Che cosa ci hanno insegnato questi cinque anni

di Ivano Maiorella

E così il Giornale Radio Sociale spegne cinque candeline, abbiamo iniziato di questi tempi nel 2011, con qualche idea di comunicazione sociale da sperimentare e mettere in pratica. Con la voglia di non perdere di vista il fatto di navigare nel mondo dell’editoria e dell’informazione.

Tradotto: dalla teoria alla pratica ci si può rompere l’osso del collo. Volontariato non significa improvvisazione, passione non significa dilettantismo: per chi fa informazione e ci mette la faccia e la firma (anche la voce, nel nostro caso) è importante mantenere le promesse. Il risultato è là, sotto gli occhi di tutti, giorno per giorno. Ognuno può leggere e ascoltare oppure ignorare o cambiare canale. Comunicazione e disponibilità sono facce della stessa medaglie.

Che cos’è informazione e comunicazione sociale? Ce lo chiediamo ogni giorno e in questi cinque anni abbiamo provato a sperimentare nuove strade. Da mettere in pratica insieme ad un baricentro chiaro: libertà e pluralismo di espressione. Con la voglia di “farci media”, dare voce al sociale e al terzo settore, provando anche a far esprimere un punto di vista sull’attualità a questo universo mondo. La radio è come l’acqua, arriva dappertutto. La rete è naturale e le redazioni sono in strada. Il linguaggio è in continua evoluzione, con l’attenzione riservata ad una componente importante del giornalismo e del sociale. Dignità e rispetto per le persone delle quali si parla e per i fatti.

Diritti, società, economia, internazionale, cultura e sport: sei redazioni in una, conserviamo l’impaginazione alla quale siamo abituati. Dov’è la novità, allora? Nei dettagli altrove trascurati, nelle parole usate, nei toni, nell’antiretorica del fare tanto e bene, nell’inversione dei criteri di notiziabilità.

Come? Non correndo dietro alle frasi a sensazione ad esempio, e neppure alla notorietà di personaggi inflazionati. La redazione è composta da giornalisti e collaboratori che lavorano in vari ambiti del terzo settore e dedicano un pó del loro tempo al Giornale Radio Sociale, al sito internet (che nel frattempo è diventato testata), ai social, alle dirette, ai progetti speciali come “Che lingua scrivi” con l’Ordine dei giornalisti o quelli come la comunicazione di Fqts, formazione quadri del terzo settore al sud.
Grazie al Forum del Terzo Settore che ha creduto nel nostro progetto editoriale e lo sostiene insieme a Fondazione con il sud. Grazie alle organizzazioni sociali e alle reti del terzo settore che hanno imparato a conoscerci e ad inviarci fonti e notizie, oltre ad ospitare il banner per ascoltarci.

Grazie a Radio Articolo 1 che collabora alla realizzazione e alla messa in onda del notiziario. Grazie al centinaio di radio in Fm in tutta Italia che trasmettono quotidianamente l’edizione delle 12 del Grs, grazie alla miriade di radio web che rilanciano il Grs, grazie al circuito radiofonico Area. Grazie alla FNSI, alla rete NoBavaglio e all’associazione Articolo 21 che ci ricordano sempre l’importanza dell’autonomia, della libertà di stampa, del pluralismo. Grazie ai tanti che collaborano volontariamente e sostengono il lavoro redazionale in mille modi.

Grazie alla redazione, ad ogni singolo componente, a coloro che si sono avvicendati in questi anni. La capacità di unire competenze professionali e importanza delle relazioni personali è il valore aggiunto di questi cinque anni di lavoro insieme. Cinque anni di lavoro alle spalle sono importanti ma il tempo che abbiamo di fronte ci dirà se la sfida è davvero vinta e il risultato consolidato.

Qualche parola per restare umani

di Ivano Maiorella

Questione di giorni e di ore, il racconto della realtà sembra essere vecchio un attimo dopo essere scritto. La turborealtà impedisce l’approfondimento e costringe alla superficialità, all’approssimazione. Proviamo a non rassegnarci a questa condanna, anche se è sempre più difficile agganciare realtà virtuale a vita quotidiana. Proviamoci, ognuno come può: ascoltare, conoscere, comunicare, partecipare. Una proposta: incominciamo dal linguaggio, usiamo le parole come torce per procedere nel buio. Ognuno di noi redattori del Grs ve ne propone una. Proprio adesso, nel pieno di un’estate di piombo accecante. Con una premessa, una tavola fuoritesto: di fronte alla violenza, al terrorismo, ai naufragi di migranti e alla tensione internazionale che è possibile leggere ovunque, nel marciapiede di fronte e nella rete, non chiamiamo in casa lo “squilibrato” di comodo.

 

Non liquidiamo pilatescamente il senso che si sta perdendo, cerchiamo di risalire la corrente e non scambiamo gli effetti con le cause. E’ una guerra o no? Cambia poco, ogni vita spezzata – o autointerrotta – è guerra contro il genere umano. Per questo le parole sono importanti, il loro significato aiuta a rimettere i piedi per terra e a ragionare.  Così nasce questo editoriale scritto a più mani dai redattori del Grs, frutto della riunione di redazione prima dell’estate (martedi 27 luglio) e del video che vedete qui a fianco (montaggio di Francesca Spanò), per provare a collegare parole e immagini.

 

Ripopolare, ho scelto questa parola. Tornare ad abitare luoghi abbandonati che si stanno desertificando. Abitare citta, periferie, campagne senza paura di sentirsi spaesati. Abitare la politica, senza sentirsi respinti. Abitare i beni comuni partecipando alla loro cura, alle scelte, sentendoli propri. consapevolmente, col desiderio e il diritto di conoscere, abitare l’informazione e la libertà di espressione, ripopolando il dialogo e i legami sociali, la solidarietà dell’agire.  Ascoltare se si vuole essere ascoltari. L’ho sentito dire a don Panizza a Lamezia Terme in un incontro sulla comunicazione sociale. E il mutuo ascolto e’ la base del giornalismo, soprattutto radiofonico.

 

Povertà, la parola da mettere in primo piano nel Paese: sono 4 milioni gli italiani poveri e un milione sono minorenni. Povertà fa rima con Sud: qui alle mie spalle il Vesuvio e Napoli, capitale di quel Mezzogiorno povero da cui bisogna ripartire per il benessere di tutti (di Giuseppe Manzo).

 

Riforme. Dal giorno della sua nomina il Presidente del Consiglio ha promesso un piano di Riforme per modificare l’assetto politico, istituzionale e costituzionale del Paese: tra queste, quella del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, del terzo settore e la tanto discussa riforma costituzionale, il cui referendum ad ottobre segnerà l’ago della bilancia che decreterà il destino del governo e dell’intero Paese. Attesa, traguardo storico o nuova delusione? (di Anna Monterubbianesi)

 

Alberi, gli alberi delle navi che attraversano il mediterraneo. Solo nel 2016 249.801 migranti in fuga sono approdati in europa alla ricerca di nuove radici. Oltre 3 mila hanno invece trovato la morte e l’europa resta a guardare (di Clara Capponi)

 

Gioco è formazione, civiltà, futuro. Da quello dei bambini nei cortili delle nostre città a quello nei campi profughi ai confini con le guerre dei nostri giorni. Dai riflettori di Rio de Janeiro accesi sul mondo ai parchi delle periferie urbane. Giochiamo per comunicare, imparare e immaginare: nel gioco disegniamo una società aperta, accogliente e libera. Le regole sono i diritti di cittadinanza, da rivendicare e difendere insieme (di Elena Fiorani).

 

Buonsenso. Una parola semplice, ma anche una regola che bisognerebbe darsi nell’affrontare i drammi del nostro tempo: dalla crisi economica, ai diritti negati, al terrorismo.  Una parola per non dividersi tra “razzisti” vs “buonisti”: perché di mezzo c’è la vita reale delle persone, ci sono i drammi di chi fugge dalla guerra, ma anche di chi è costretto a vivere su una panchina abbandonato dallo Stato, di tutti coloro che si sentono discriminati o subiscono violenze. Potrebbe bastare il buonsenso per trovare soluzioni in grado di offrire diritti e dignità a tutti. Buonsenso è una parola quasi scontata, ma talmente tanto che ce ne siamo colpevolmente dimenticati (di Giordano Sottosanti).

 

Umanità, intesa come restare umani, come non arrendersi all’orrore degli eventi, alla paura che genera violenza, alla spersonalizzazione delle relazioni sociali. Ad ogni passo, ricordarsi di essere esseri umani (di Giovanna Carnevale).     

 

L’incuranza è quella cosa che ti fa star male quando ti accorgi che ormai in tutte le cose è diventata l’abitudine. L’abitudine a non curare l’altro, quello che si trova buttato su un marciapiede privo di sensi, l’incuranza verso chi vede i propri diritti calpestati, verso chi viene ingoiato perché ultimo degli ultimi. L’incuranza verso la storia, la nostra storia, fatta non solo di libri ma di monumenti, grandi e piccoli, anch’essi vittime di incuranza. L’incuranza di chi utilizza come scenografia di un concerto uno dei luoghi più belli al mondo: il Foro Romano. Sono tanti i tesori di inestimabile valore abbandonati all’incuria dei potenti perché con la “cultura non si mangia mica”. L’incuranza verso l’ambiente che ci circonda sempre più spesso discarica a cielo aperto. L’incuranza diventa regola, codice comportamentale, diventa scempio e vergogna. (di Pietro Briganò)

Taking Care

di Ivano Maiorella

Sogni da architetti o da politici? Taking Care, prendersi cura. Suvvia, i sogni di un architetto non c’entrano niente col sociale. Oppure sì? Basta poco per essere smentiti: la Biennale di Architettura di Venezia spiazza. Il Padiglione Italia, inaugurato in questi giorni, è protagonista di una scommessa che si chiama “Taking Care”. L’impressione è quella di mondi in apparenza lontanissimi che si parlano: come progettare il bene comune? Il tumultuoso boom edilizio degli anni ’60 e ’70 è stato un rullo compressore, ha dissipato suoli e prodotto mostruose distese di cemento.

Eppure l’architetto si guarda dentro e riparte dal sociale, dalle periferie, da una visione concreta al servizio della comunità. Non a quello – surrettizio o palese – dei palazzinari, degli affaristi o dei politici corrotti. E’ la periferia, e chi la popola, il luogo dell’incontro, la frattura che oltre ad essere “rammendata” chiede di essere incontrata, conosciuta. L’intero Padiglione Italia, allestito come il resto della mostra nell’Arsenale veneziano, è dedicato a tre percorsi: pensare il bene comune, incontrarlo e agirlo. Ne emerge una mappa concettuale: cittadinanza, ascolto, autorganizzazione, attivazione,senso, lavoro,spazio, riuso, sobrietà, manutenzione, cura…Il punto d’arrivo è l’incontro e la partecipazione, per progettare insieme.

L’architetto incontra 5 associazioni e propone un cammino per migliorare la qualità della vita delle persone e delle periferie. La cerniera è costituita da 5 associazioni individuate come portatrici di interessi e diritti comuni: Libera (legalità), Emergency (salute), Legambiente (ambiente), Aib-Associazione Italiana Biblioteche (cultura) e Uisp (sport sociale).

 

Attraverso la coprogettazione con 5 architetti italiani questi interessi e diritti diventeranno beni comuni, ovvero cinque allestimenti che verranno creati grazie ad una campagna di crowdfunding: “l’azione nasce nel Padiglione Italia per poi radicarsi e vivere al di fuori di esso”. Nel corso della Biennale Architettura (maggio-novembre 2016) è possibile vedere 5 modellini dei futuri allestimenti con le loro storie e i piani progettuali. Terminata la mostra i modellini verranno realizzati e portati in 5 diverse città dove diverranno operativi. Quello di Emergency, ad esempio, sarà un dispositivo per la salute, un ambulatorio mobile per assistenza sanitaria e mediazione culturale. Il progetto si chiama Articolo 10.

L’architetto riparte dal basso, dal prendersi cura di ciò che sogna: cultura, socialità, partecipazione, salute, integrazione, legalità. Il sociale ha bisogno di progettare il suo futuro e incontrare nuovi compagni di strada, non necessariamente nei suoi spazi di autoreferenzialità o nelle aule universitarie. Il terreno del fare, o dell’agire, è un ottima meeting area: “La nostra tesi è che questo processo costituisca esso stesso un bene comune in sé – scrive il collettivo TAMassociati – in grado di generare nuovi saperi, condivisione delle risorse, diffusione della democrazia e migliore convivenza”.

 

Una velleità glam? O una sfida vera? E’ questo il punto.

Un gruppo di architetti e di visionari con-i-piedi-per-terra si è riunito intorno a Massimo Lepore, Simone Sfriso e Raul Pantaleo, TAMassociati, che, per conto del Ministero della cultura, hanno realizzato il Padiglione Italia della Biennale Architettura 2016 di Venezia col chiodo fisso di una nuova architettura sociale che “quando guarda al sociale può agire come baluardo contro la marginalità e l’esclusione e divenire motore di nuove visioni, potente mezzo comunicante strumento attraverso cui le periferie dell’abitare possono rivendicare diritti, progresso, opportunità, inclusione”.

Andando indietro nel tempo si scopre che la storia di TAMassociati è lunga, fatta di progetti come quello nel piccolo Comune di Monterotondo, alle porte di Roma, chiamato “Esercizi di democrazia”. Era il 2002 e l’obiettivo era quello di una forma di architettura sociale – collegata alla comunicazione sociale che all’epoca cominciava a farsi spazio – e coprogettazione tra cittadini e istituzioni, una sorta di nuovo “Contratto sociale” fatto di “crescita responsabile, l’incontro e il rispetto dell’altro, l’dea di una equa reciprocità”.

 

Una ragionata “politica dei luoghi pubblici” (beni comuni per definizione) e di percorsi di coprogettazione/partecipazione tra istituzioni, politica e cittadini.  Perchè non ripartire da qui per prendere qualche spunto buono e qualche idea? Taking Care: pensare, incontrare, agire. Non solo parole.

Ilaria, Miran e Giulio Regeni: dovere di verità

di Ivano Maiorella

20 marzo. Attendiamo ancora verità e giustizia. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. La vicenda è una delle vergogne italiane che mette a nudo responsabilità politiche e insabbiamenti a ripetizione, diritto di stampa e bavagli.

21 marzo. Con Libera e LiberaInformazione a Messina per la XXI Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. In contemporanea in tanti luoghi in tutta Italia.

Che cosa lega queste due giornate? Il dovere di difendere sempre il ruolo dell’informazione libera, dell’autonomia dei giornalisti, del percorso delle inchieste che devono sempre essere spinte in avanti, verso una conclusione.

“Servizi segreti e apparati dello stato non facevano il loro dovere – disse Roberto Morrione, direttore storico di Rai News 24 e responsabile di LiberaInformazione sino alla sua scomparsa – due giornalisti uccisi perché stavano indagando su un colossale traffico di rifiuti nocivi, forse anche di armi”.

Nel frattempo due novità. Il 5 aprile 2016 si aprirà a Perugia la revisione del processo nei confronti di Hashi Omar Assan condannato definitivamente a 26 anni di carcere (26 giugno 2002) per concorso nell’assassinio di Ilaria e Miran. Si potrà riesaminare il fitto intreccio di testimoni pagati per affermare il falso e il percorso dei depistaggi. Chi ha ordinato il duplice assassinio, chi ha costruito carte false? E soprattutto quale fu il ruolo dei servizi segreti italiani?

La seconda novità è che la Camera dei deputati ha messo online l’Archivio digitale che raccoglie tutta la documentazione in possesso del Parlamento sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

I materiali – che possono essere consultati e richiesti attraverso la compilazione di una domanda online – comprendono tra l’altro, tutti gli altri atti acquisiti dalla Commissione d’inchiesta istituita nella XIV legislatura. Quella presieduta da Carlo Taormina (attuale opinionista del Processo di Biscardi) il quale sostiene che “Ilaria Alpi era in vacanza, non al lavoro”.

Nel corso di questi 22 anni si è formato attorno alla memoria di Ilaria un largo consenso e un gruppo sempre più numeroso di persone (ma anche di scuole, istituzioni, biblioteche associazioni…) che vogliono arrivare alla verità – scrive sul sito dell’Associazione Articolo 21 Mariangela Gritta Grainer, che si è occupata di Ilaria Alpi in modo documentato e attento in questi anni – Si è capito che in nome di Ilaria si combatte per raggiungere verità e giustizia oltre la tragica morte di due persone innocenti, per i diritti delle cittadine e dei cittadini del mondo intero”.

Giulio Regeni, 28 anni, ricercatore, è scomparso al Cairo il 25 gennaio (il giorno dell’anniversario della rivoluzione del 2011). Sul suo cadavere, ritrovato il 3 febbraio, c’erano segni di violenza e tortura. Secondo l’autopsia che si è svolta in Italia, sarebbe stato torturato per diverso tempo prima di essere ucciso. L’inchiesta si sta svolgendo in Egitto sia in Italia. Ucciso per impedirgli di pubblicare articoli ritenuti dannosi per il regime egiziano? Per non voler rivelare le fonti?

Sembra incredibile che nella nostra epoca delle tecnologie evolute, nella quale abbiamo l’impressione di avere tutte le informazioni a portata di mano, ci troviamo ancora ad elencare morti, occultamenti, depistaggi, paludi.

Diritti, minoranze, unioni civili

di Ivano Maiorella

Dribblando il populismo paludoso di ideologizzazioni e crociate, la classe politica puo’ dare ora e adesso un esempio di vitalità, in tema di unioni civili. E, per quella parte  di classe politica di centrosinistra che in questo momento governa, anche di lealtà nei confronti dei suoi elettori e di ciò che era stato promesso loro. L’Italia ha alle spalle trent’anni di tentativi (ricordate i pacs? ricordate i dico?) ed è matura nell’opinione pubblica  una coscienza civile piu’ avanzata in tema di unioni civili. Evidenza importante per un paese come il nostro che non e’ mai stato avanguardia in temi di diritti civili. Con particolare riferimento a cio’ che e’ scritto e regolato nel titolo 5 del codice civile, quello dedicato alle persone e alla famiglia. Definita “societa naturale”, definizione bellissima a mio avviso, al pari di quella, altrettanto bella, di “buon padre di famiglia” che il codice usa per definire la diligenza con la quale bisogna adempiere agli obblighi patrimoniali contratti. Entrambe le definizioni ci riportano a concetti base del vivere civile. Il diritto ci insegna che giustizia e verità non sono assoluti. La società muta e il diritto serve a riscrivere, nel corso del tempo, nuovi ordinamenti giuridici socialmente accettati, architravi complessi del vivere civili, del rispetto, della dignità delle persone. Il codice civile e’ del 1942 e nessuno si sentirebbe di obiettare al fatto che societa’ naturale rimane una definizione bellissima da applicare alle “formazioni sociali” che nel frattempo si sono affermate. Cosí come un giorno si potrebbe scrivere: “con la diligenza del buon padre e delle buona madre di famiglia”. E di tutti coloro che per le ragioni piu’ varie, non sono padri, nè madri ma semplicemente brave persone, che vogliono rispettare le leggi senza vedersi ricambiati, dalle medesime leggi che vogliono rispettare, con pregiudizi, discriminazioni e offese.

La legge  Cirinnà in tema di unioni civili ci sembra abbia queste caratteristiche, consolida un diritto, si muove in una cornice sufficientemente generale (non generica) così come una legge deve fare. I tempi e l’opinione pubblica oggi sembrano in grado, anche in Italia, di comprendere le ragioni di chi non vuole piu’ continuare a nascondersi non avendo commesso alcun crimine. Una comunità grande o piccola che ha avuto il merito in questi anni di esporsi ed “esibirsi” al pregiudizio altrui con coraggio. Dovremmo ringraziare queste persone perche’ ci hanno creduto quando in Italia erano davvero in pochi a crederci, anche a sinistra.

La comunità Lgbt ha avuto questo merito insieme alle organizzazioni sociali che ne hanno condiviso e sostenuto l’impegno e a chi da sempre ascolta e difende le minoranze, in quanto tali. Istanze che nascono nel sociale, che ancora una volta si mostra più sensibile ai mutamenti e alle spinte dal basso di quanto non faccia la politica.

Il 2016 in dieci parole

di Ivano Maiorella

Il 2016 che anno sarà? Questo editoriale porta una firma collettiva, quella dell’intera redazione del Grs: ecco i telegrammi di ognuno, sintetizzati in una parola, un auspicio, un segnale. O anche in un rumore, perché la radio è quello: attenzione alle parole e ai suoni, alle voci e alla musica. Anche così cerchiamo di fare comunicazione sociale. Eccovi le nostre dieci parole per leggere il 2016, dalla A di Accoglienza alla R di Redistribuire, passando per Attenzione, Cambiamento, Consapevolezza, Donne, Informare, Innovazione, Partecipare, Rallentare.

 

Accoglienza come stile di vita. Accoglienza è un’apertura: chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui,
Accoglienza è far esistere, o sentire, una persona umana, e ci permette di capire le nuove povertà e le sofferenze di coloro che vengono esclusi dalla società. Senza lo stile dell’accoglienza, forse ci si può sentire bravi cittadini, ma non  cittadini responsabilmente partecipi della vita.

 

Attenzione, ovvero maggiore attenzione verso il mondo che ci circonda, le persone e la loro vita. Attenzione per chi troppo spesso è dimenticato o abita in zone del mondo di cui non si parla mai. Attenzione a quello che si racconta e a come si fa, perché nel nostro mestiere, come nella vita, le parole contano.

 

Cambiamento: nello sport, italiano e mondiale, c’è bisogno di seguire nuove strade. A tracciare il percorso potrà essere lo sport sociale. Un cambiamento ai vertici del sistema sportivo ma soprattutto nei suoi obiettivi: inclusione, solidarietà, integrazione, diritti uguali per tutti. Donne, bambini, persone con disabilità, migranti, rifugiati. Lo sport unisce e anticipa il progresso sociale.

 

Consapevolezza del proprio ruolo, della società, dello spazio che si occupa e del tempo che si vive. Solo la consapevolezza apre le porte della comprensione, quella che non teme la diversità ma al contrario ne conserva il valore. Quella che fa emancipare dalle parole inculcate e dai dicktat dei costumi sociali. Essere consapevoli vuol dire preservare la libertà della mente.

 

Donne: nel 2015 hanno sfidato lo spazio, sostenuto il peso del welfare con lavori malpagati, ci hanno insegnato come essere cittadini attivi anche da vittime del terrorismo, sono state minacciate perché vincenti in uno sport da maschi;  che il 2016 le valorizzi non come le più brave della classe ma per quello che sono e che vogliono.

 

Informare, perché lo dice la  Costituzione italiana, art. 21, “che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione.” Informare è rendere consapevoli, fare delle scelte, essere liberi. Informare è l’impegno quotidianano di raccontare il sociale e dare voce a quello che gli altri non dicono. Informare è la sfida del Grs per il 2016.

 

Innovazione: chissà se quest’anno Babbo Natale ha ricevuto dai bambini letterine via mail, o attraverso i social network, indipendentemente dalla loro condizione sociale o dal luogo geografico nel quale abitano. Perché l’innovazione, può davvero cambiare la vita di ciascuno di noi, ma solo attraverso una diffusione universale, rivolta soprattutto a chi è in difficoltà o ha minori possibilità, altrimenti la forza che può esprimere non avrà mai quell’impatto rivoluzionario che potenzialmente può e deve rappresentare.

 

Partecipare è un verbo spesso abusato. Partecipare vuol dire costruire cultura, partecipare a percorsi in cui i vissuti si incrociano dando vita ad altri percorsi e ad altri vissuti e non finire mai.
Partecipare ai racconti dei migranti, a chi fugge dai conflitti. Perché la cultura non è un territorio circondato da confini, ma è partecipare alla cultura altrui.

 

Rallentare per crescere tutti insieme, in dignita e in diritti, perche aspettare chi e’ in coda al gruppo aiuta chi sta davanti a scegliere con più giustizia la direzione, perche questo non significa perdere tempo ma acquistarne. Rallentare per riflettere su come dividere, ad esempio. Camminare anzichè correre, per guardarsi intorno senza che la fretta diventi l’alibi per non accorgerci di chi ci e’ vicino.

 

Redistribuire. È questa il verbo contro la crisi per il 2016: da chi concentra troppe ricchezze e chi vive in povertà, dal Nord del Paese al Sud dimenticato. Redistribuire per la giustizia e per i diritti.

 

Buon 2016 dalla redazione del Giornale Radio Sociale: Pietro (e Lorenzo) Briganò, Giovanna Carnevale, Clara Capponi, Elena Fiorani, Giuseppe Manzo, Ivano Maiorella,  Anna Monterubbianesi, Fabio Piccolino, Giordano Sottosanti, Francesca Spanò, Anna Ventrella.

Mettersi nei panni degli altri

di Ivano Maiorella

Mettersi nei panni degli altri: il primo appuntamento di Fqts a Caserta è partito da questo invito, martedi 10 novembre. Utile al programma didattico e formativo ma anche un comportamento di vita, da sperimentare sempre. Anche di fronte a quanto sarebbe avvenuto a Parigi tre giorni dopo, venerdi 13 novembre. Cercheremo di spiegare perché ci è venuto naturale questo accostamento in giornate nelle quali la confusione e lo smarrimento rischiano di rendere fasulla ogni analisi. Ci proviamo lo stesso e andiamo avanti con ordine.

Fqts di Caserta dicevamo, Formazione Quadri del Terzo Settore del Sud, al via col suo secondo ciclo triennale aperto a Caserta dal 10 al 15 novembre. Vogliamo partire da qui. Un appuntamento intenso, volto a segnare un discrimine: non un ciclo di convegni ma un corso intensivo di formazione. Un investimento sul capitale umano del Sud, presupposto di ogni sviluppo futuro, per provare a guardare le cose da angolazioni diverse, per cercare nuove strade e determinare cambiamenti.
Per acquisire una mentalità aperta bisogna uscire fuori dalle prigioni delle abitudini, è stato detto in apertura. Il terzo settore e i suoi quadri possono mettersi in gioco, essere attori di cambiamento. Sono valore sociale e possiedono una “visione”. Questo significa essere davvero terzo settore.

Andrea Volterrani è partito dal valore sociale del terzo settore. Che cos’è? “C’è stata un’epoca, quella degli anni ’90, nella quale in primo piano c’era il tema del valore economico del terzo settore. Da allora si è creata una certa confusione tra valore sociale e valutazione dell’impatto sociale”.

“Il terzo settore ha tante componenti – ha proseguito Volterrani – ciò che ci contraddistingue è il porgersi la domanda: esistiamo in funzione delle attività e dei servizi che eroghiamo? E se smettessimo le attività, continueremmo ad avere un ruolo per il solo fatto di esistere? Quello che rimane al netto delle attività è il valore sociale, ovvero partecipazione, democrazia, condividere una visione con altri”.

Quindi il terzo settore è portatore di democrazia, partecipazione, coesione sociale in quanto possiede una “visione”. “Avere visioni vuol dire darsi un orizzonte – ha detto Emilio Vergani, autore di “Costruire visioni”, Exorma editore, Roma 2012 – Vuol dire abbracciare un altro paradigma che si concentra sull’agire, e non solo sul fare, sul lavorare a progetti o erogare servizi, ovvero su un orizzonte più ampio che è la visione. La visione non è un punto di vista di uno solo ma un orizzonte ampio con tanti e infiniti punti di vista. Non è neanche l’utopia, lo sguardo ossessivo di qualcuno, di un leader”. La peggiore nemica della “visione” è l’ideologia. Proviamoci, allora, a metterci nei panni degli altri per provare a comprendere quello che sta gettando l’Europa nello sgomento. Arrivano come pietre le notizie da Parigi. Mettersi nei panni dell’altro. Mettersi nei panni dei cittadini parigini in quelle ore di terrore, in quelli delle vittime, dei familiari, di chi è scampato, di chi ha ucciso a freddo, di chi medita di continuarlo a fare. Di chi pensa: che succederà domani? Di chi si pone interrogativi, di chi cerca di comprendere l’altro. E se provi, per un momento, a metterti nei panni dei terroristi dell’Is ti accorgi del buoi fitto dello spirito e della ragione.  Il fanatismo religioso e quello ideologico sopprimono ogni visione diversa dalla propria, non c’è domani, le altre persone e i loro panni non esistono.

Aldo Capitini era un “visionario”: “La bellezza della nonviolenza è che essa preferisce non di distruggere gli avversari ma di lottare con loro in modo nobile e dignitoso, con il metodo non violento, che fa bene, prima o poi, a chi lo applica e a chi loriceve. In fondo è più coraggioso volere vivi e ragionanti gli avversari, che farli a pezzi” (Azione nonviolenta, Perugia, 1968).

Da quattro anni in compagnia di voci di strada

di Ivano Maiorella

Wolfman Jack, vogliamo incominciare da lui, anche se il suo nome non vi dirà molto. Se ne andava venti anni fa, tondi tondi, a 57 anni, era il disc jockey radiofonico più famoso d’ America, celebre in tutto il mondo dopo che aveva interpretato se stesso in American Graffiti di George Lucas nel 1973. Bene, Lupo Solitario non è stato un personaggio della radio, era la radio. La radio accompagna, di notte, di giorno, sempre che tu ne abbia voglia. Lo abbiamo imparato proprio da lui. La radio non chiede tutta l’attenzione per sè, non distrae, non è gelosa della convivenza con altri media, la radio è libera. Forse anche per questo motivo, quattro anni fa, era l’ottobre del 2011, decidemmo di dar vita al Giornale Radio Sociale. Ne approfittiamo per raccontare alcune caratteristiche di questo progetto di comunicazione sociale.

Quattro candeline che spegniamo con una nuova buona notizia: dalla fine di settembre il Giornale Radio Sociale andrà in onda a mezzogiorno, a Roma, sui 103.300 in FM dal lunedì al venerdì, all’interno delle fasce di programmazione curate da RadioArticolo1. Un appuntamento che si aggiunge a quelli con le 64 radio in Fm in tutta Italia e alle 40 web radio che già trasmettono l’edizione quotidiana del GRS. Vogliamo citarle e ringraziarle tutte, da Radio Amica a Radio Voce della Speranza, da Palermo a Venezia, da Radio 100 Passi a Radio Siani. Ecco l’elenco completo.

Rileggiamo insieme alcune idee che hanno dato vita al Giornale Radio Sociale, testata giornalistica promossa dal Forum del Terzo Settore. Un’edizione quotidiana di tre minuti con notizie di società, diritti, economia, internazionale, cultura, sport.

1. L’esperienza nasce dalla “costruzione di un ambiente cooperativo” intorno alla creazione di “spazi in cui ogni attore possa esprimersi e collaborare con altri, in cui le relazioni siano incentivate e facilitate”. Definizioni, queste, nelle quali ci siamo ritrovati e che abbiamo preso in prestito da Marco Binotto dal suo “Comunicazione sociale 2.0” (ed. Nuova cultura),

La radio ci è sembrato il canale naturale per un’esperienza di comunicazione sociale che nasceva all’interno del terzo settore, mettendo in rete i network associativi attraverso un flusso di notizie nuovo, originale, che privilegia il punto di vista dei protagonisti del terzo settore – più o meno noti, oppure assolutamente sconosciuti, voci del territorio – con metodo giornalistico, provando a rovesciare alcuni cosiddetti criteri di notiziabilità.

Cercando di avvicinare chi produce informazione – o la trasmette – e chi la riceve, cercando di abbattere il diaframma tra nazionale e locale, valorizzando le reti territoriali, cercando di annullare le distanze. Anche grazie al potenziamento del sito internet e a quello dei social.

2. In questo modo abbiamo visto che il linguaggio si innova e si fa rispettoso anche grazie al fatto che i soggetti che ne popolano il perimetro sono molteplici. Molta attenzione e molte riunioni settimanali di redazione le abbiamo dedicate proprio al linguaggio. Anche se il linguaggio della radio è prevalentemente  la musica, in quanto testata giornalistica che guarda al modello all news cerchiamo di ricomprendere suoni, voci, rumori, strada, “sporco” che convivono col genere musicale, ne fanno parte. Mobilità, flessibilità e snellezza: la radio arriva dappertutto, radio di flusso, riesce a stare velocemente dove si svolgono i fatti. Questo non significa superficialità e disattenzione, soprattutto nel linguaggio.

3. Occupare lo spazio pubblico mediale: farsi media, anche grazie ai bassi costi di produzione. In questa maniera si ottiene un duplice vantaggio: il primo, si diventa “canale”, si produce informazione, si “media” con gli altri media dal punto di vista editoriale e si interpreta l’esperienza giornalistica con gli strumenti del giornalismo (selezione, rilevanza, incrocio delle fonti, sintesi…). Secondo, come suggerisce Volterrani nel suo “Saturare l’immaginario” (ed. Exorma), ci si “mette nei panni dell’altro” per rispondere a questa domanda: “come possono le organizzazioni del terzo settore riappropriarsi della facoltà di immaginare e, dunque, di creare nuovi spazi e nuova semantica fra immaginario e realtà?”. Volterrani propone cinque percorsi, dei quali tre fanno al caso nostro: 1. mettersi nei “panni dell’altro per “comprenderne meccanismi, stili, linguaggi, luoghi…”; 2. capacità di scoprire storie, “raccoglierle, analizzarle, per poi inventarne, costruirne e commissionarne di nuove, rappresentative per la comunità e la collettività”; 3. media education, nel senso di acquisire competenze per “scardinare” o almeno modificare, immaginari e rappresentazioni sociali consolidati.

4. Empowerment, ovvero valorizzare e moltiplicare le capacità professionali e relazionali (personali, collettive, associative) partendo da una comune matrice giornalistica: la ricerca delle notizie. Nasce così una redazione composta da sei redazioni: società, diritti, economia, internazionale, cultura e sport. La classica impaginazione che si sovrappone a sei fasce specifiche considerate come insediamento permanente – in alcuni casi trasversale – delle organizzazioni sociali, piccole e grandi, del terzo settore italiano.

5. Tecnologia e innovazione, i canali si moltiplicano e influenzano il messaggio. Le web radio rappresentano nuovi spazi di comunicazione, capacità di adattamento alle trasformazioni e interpretazione del nuovo. Il Giornale Radio Sociale utilizza vari ambienti, dal web all’FM; varie modalità comunicative (voce, testi, immagini, video…); vari generi giornalistici (l’edizione giornaliera radiofonica, gli speciali, le dirette, gli approfondimenti del Grs week). Un’intermedialità che continuerà ad arricchirsi, innovarsi, sperimentarsi. Che si mette ogni giorno alla prova.

Mai più ultimi

di Ivano Maiorella

“Mai più ultimi nella cooperazione internazionale”: ha detto proprio così il premier Renzi chiudendo la Festa del Pd a Milano. Un concetto che aveva anticipato giorni fa al Corriere della Sera e che il ministro degli esteri Gentiloni aveva ribadito, intervistato dall’Espresso: “A cominciare dalla prossima legge di stabilità dobbiamo recuperare, sia pure gradualmente, un ruolo importante nel campo della cooperazione. Che non è più esclusivamente solidarietà e assistenza ma serve anche a ridurre le cause dei fenomeni migratori”. Non solo, aggiunge il ministro: “Serve anche a creare le basi di rapporti economici strategici per il futuro dell’Italia”. E forse anche a guadagnare un seggio all’Onu, al quale il governo italiano aspira. Lo fa legittimamente se alle promesse seguiranno i fatti e le idee: più cooperazione significa più umanità e più dignità, senza se e senza ma.

Mai più ultimi in libertà e democrazia. Lo giurarono i padri della della Repubblica, l’8 settembre di 72 anni fa, era il 1943. L’armata italiana si era sciolta, tutti a casa in ventiquattr’ore, re e vertci militari in fuga, un milione di persone con addosso una divisa che non valeva più niente. Gente sparsa in Italia e sui fronti dei paesi occupati, dall’Albania, alla Jugoslavia alla Grecia, sbandati, profughi, prigionieri, bersagli. Il presidente Ciampi definì così l’8 settembre: moriva una certa idea di patria fascista e ne nasce un’altra, democratica. Venne costituito il Comitato di Liberazione Nazionale e iniziarono venti mesi di Resistenza. E iniziarono le rappresaglie nazifasciste, come quella di Cravasco, vicino Genova, dove il 22 marzo 1945 furono fucilati 18 partigiani, alcuni giovanissimi altri professionisti e padri di famiglia. Uno di loro, Arrigo Diodati, sopravvisse miracolosamente e successivamente diede vita a numerose esperienze associative per la cultura, l’escursionismo e lo sport. Pubblichiamo la foto dell’eccidio di Crevasco: vi ricorda niente questa immagine di morti ammassati l’uno sull’altro?

Mai più ultimi ad indicare strade per uscire senza ipocrisie dalla strage dei migranti. Questo chiedono le organizzazioni sociali e il volontariato al governo italiano. C’è il problema dei richiedenti asilo e dei profughi siriani e delle altre guerre. Ma c’è anche il problema epocale di chi fugge dalla miseria e preme ai confini chiedendo dignità e umanità. L’11 settembre a Venezia la marcia delle donne e degli uomini scalzi chiederà corridoi umanitari: pensiamo sia un’iniziativa importante promossa da vari settori di società civile, artisti, gente di cinema e gente comune.

I flussi di migrazioni funzionano così, genti premono su altre genti e avviene lo spostamento. L’Italia è tornata ad essere paese di migranti con decine di migliaia di giovani connazionali che, ad esempio, hanno scelto Londra e la Gran Bretagna. Allo stesso tempo l’Italia continua ad essere terra di immigrazione e di passaggio. A che cosa servono i confini? A stabilire dove finiscono le responsabilità amministrative di uno stato e incominciano quelle di un altro. Il confine, il limes, non può essere figlio di un’idea difensiva ma è il prodotto di un’idea amministrativa. è un’idea difensiva. Anzi Roma antica incominciò a costruire alte mura difensive quando era al tramonto, quando era debole, non quando era forte. I Romani erano insuperabili nel costruire opere architettoniche come ponti, strade, fognature e acquedotti. Non mura difensive: la costruzione delle ciclopiche mura aureliane segna l’inizio della decadenza, era il terzo secolo d.C. E servirono solo a ritardare, non a fermare i successivi sacchi della città. “Restiamo umani”, terminava così i suoi articoli il cooperante e attivista italiano Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza nell’aprile del 2011.

Ps: dedicato agli sforzi del governo italiano per non restare ultimi nella cooperazione, nelle politiche internazionali e nelle scelte sui migranti, in tema di libertà e democrazia. E, restiamo umani, please.

 

 

 

Il diavolo, mio fratello

di Ivano Maiorella

Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!“: il giorno dopo aver pronunciato questa frase, monsignor Oscar Romero veniva freddato da un sicario degli squadroni della morte, milizie armate al soldo dei governi militari sudamericani. Era il 24 marzo 1980, un colpo di pistola mente stava celebrando la messa nella cappella di un ospedale di San Salvador.

Un’altra vittima della teologia della liberazione, fu detto per molti anni. Finchè papa Francesco il 23 maggio ha beatificato monsignor Romero, consentendo anche alla chiesa di rileggere quegli anni in modo diverso.  Che anni erano quelli? L’11 settembre 1973 il Cile piombava nella dittatura di Pinochet. Poco prima, in giugno, in Uruguay un colpo di stato aveva sciolto il Parlamento. Nel marzo del ’76 i militari argentini tornavano al potere. Torture e sequestri a ripetizione, con decine di migliaia di persone e di giovani che diventavano “invisibili”, desaparecidos. Ampi settori della chiesa latinoamericana scelsero la strada più impegnativa. “Questo zelante pastore – ha sottolineato papa Francesco parlando di Romero – sull’esempio di Gesù, ha scelto di essere in mezzo al suo popolo, specialmente ai poveri e agli oppressi, anche a costo della vita”. La teologia della liberazione continua ad esserci, ma in anni recenti si è affrancata dallo schienamento marxista – consegnato ai libri di storia – e si è avvicinata ai problemi ambientali e ai movimenti no global.

Nonostante ciò vale la pena riprendersi le fonti e studiare quegli anni. Memoria, conoscenza e futuro, perché non tornino “i centurioni che hanno preso il potere per una necessità del sistema e il terrorismo di stato si metta in moto quando le classi dominanti non possono più realizzare i loro affari con altri mezzi” (E. Galeano, “Le vene aperte dell’America Latina”, ed. 1997, Sperling & Kupfer, pag. 339).

Così abbiamo fatto, siamo andati indietro nel tempo, con l’aiuto di qualche ricordo personale. La teologia della liberazione nasce come interpretazione del Concilio Vaticano II (1962-65) che si riproponeva la riscoperta della parola di Dio in un contesto di impegno con i poveri e gli oppressi. Alcuni vescovi sudamericani incominciarono a prendere posizione contro le dittature e i regimi militari. Nel 1971 il vescovo peruviano Gustavo Gutiérrez Merino pubblica un libro, “Teologia della liberazione”. Il movimento comincia a conquistare forza teoretica e si propaga. Non senza suscitare polemiche anche aspre all’interno della chiesa che lo rimproverava di subire un’influenza marxista.

Perché stiamo parlando di queste cose? Perché le riflessioni e i pensieri che i fatti suscitano in ognuno di noi si legano l’un l’altro e prendono strade personali. Ma non solo: non c’è opposizione tra laicità e religiosità. Libertà di pensiero da ogni condizionamento autoritario: questo insegnamento, che abbiamo assimilato proprio negli anni ’70, è di tutti, nella responsabilità di fede e di pensiero, da Gobetti a Bobbio. Ecco perché ambiente, pace, diritti, equità, solidarietà e giustizia sociale sono valori sociali e di tutti.

La modernissima beatificazione di monsignor Oscar Romero ci ha suscitato queste riflessioni. E il ricordo forte di un segno, da attribuire agli uomini e alle donne della teologia della liberazione che ho incontrato negli anni della formazione, quelli ’70 per l’appunto.

I nomi potrebbero essere tanti. Mi limito alle conoscenze personali. Ernesto Balducci ad esempio , scomparso nel 1992 per incidente stradale, che negli anni ’80 ispirò i movimenti pacifisti e di cooperazione italiana, attraverso la rivista “Testimonianze”.

Marco Bisceglia, parroco della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello (Pz) che aveva aderito pubblicamente alla teologia della liberazione, scontrandosi con le gerarchie cattoliche. Vittima di un inganno e di uno scandalo giornalistico che ne seguì fu sospeso a divinis. Omosessuale e favorevole alla liberazione delle persone omosessuali, iniziò a collaborare con l’Arci e nel 1980 fondò Arci Gay, imponendo la tematica anche ad una sinistra all’epoca disattenta e contraria. Morì di Aids nel 1996.

Dom Giovanni Franzoni, abate di San Paolo Fuori le Mura a Roma dal 1964. Capace di dar vita ad un movimento di giovani che tuttora è attivo, quello delle Comunità di base e dei Cristiani per il socialismo. Giovanni Franzoni in quegli anni coniugava la lettura del Vangelo con il contesto sociale che si stava vivendo, esprimendosi contro la guerra in Vietnam e in solidarietà con le lotte operaie. Dopo essere stato ridotto allo stato laicale fu sospeso a divinis nel 1976, dopo aver preso posizione nel referendum a favore del divorzio. Continua il suo impegno con la rivista “Confronti”, da lui fondata nel 1973 con il nome di “Com-Nuovi tempi”.

Il titolo del nostro editoriale “Il diavolo mio fratello” lo abbiamo preso in prestito da un suo scritto degli anni ’70, perché lo abbiamo associato a questa frase di monsignor Romero, pronunciata durante l’omelia per la morte di padre Rutilio Grande, gesuita, suo amico e collaboratore, assassinato dal regime salvadoregno: “Vogliamo dirvi, fratelli criminali che vi amiamo e che chiediamo il pentimento per i vostri cuori”.

Parole che ci battono sulle tempie, come quelle pronunciate da Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, il giorno dei funerali del marito, del giudice Falcone e delle altre persone vittime della mafia a Capaci, nel 1992. Anche allora, il 23 maggio.