete di ogni età e livello, famiglie, allenatori e allenatrici, insegnanti, società sportive e territori, mettendo a disposizione strumenti e conoscenze per riconoscere i rischi, prevenirli e favorire una pratica sportiva più sicura e responsabile.
Al centro dell’attività c’è Matildina4Safety, il progetto che traduce questa visione in azione concreta e nasce da un principio chiaro: la sicurezza non va affrontata solo dopo un incidente, ma prima, come parte integrante dell’esperienza sportiva, nella consapevolezza che lo sport non è mai un’esperienza individuale, ma una responsabilità condivisa.
Molti infortuni non sono solo frutto della fatalità, ma il risultato di una combinazione di fattori – dalla stanchezza alla pressione agonistica, dalle condizioni ambientali alla sottovalutazione dei segnali di rischio – che possono essere riconosciuti e gestiti. Per questo il progetto interviene prima di tutto sul piano culturale, affiancando formazione e sensibilizzazione, promuovendo dispositivi e soluzioni tecnologiche innovative e avviando un confronto sui regolamenti e sulla gestione delle piste di allenamento.
Australia 2026, la nazionale femminile di calcio iraniana non canta l’inno
In silenzio – La nazionale femminile di calcio iraniana ha rifiutato di cantare l’inno nazionale prima della partita inaugurale della Coppa d’Asia in Australia contro la Corea del Sud, vinta 3-0. Giovedì affronteranno l’Australia, le cui calciatrici hanno elogiato le colleghe iraniane.
Giochi paralimpici Milano Cortina: atleti iraniani e israeliani in bilico
Giochi in guerra – Le crescenti tensioni in Medio Oriente, infiammate dagli attacchi di Israele e Stati Uniti in Iran, scuotono violentemente la vigilia delle Paralimpiadi di Milano Cortina. A pochi giorni dal via di venerdì 6 marzo risulta a rischio la partecipazione per due atleti iraniani e israeliani.
Champions, saluto nazista prima di Real Madrid-Benfica: tifoso espulso dallo stadio
Fuori gioco – Poco prima del calcio d’inizio di Real Madrid-Benfica di Champions League, le telecamere hanno inquadrato un tifoso in tribuna che effettuava il saluto nazista. La sicurezza del club spagnolo ha individuato l’uomo in pochi minuti, accompagnandolo fuori dallo stadio.
Milano inaugura la Biblioteca dello Sport Gianni Mura
Leggere di sport – Fino a domani una serie di eventi celebrano l’inaugurazione a Milano della Biblioteca dello Sport Gianni Mura. Il servizio di Elena Fiorani.
Incontri, spettacoli e riflessioni accompagnano l’inaugurazione della prima biblioteca milanese dedicata allo sport come linguaggio culturale e sociale. Il nuovo spazio nel quartiere Isola aspira a diventare un luogo vivo e aperto dove lo sport diventa racconto, memoria e strumento di cittadinanza. Ideato e promosso da Altropallone, associazione che promuove lo sport come strumento di inclusione e lotta alle discriminazioni, il progetto è anche un modo per ricordare Gianni Mura, grande narratore di sport e umanità varia. Dal calcio al ciclismo, gli oltre duemila volumi della biblioteca trattano ogni ambito dello sport: una collezione nata grazie alle donazioni di autori, case editrici e cittadini. Con una tessera annuale di 10 euro, si può contribuire alle attività e allo sviluppo dello spazio.
Medagliere Giochi Invernali: la Norvegia vince con una cultura senza classifiche
Niente classifiche siamo norvegesi – Ai Giochi invernali la Norvegia ha vinto il medagliere con 41 podi. Un’eccellenza che nasce a fine anni ‘80 con la Carta dei diritti dei bambini nello sport, che mette al bando l’agonismo: nelle competizioni dei giovanissimi non ci sono classifiche e se vengono consegnati premi, li ricevono tutti, dal primo all’ultimo.
D’accordo, essere una nazione fatta di ghiacci e montagne aiuta; e aiuta anche trovarsi in casa un talento come Johannes Klaebo capace da solo di vincere sei ori. Ma tutto questo non basta a spiegare come mai la Norvegia – appena 5,6 milioni di abitanti – stracci tutte le altre rivali nel medagliere olimpico di Milano Cortina. Traguardo raggiunto, peraltro anche alle precedente edizione dei Giochi invernali. Gli atleti «vichinghi» si sono messi al collo 41 medaglie, delle quali 18 d’oro surclassando gli Usa fermi a quota 32 podi, 11 del gradino più alto, e a seguire il resto del mondo.
Il fatto è che la Norvegia sta eccellendo non solo nelle discipline invernali ma anche in altre più universali come il calcio (ne sanno qualcosa gli azzurri di Gattuso) o l’atletica dove la stella è il mezzofondista Jakob Ingebritsen. Così si è tornati a parlare delle politiche avviate dal governo di Oslo in materia di sport in particolare quello giovanile. Una serie di sostegni all’attività motoria il cui pilastro centrale è rivoluzionario: prima dei 13 anni non sono ammesse classifiche e graduatorie.
Tutto parte dalla fine degli anni ’80: alle Olimpiadi invernali di Calgary il bottino della Norvegia è di appena tre argenti e due bronzi ma è proprio in quegli anni che vengono gettate le basi per la risalita. Il Comitato olimpico norvegese vara infatti la «Carta dei diritti dei bambini nello sport». Perché è da lì che occorre ripartire. È un documento di appena otto pagine che descrivono il tipo di esperienza che ogni bambino del Paese deve ricevere, da ambienti di allenamento sicuri ad attività che facilitino le amicizie.
La parola d’ordine è mettere al bando l’agonismo: nei tornei e nelle competizioni riservate alla fascia dei giovanissimi non vengono stilate classifiche e graduatorie nazionali; e se vengono consegnati premi, questi devono andare a tutti, anche a chi arriva ultimo. Il divertimento deve essere l’elemento chiave. Tutto questo da un lato allarga la partecipazione dall’altro non assilla con l’ansia da prestazione. Risultato: gli atleti che si affacciano alle competizioni – dall’adolescenza in poi – in cui il risultato inevitabilmente conta, non sono stressati e non abbandonano l’attività.
I risultati non hanno tardato ad arrivare e come visto nel giro di un decennio la Norvegia ha cominciato a mietere successi negli sport, invernali e no. «Mago» di questa rivoluzione è considerato Inge Andersen, un lungo curriculum come allenatori di sci nordico e maestro di sport e poi presidente del comitato olimpico nazionale.
«L’investimento più importante fatto in Norvegia – ha raccontato Andersen nel 2023 – è stato la creazione di un centro nazionale per gli sport d’élite. Sotto lo stesso tetto sono state raccolte le conoscenze, le competenze e le risorse umane per tutti gli sport ai massimi livelli agonistici. Sulla base dei risultati positivi di questo impegno, abbiamo istituito altri 7 centri di competenza in tutta la Norvegia. Questi collaborano con le nostre università per condividere conoscenze e dati. I migliori atleti si allenano insieme: sciatori, corridori e canoisti. Questo incoraggia una nuova generazione di atleti a concentrarsi sulle proprie future possibilità di diventare campioni».
Sempre Andersen sottolinea poi che il comitato olimpico nazionale ha dato priorità ai finanziamenti da utilizzare dove c’è il potenziale per eccellere in determinati sport e si sono concentrati dove le possibilità di vincere medaglie sono maggiori. Una filosofia, questa, che la Norvegia condivide con l’Olanda, altro Paese che nelle ultime due Olimpiadi estive ha primeggiato nei successi superando nazioni con una popolazione di gran lunga maggiore.
Curiosità: Inge Andersen dice di essersi ispirato, nell’impostare la sua politica per lo sport a un personaggio ben lontano dalla cultura scandinava ed occidentale, vale a dire il guru indiano Sri Ravi Shankar. Di cui cita queste parole: «Dobbiamo dare alle persone una visione. Chi ha una visione o un sogno può andare avanti e sviluppare la società».
Crediti foto: Avvenire.it




