Il comitato O
nu per la prevenzione della tortura ha chiesto al governo delle Filippine di migliorare la situazione carceraria.
Sovraffollamento, scarsità di servizi essenziali e assistenza, necessità di ricorrere alle famiglie per la sopravvivenza: secondo gli ispettori è necessario trovare al più presto delle soluzioni sostanziali.
Nel paese asiatico inoltre rappresenta un grave problema la detenzione senza condanna: si calcola che solo il 35% dei detenuti lo è per sentenze passate in giudicato.
Archivio Fabio Piccolino
Allargare lo sguardo per capire l’immigrazione
11 Giugno 2015Sul tema dei migranti si gioca il dibattito politico degli ultimi mesi e di conseguenza, il ruolo dell’opinione pubblica che trasforma i pensieri in voti.
Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere la lettera che il governatore della regione Lombardia Maroni ha inviato ai prefetti, chiedendo di sospendere l’accoglienza di richiedenti asilo disposta dal Governo. Una proposta provocatoria e senza un reale riscontro con la realtà, che oltretutto va oltre le competenze delle regioni: simili decisioni infatti sono di competenza del Ministero dell’Interno e del governo.
La questione tuttavia rinfocola il dibattito su un tema sempre più caldo, mentre in queste ore altre seimila profughi e richiedenti asilo sono arrivati nel nostro paese dalla Libia.
Sono passati meno di due mesi dalla tragedia del mare che, nel canale di Sicilia, è costata la vita a 900 persone, e la questione degli sbarchi è stata discussa a più riprese dall’Unione Europea, senza che i paesi membri abbiano trovato un accordo sulle quote.
Eppure i dati ci dicono che l’immigrazione rappresenta una risorsa: lo raccontiamo quotidianamente nel nostro Giornale Radio. La ricerca dell’Università La Sapienza che dimostra come il lavoro degli immigrati ha salvato la manifattura italiana dalle conseguenze negative dell’introduzione dell’euro, facendo crescere il settore industriale fino al 19%; o i dati Istat che spiegano come i lavoratori stranieri abbiano arricchito le casse dello Stato di oltre 123 miliardi di euro, solo per citare due esempi emersi nell’ultima settimana.
Sarebbe miope discutere di immigrazione senza aprire gli occhi sul mondo e sulle aree di crisi da cui le persone fuggono: guerre, dittature, repressioni persecuzioni, carestie. Per leggere il fenomeno migratorio è necessario conoscere e comprendere gli avvenimenti che accadono in molte parti del mondo. In una recente apparizione televisiva Emma Bonino lo ha sintetizzato in poche semplici parole: “Pretendiamo di decidere le sorti del mondo, ma non vogliamo capire e vedere quello che succede intorno a noi. Così ci stupiamo di fenomeni come l’Isis, senza saperne nulla”.
E’ l’Europa degli egoismi che prende il sopravvento su quella della solidarietà. Ma se la priorità non è più quella di salvare delle vite umane e di garantire un’esistenza dignitosa alle persone, si alimentano divisioni e razzismi.
Quello dell’accoglienza è un tema che si intreccia con la politica e la cronaca di questi giorni: l’inchiesta di Mafia Capitale ha svelato un sistema di avidità e sfruttamento di chi si arricchisce sulla pelle degli ultimi.
Approcciare alla questione immigrazione significa dunque sgombrare il campo dalle ipocrisie e dalle speculazioni elettorali. Le stesse che colpiscono la comunità rom, figlia di pregiudizi sempre più radicati e di un razzismo quanto mai trasversale.
I dati dell’associazione 21 luglio però ci dicono che a vivere nei campi sono 1 su 5 dei circa 180 mila rom e sinti presenti in Italia. Gli altri (4 su 5) vivono in regolari abitazioni, studiano, lavorano e conducono un’esistenza normale.
Le soluzioni dunque, vanno ricercate nelle politiche che favoriscono l’integrazione, non le “ruspe” invocate a più riprese da alcuni politici.
Dove le ruspe sono arrivate davvero, come un mese fa nell’insediamento di Ponte Mammolo a Roma, 400 persone hanno perso tutto, lasciando la propria vita in un cumulo di macerie, come raccontato nel reportage di Andrea Cardoni.
Non si possono cancellare le persone, né tantomeno tentare di risolvere i problemi senza confrontarsi con la realtà dei fatti, le esigenze delle persone ed il diritto internazionale.
Cercando di capire che la realtà è molto più complessa di come spesso viene raccontata.
Pena di morte per l’attentatore di Boston. Amnesty: “Non è giustizia”
16 Maggio 2015
“Condanniamo gli attentati che hanno avuto luogo a Boston due anni fa, e piangiamo la perdita di vite umane e gravi danni che hanno causato. La pena di morte, tuttavia, non è giustizia. Aggrava soltanto la violenza, e non riuscirà a dissuadere gli altri dal commettere crimini simili in futuro”.
Sono le dichiarazioni di Steven W. Hawkins, direttore esecutivo di Amnesty International USA, dopo la notizia della condanna a morte per Dzhokhar Tsarnaev, il ventunenne autore dell’attentato che nel 2013 provocò la morte di 3 persone e il ferimento di altre 264.
Qualche settimana fa i genitori di Martin Richard, il bambino di otto anni morto durante l’attentato avevano chiesto che non si facesse ricorso alla pena capitale per i colpevoli.
Ad applicare la condanna è direttamente il governo federale, mentre lo stato del Massachusetts, di cui Boston è capitale, l’ha abolita.
Secondo Amnesty, non c’è alcuna prova che dimostri che la pena di morte sia un deterrente alla criminalità o che abbia un qualche effetto nel ridurre il terrorismo.
Stop ai bambini soldato nella Repubblica Centrafricana
6 Maggio 2015
I capi di otto gruppi armati della Repubblica Centrafricana si sono impegnati a liberare migliaia di bambini soldato e garantire il ritorno a casa dei ragazzi già impiegati in operazioni militari.
Ad annunciarlo è l’Unicef, che stima i minori tra i 6.000 e i 10.000: oltre a quelli impegnati nei combattimenti, costretti ad uccidere e a rischiare la vita, ci sono anche quelli utilizzati per fini sessuali, quelli messi a lavorare nelle cucine, o come messaggeri.
La vicenda dei bambini-soldato è uno degli aspetti più critici della guerra in Centrafrica, in uno scontro che va avanti da quasi due anni tra le milizie cristiane e quelle musulmane. Secondo UNHCR, i rifugiati nei paesi vicini sono 460 mila, mentre le persone che necessitano di aiuti umanitari sono quasi tre milioni.
La liberazione di questi minori rappresenta una conquista importante, ma sarà fondamentale il loro reinserimento nella società: è necessario che ci siano famiglie pronte ad accoglierli, un aiuto psicologico e pedagogico e la possibilità di avere mezzi di sostentamento per sopravvivere.
Internet ai tempi dei Nobraino (e di Gianni Morandi)
23 Aprile 2015
Dai social network non si prescinde. Eppure bisogna fare più attenzione di quanto non si creda.
Nei giorni scorsi i Nobraino, band italiana dal discreto seguito di critica e pubblico, scrive su facebook uno status (piuttosto infelice) dopo la tragedia del mare che è costata la vita a 800 persone a largo della Libia.
“Avviso ai pescatori: stanno abbondantemente pasturando il Canale di Sicilia, si prevede che quelle acque saranno molto pescose questa estate”
La rete, per usare un eufemismo, non la prende bene, e in poche ore la loro bacheca si infiamma di commenti violenti, accuse, minacce, parole al veleno.
Arriva il tweet di Roy Paci, direttore artistico del Primo Maggio di Taranto, che senza troppi giri di parole, invita i Nobraino, previsti in cartellone, a non presentarsi alla rassegna. Così come tanti altri, organizzatori di eventi e gestori di locali, che scaricano la band. Poche parole su un social network, che rischiano di costare caro.
Il post incriminato tuttavia, era accompagnato da un link del blog Diritti e Frontiere che si batte per la tutela dei richiedenti asilo e dei diritti dei migranti. Lo stesso Nestor Fabbri, chitarrista dei Nobraino e autore del post contestato, si occupa da anni di protezione internazionale dei diritti umani, ed ha lavorato per alcune Ong.
La frase dunque, andrebbe contestualizzata. Rimane sì una uscita poco felice e di dubbio gusto (quella che Daniele Luttazzi definirebbe “satira fascistoide”, perchè dileggia le vittime e non i carnefici) ma non trasforma i Nobraino in dei cinici razzisti.
Il linciaggio mediatico subito dalla band però mette in luce alcuni aspetti chiave della comunicazione di oggi: da un lato la necessità, quasi viscerale, di esprimere la propria opinione, figlia di un protagonismo da palcoscenico virtuale. Dall’altra, la scarsa attenzione alla realtà dei fatti: si legge poco e male, non si approfondisce, ci si ferma ai titoli e ci si forma un’opinione del tutto distorta.
Due aspetti che vanno di pari passo e che caratterizzano, in negativo, la realtà dei social media ed inquinano il dibattito sociale e politico su temi sensibili.
Sul primo punto, quello della necessità di esprimersi a tutti i costi, è evidente che ormai libertà di parola e libertà di offesa viaggiano su binari paralleli. Su qualsiasi contenuto, di qualsiasi argomento, troviamo tutto e il contrario di tutto. I commenti degli utenti diventano uno spazio di confusione intellettuale dove l’offesa verso il prossimo è sempre in agguato e porta a spirali infinite di polemiche virtuali.
In molti casi, osserva
re il comportamento delle persone sul web significa ascoltare la pancia dei nostri concittadini. Senza censure, gli utenti della rete danno spesso sfogo a sentimenti reconditi che probabilmente non riescono ad esprimere con la stessa veemenza nella vita vera.
Fino a chiedersi se ha davvero senso scrivere un commento su un sito web: sommare la propria voce ad uno schiamazzo così forte da risultare indistinto.
Un esempio pratico lo si può incontrare scorrendo i commenti della pagina facebook di Gianni Morandi, dopo la pubblicazione di un messaggio di solidarietà alle vittime del naufragio.
Persino il povero Gianni, figura rassicurante per eccellenza, e che ha fatto della sua pagina facebook uno spazio di incontro e di confronto, non viene risparmiato da una valanga di commenti razzisti e xenofobi, a cui nonostante tutto, cerca di rispondere con gentilezza e cortesia, per quanto possibile.
La piazza virtuale aperta dai nuovi mezzi di comunicazione rivela strade potenzialmente sterminate, ma anche disseminate di buche dentro cui è facile cadere. Le parole hanno un peso che può trascinare a fondo: lo sanno bene i Nobraino, così come lo sa Fabio Tortosa, il poliziotto che su facebook ha rivendicato l’assalto alla scuola Diaz di Genova nel 2001. Lo sanno bene i politici (Santanchè e Gasparri e le gaffe su twitter) e i personaggi pubblici (Paola Saluzzi e il tweet infelice contro il pilota di Formula 1 Fernando Alonso).
Il secondo aspetto, quello dell’approssimazione e della disattenzione ai contenuti, sembra essere una caratteristica propria del mondo moderno: siamo la generazione con il maggiore accesso ai mezzi di comunicazione di tutte le precedenti, ma la cascata di informazioni che riceviamo quotidianamente non ci rende più consapevoli o più informati.
All’indomani della tragedia di Charlie Hebdo, Andrea Alicandro si è divertito a provocare il popolo della rete con un articolo sul sito de Il Manifesto dal titolo “Sconcertante: la strage di Parigi provocata dalle scie chimiche, qui le prove”, e con uno, qualche giorno dopo che si intitolava “Incredibile: guardate cosa succede sul blog di Grillo”. I titoli volutamente accattivanti non avevano alcuna attinenza con i pezzi di Alicandro, ma l’esperimento è servito a dimostrare una amara verità: sul web non si approfondisce e spesso ci si ferma alle prime parole. E il giornalismo di oggi, è schiavo dei titoli “acchiappa-clic”.
Il risultato è stato abbastanza paradossale: gli utenti facebook “amici” del Manifesto, un target ben definito ideologicamente, ha espresso il proprio disappunto a suon di commenti inorriditi per il fatto che il loro giornale preferito avallasse le tesi dei complottisti, collegando Charlie Hebdo alle scie chimiche.
Del resto, si tratta dello stesso meccanismo che muove operazioni editoriali come Lercio, sito di notizie volutamente false spesso amplificate da facebook, grazie al sistema dei titoli-esca. Nel 2013, per esempio, furono in molti a commentare inorriditi la notizia-bufala del gattino gonfiato col compressore in un campo rom.
Quello che resta è un’amara constatazione: il web ci ha proiettato verso il futuro mettendoci il mondo a disposizione, ma se non abbiamo la pazienza di acchiapparlo ci sfugge da tutte le parti, lasciandoci l’impressione di aver visto tutto senza averci capito niente.
Afghanistan: per i diritti delle donne non si fa abbastanza
8 Aprile 2015
Amnesty International accusa il governo dell’Afghanistan e la comunità internazionale di non fare abbastanza per proteggere le donne che difendono i diritti umani.
Nel Rapporto “Le loro vite in gioco”, infatti, l’organizzazione umanitaria spiega che chi sostiene i diritti delle bambine e delle donne, come dottoresse, insegnanti, avvocate, poliziotte e giornaliste, vengono prese di mira non solo dai talebani ma anche dai signori della guerra e da rappresentanti del governo, subendo costantemente minacce, aggressioni e violenze.
Le leggi vigenti non vengono applicate e le autorità ignorano o rifiutano di prendere sul serio le minacce contro le donne; poche le indagini, pochissime le condanne.
Anche la comunità internazionale sta facendo poco per contrastare questa situazione. Secondo Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, “col ritiro delle truppe quasi completato, in troppi nella comunità internazionale sembrano felici di nascondere l’Afghanistan sotto il tappeto. Non possiamo abbandonare questo paese e coloro che mettono in gioco le loro vite per difendere i diritti umani, compresi i diritti delle donne”.
Il rapporto di Amnesty si conclude con una serie di richieste: garanzia di protezione senza discriminazioni, specialmente per le donne che vivono nelle zone rurali; procedimenti giudiziari, usando le leggi a disposizione; stroncare la cultura delle molestie nelle istituzioni pubbliche e le abitudini che favoriscono gli abusi.
MSF: servono più aiuti in Yemen
1 Aprile 2015
La situazione nello Yemen è molto critica dopo gli scontri delle scorse settimane ed i bombardamenti aerei iniziati il 26 marzo. A denunciarlo è Medici Senza Frontiere, che riferisce delle proprie difficoltà nel fornire soccorso alla popolazione civile a causa della chiusura degli aeroporti internazionali, delle restrizioni ai porti e della pericolosità degli spostamenti all’interno del paese. Per far fronte all’intensificarsi delle violenze infatti, sono necessarie più forniture mediche e personale sanitario.
Gli operatori di Medici Senza Frontiere raccontano le difficoltà nell’assistere la popolazione: “Sono rimasti pochissimi attori umanitari nel paese, mentre i bisogni diventano sempre più pesanti.” “Abbiamo dovuto usare il nostro ufficio per accogliere i feriti, mettendo dei materassi nelle nostre stanze.” “Con il proseguimento del conflitto, il rischio di una carenza di forniture mediche è reale. Dobbiamo avere la possibilità di portare assistenza nel paese per via aerea, marittima o terrestre.”
Secondo il dottor Greg Elder, direttore delle operazioni di MSF “Dobbiamo al più presto trovare il modo di far arrivare aiuti umanitari e personale all’interno del paese.”
Per questo motivo l’organizzazione umanitaria chiede a tutte le parti del conflitto di rispettare la neutralità delle strutture e del personale medico, e di consentire ai feriti l’accesso incondizionato all’assistenza medica.
“Next Stop Soweto”, musica dall’apartheid
26 Marzo 2015
Negli anni terribili dell’apartheid sudafricano la scena musicale nera era in grande fermento nonostante le rigide leggi che governavano la vita pubblica del paese.
La Strut Records di Londra ha pensato di raccontarla attraverso una serie di compilation dal titolo emblematico “Next Stop Soweto”, di cui è appena uscito il quarto volume.
Dentro c’è la musica che non ti aspetti: sperimentazioni sonore che vanno a mescolare le tradizioni zulu con il rock e la disco. La scoperta del Mbaqanga, genere peculiare del Sudafrica dagli anni ’60 in poi, un jazz che riscopre le radici rurali zulu e le trasforma in moderna world music.
Il Sudafrica dell’apartheid scoraggiava l’integrazione, attraverso leggi che confinavano i musicisti a seconda della loro appartenenza geografica e tribale: a Sophiatown, sobborgo di Joannesburg, si sviluppò tuttavia il centro artistico della cultura nera sudafricana, che attrasse gli artisti più curiosi delle nuove forme musicali, diventando in breve tempo un punto di incontro dello sviluppo della cultura musicale nera.
Gli abitanti di Sophiatown vennero in seguito sgomberati e l’intero quartiere raso al suolo, ma nessuno potè cancellare quello che era nato tra quelle strade: la musica non ha barriere e non ha mai voluto averne.
I quattro volumi di “Next Stop Soweto” raccolgono vari momenti della storia musicale del Sudafrica e sono un viaggio sonoro a 360 gradi: quello appena uscito è il periodo 1975 – 1985 e mette insieme rock progressive, soul funk e disco. Quello precedente va dal 1963 al 1984 e analizza il jazz sudafricano, mentre il volume 2 (1969-1976) ha dentro brani R&B, soul e psichedelia. Fino al primo volume della serie, che raccoglie le radici di quello che è stato.
I brani di Next Stop Soweto hanno una grande forza: ascoltarli e perdersi dentro queste note mutevoli significa rivivere un piccolo miracolo dentro una storia paurosamente drammatica.
Ebola, l’emergenza non è finita
23 Marzo 2015
Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’epidemia di Ebola, che nei mesi scorsi ha causato oltre diecimila vittime tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, non è ancora conclusa.
L’Oms riferisce che attualmente il contagio è confinato in un corridoio geografico piuttosto ristretto, ma c’è ancora il rischio di nuovi focolai.
La Liberia non è ancora ufficialmente fuori dal contagio, poiché è necessario che siano passati 42 giorni dall’ultimo caso; dopo 20 giorni senza nessun nuovo ammalato, qualche giorno fa c’è stato un nuovo caso a Monrovia.
In Guinea ci sono stati 95 nuovi contagi, in Sierra Leone 55.
Intanto la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità è nella bufera: alcuni documenti infatti dimostrerebbero che l’Oms ha rinviato per due mesi l’annuncio dell’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale temendo di danneggiare le economie dei Paesi coinvolti.
Amazzonia, nasce il corpo speciale contro il disboscamento
16 Marzo 2015
Combattere il disboscamento illegale della foresta amazzonica: questo l’obiettivo della nuova Compagnia per le operazioni ambientali brasiliana, un corpo di polizia speciale che impiegherà 200 agenti in diversi punto strategici della regione.
Il provvedimento mira a contrastare un fenomeno in preoccupante aumento negli ultimi anni: secondo l’organizzazione ambientalista Imazon, nel 2014 sono stati rasi al suolo 402 km quadrati di foresta, il 290% in più rispetto al 2013, per destinare il terreno ad altro uso.
Greenpeace ha denunciato nei mesi scorsi il traffico illegale di legname nello stato del Parà, tagliato illegalmente e traferito per seere lavorato ed esportato in Europa, Cina, Giappone e Stati Uniti.
La creazione del nuovo corpo speciale prevede un investimento di circa dieci milioni di dollari.




