L’inquietudine del terzo settore, quella di chi si mischia ed impara ad ascoltare i brusii di fondo, quelli che arrivano dagli ultimi banchi e che non sente nessuno. Allora sí, impari quello che non sta sui libri e sta sulla strada. Un’inquietudine da recuperare: se ne è parlato molto nel corso dell’incontro “Democrazia e partecipazione: il ruolo del terzo settore” che si è tenuto a Roma giovedi 29 ottobre, in occasione dell’Assemblea nazionale del Forum del Terzo settore.
Un’inquietudine che illumina e orienta, prendendo spunto anche dalla “Magnifica Humanitas”, la prima lettera enciclica di Papa Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.
Il mondo sta cambiando in maniera velocissima ed è in atto un processo che spinge verso le autocrazie. Anzi: il 72% della popolazione mondiale vive in regimi non democratici. In questa situazione la partecipazione che fine fa? E la democrazia conviene ancora?
Ne abbiamo parlato con Luca Antonini, vicepresidente della Corte Costituzionale: “Ci vorrebbe un nuovo Montesquieu sulla divisione dei poteri. Oggi il tema è quello di distinguere e tenere su binari separati il potere politico e il potere tecnocratico”.
Che cosa significa? Che le prime cinque aziende che oggi hanno in mano le innovazioni tecnologiche hanno una capitalizzazione in borsa pari a quella dei primi cinque stati europei.
Forse per questo aumenta l’astensionismo e i giovani non ritengono prioritario il diritto al voto. E quel diritto non lo esercitano. Tra le rivendicazioni del movimento dei giovani e degli studenti, in Italia e in Europa, non c’è la rivendicazione di abbassare, ad esempio a 16 anni, il diritto di voto. Per estenderlo e renderlo accessibile a ragazzi e ragazze protagonisti, anche loro, della vita sociale. Era uno dei temi in agenda nel movimento degli anni ‘70, quello della stagione dei decreti delegati e delle consulte, dove si chiedevano rappresentanze studentesche e giovanili per poter dire la propria e poter contare. Un mondo lontanissimo.
“I giovani votano continuamente sui social network – risponde il professor Luca Antonini – però è difficile che si sentano coinvolti dal voto elettorale. Oggi dominano singolarismo e passioni tristi. Ognuno custodisce gelosamente il suo singolarismo e marca le sue differenze. Essere soli diventa più piacevole che stabilire relazioni, che implicano dipendenze, impegnative da gestire. Si crea una convivenza senza rapporti. Non saper impostare relazioni con gli altri ti spinge a non saper bilanciare le tue reazioni e i tuoi sentimenti, e prevalgono odio, passività rancorosa e una certa ‘infelicità annoiata’ che alcuni ragazzi esprimono a giustificazione di loro gesti inconsulti o criminali”.
Per questo il terzo settore può giocare un ruolo importante nella ricerca di senso da dare alla vita in quanto corpo intermedio: riempire il vuoto che lascia la politica. Che è la causa maggiore del suicidio della democrazia. Anche per questo rappresentanza, partecipazione e democrazia sono saldate tra di loro.
Ma la politica è disposta a cedere questo ruolo al terzo settore? A farsi aiutare a ritrovare un’anima? “Alla politica conviene ritrovare un’anima – risponde Antonini – Il terzo settore è un continuo esercizio di democrazia, è una palestra di bene comune, che può aiutare le democrazie a non svuotarsi. I milioni di volontari che esistono sono una straordinaria e immensa società solidale. Le Regioni possono essere le pioniere di una nuova società dell’amministrazione condivisa. Il terzo settore può contribuire a dare alle pubbliche amministrazioni un volto umano e non trattare le persone soltanto
come pratiche burocratiche”.
di Ivano Maiorella




