Archivio Ivano Maiorella

Pochi indizi di umanità: basta bambini

di Ivano Maiorella


530 palestinesi morti in due settimane, 100 dei quali erano bambini. L’attualità di oggi non ci ha risparmiato la storia di una famiglia di nove persone, di cui sette bambini, tutti morti in un raid vicino a Rafah e quella di un’altra famiglia di otto persone, di cui quattro bambini, falciata a Gaza City.
Sempre oggi, un treno con 80 corpicini è partito da Torez, nell’est dell’Ucraina, con ciò che è rimasto delle 298 vittime del volo della Malaysia Airlines abbattuto giovedi’ scorso.
Accuse incrociate, le superpotenze si scagliano invettive, questi due percorsi di guerra sono più ravvicinati di quello che potrebbe sembrare sulle mappe.
I fiori su lamiere, detriti, zaini colorati e peluche portati dagli abitanti della vicina cittadina di Torez sono gli unici indizi di umanità. Troppi ordigni potentissimi armano le mani dei professionisti del sangue, filorussi, ribelli, miliziani.

Altra carneficina, quella in MO. Colpisce il fallimento della politica, della diplomazia e delle organizzazioni sovranazionali. La cronaca di queste ore non lascia speranza. E colpisce un’altra cosa: da parte palestinese 530 morti, da quella israeliana 20. Colpisce la “macabra sproporzione”, la definizione è di Ascanio Celestini su comune.info. Non è una guerra tra due eserciti, è una carneficina senza sosta.
Basta guerre, basta bambini. Oggi è salita forte la voce di Unicef e Save the Children, per “la tutela della salute di tutti i bambini senza distinzioni sociali e religiose – scrive Unicef -, vive con sdegno e impotenza le tragedie di tutto il Medio Oriente, Gaza, Israele, Siria, dell’Ucraina e ovunque ci siano conflitti”. “I bambini, piuttosto che i combattenti, stanno pagando il prezzo più alto del conflitto in corso – grida Save the Children –  Una vittima su 5 è un bambino”.
Da tutte le parti sale lo sdegno per l’attuale immobilismo della politica nazionale e internazionale di fronte a simili massacri. Il Consiglio Onu per i diritti umani si riunira’ mercoledi’ prossimo in sessione straordinaria. La responsabilità e il sangue che macchiano per sempre le mani, se ne ricorderanno?

Causale: Medicine Gaza

di Ivano Maiorella


Questo settimo giorno è stato il più terribile. Da una settimana il mondo brucia e la striscia di Gaza è isolata, le frontiere con Egitto e Israele sono chiuse: le autorità israeliane la chiamano operazione ‘Barriera protettiva’. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon parla di “misure immediate per porre fine ai combattimenti” e intanto sono 40 gli obiettivi colpiti da questa mattina e venti i razzi lanciati dal territorio palestinese contro Israele.

Siamo a 172 morti e oltre 1.200 feriti: Il 30% delle vittime donne e bambini. Questa è la cronaca, cruda. Poi ci sono la diplomazia e la politica, decisamente troppo troppo lontane.
“Gli ospedali sono al collasso, non ci sono medicinali né garze per medicare i feriti. La popolazione è chiusa in gabbia, in un lembo di terra da cui non può scappare, perché i confini sono chiusi”: è questa la testimonianza Luigi Bisceglia, cooperante internazionale del Vis (Volontariato internazionale), raccolta da Redattore Sociale.
“Manca il carburante per alimentare ambulanze e generatori che permettono di far funzionare i macchinari salvavita e le sale operatorie durante le almeno 12 ore al giorno in cui l’unica centrale elettrica non riesce a fornire elettricità. Mancano le sacche di sangue necessarie a soccorrere le migliaia di feriti”. E’ quanto si legge in una nota di Terre des hommes.
Alle iniziative umanitarie partecipano tutte le Ong italiane presenti in Palestina. Tuttavia, per motivi logistici, viene utilizzato il conto di Terre des Hommes Italia come canale per la raccolta.Banca: Monte dei Paschi di Siena Ag.57 Milano IBAN: IT53Z0103001650000001030344 Posta: c/c postale 321208
Causale: Medicine Gaza

Italia giù: meno pane, meno assistenza sanitaria

di Ivano Maiorella


Gli Italiani sono sempre più poveri e tagliano sui consumi alimentari di base, sulla sanità, sull’assistenza. Impietosi i numeri di questi giorni, un micidiale uno-due da togliere il fiato. Martedi il Rapporto sui diritti globali 2014: il 78 per cento degli italiani ha tagliato persino la spesa per il pane. Mercoledi, Censis e Unipol hanno presentato il Rapporto “Welfare Italia” con famiglie costrette a tagliare in sanità e assistenza. Che cosa significa? Che non c’è più nulla da raschiare, il barattole è vuoto. La politica e il governo ripartano da qui per realizzare fatti, è finita l’epoca degli annunci e dei segnali.

Secondo il Rapporto sui diritti globali 2014 “nessuna area del paese si salva e sono le famiglie più numerose e soprattutto con figli minori quelle più esposte”. Il tasso di occupazione nel 2013 è tornato ai livelli del 2002: 59,8 per cento. Peggio stanno solo i greci (con il 53,2 per cento), i croati (53,9 per cento) e gli spagnoli (58,2 per cento).

Le povertà aumentano per operai, giovani, genitori e cittadini del Sud. La povertà assoluta tocca 1.725.000 famiglie (il 6,8 per cento) e 4.814.000 persone (l’8 per cento), con un aumento sul 2011 dell’1,6 per cento per le famiglie e +2,3 per cento tra gli individui.

La Coldiretti evidenzia come il 78 per cento degli italiani abbia tagliato la spesa per il pane, anche perché il prezzo del pane è aumentato, a volte anche raddoppiato. Anche un’analisi della Coop dice che la spesa per i generi alimentari è attestata nel 2013 a 2.400 euro circa pro capite, un valore da anni Sessanta il 14 per cento in meno sui valori del 2007.

Il Rapporto sui diritti globali 2014, è realizzato dall’Associazione società informazione onlus e promosso da Cgil con la partecipazione di ActionAid, Antigone, Arci, Cnca, Fondazione Basso-Sezione Internazionale, Forum ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

Il Rapporto ‘Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali’ di Censis e Unipol rivela un altro dato allarmante: frena la spesa privata per sanita’ e assistenza, il welfare familiare è in crisi. Nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si e’ ridotto da 491 a 458 euro all’anno, le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private e per la prima volta e’ diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno.

L’Italia e’ il Paese dell’area Ocse con la piu’ elevata percentuale di familiari che prestano assistenza a persone anziane o disabili in modo continuativo (il 16,2% della popolazione: il doppio, ad esempio, della Svezia). Ma oggi le famiglie sono in gran parte costrette a reclutare le badanti autonomamente attraverso canali informali, le pagano di tasca propria, con forme diffuse di irregolarita’ lavorativa, spesso senza garanzie sulla loro professionalita’ e affidabilita’.

E’ una inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato nel lungo periodo per cui le risorse familiari hanno compensato una offerta del welfare pubblico che si restringeva. Non c’è più tempo da perdere.

Al bando l’inchino, da Oppido al Giglio

di Ivano Maiorella


Che brutta parola, l’inchino. Piegarsi e girarsi dall’altra parte, la falsa coscienza affiora sempre. Che sia quello di mafia o quello del comandante Schettino, che brutta parola l’inchino. Il sindaco, i preti e i carabinieri: sembra il corteo che accompagna Bocca di Rosa in processione. E invece no. De Andrè con quel corteo faceva scandalo negli anni ’60 perché in processione si mischiava “l’amore sacro e l’amor profano”. Oggi è peggio.
L’inchino sotto l’abitazione del boss della n’drangheta, il signore di Oppido Mamertina, cinquemila anime in provincia di Reggio Calabria. Nessuno sa, nessuno ha visto: si prova a giustificare così il sindaco del paese. E i preti? Genuflessi sotto l’abitazione del boss. E la gente? E i facchini della santa? E il parroco che dice messa perché tanto che volete che sia successo. E il solito fango su chi non ci sta, un giornalista del Fatto.
Il vescovo annuncia provvedimenti da Daspo: “fermare le processioni”. Quante volte è successo e le persiane sono rimaste accostate? L’altra sera in questo paesotto qualcosa è andato storto, o forse dritta, per la prima volta. I carabinieri non si sono tolti il cappello e il maresciallo Andrea Marino ha abbandonato il corteo, di quell’assolata giornata di mercoledi 2 luglio.
Eppure qualcosa è successo, la mafia è più sola. La Madonna delle Grazie ha abbandonato il corteo pure lei, anche se la statua di gesso è rimasta lì, vittima di un silenzio e di una paura duri a morire. Proprio come la carcassa della Costa Concordia, ancora lì, monumento al silenzio e alle vittime che sono dietro al gesto servile, l’inchino. In chi cerca di difendersi e di coprire, il bisbiglio diventa ululato.

Mondiali Antirazzisti dal 2 luglio. Presentazione a Bologna il 27 giugno

di Ivano Maiorella


mondiali antirazTornano i Mondiali Antirazzisti, la storica manifestazione della Uisp – Unione Italiana Sport Per tutti, organizzata con il supporto della Regione Emilia-Romagna, che da 18 anni lotta contro ogni forma di discriminazione. L’appuntamento è nel parco di Bosco Albergati a Castelfranco Emilia, in provincia di Modena, dal 2 al 6 luglio. Come sempre questa festa dello sport e della musica, completamente gratuita, ospiterà squadre da tutto il mondo che arriveranno nel modenese per i tradizionali tornei di calcio a 7, basket, pallavolo, cricket e rugby, e alcune nuove proposte sportive. Tra i molti amici dei Mondiali Antirazzisti anche l’azienda Olio Cuore.

La conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2014 è convocata per il giorno 27 giugno alle ore 12 nella sala stampa della Regione Emilia-Romagna, al dodicesimo piano di viale Aldo Moro, 52 a Bologna.

Interverranno:

Teresa Marzocchi, assessore alla promozione delle politiche sociali e di integrazione per l’immigrazione, volontariato, associazionismo e terzo settore della Regione Emilia-Romagna

Massimo Mezzetti, assessore a cultura e sport della Regione Emilia-Romagna

Stefano Vaccari, senatore della Repubblica

Stefano Reggianini, sindaco di Castelfranco Emilia

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp

Carlo Balestri, responsabile organizzazione Mondiali Antirazzisti

Natalino Bergonzini, presidente associazione La Città degli Alberi

 

Natal significa Natale

di Ivano Maiorella


Partiamo da una partita di calcio per parlare del mondo in cui viviamo. Questo è il percorso: rettangolo di gioco – società, dentro – fuori, campioni – poveri cristi. In alto i ricchi- in basso i poveri. Mae Luiza-Areia Preta, una favela e un quartiere residenziale di Natal, dove si gioca Italia-Uruguay, nello stadio-cantiere Arena das Dunas. Ora c’è un buco, case distrutte e 150 famiglie sfollate, a causa della frana e delle piogge di questi giorni. Echi dal Brasile, impietosi: scioperi, disastri, lotte. Abbandonare questo il Mondiale di calcio? E quelli che verranno?

 

Proponiamo questa strada: che questo racconto, il racconto del calcio, lasci indietro niente e nessuno. Chi se la sente? Eppure certe società si raccontano col calcio, che cosa volete farci? Le vene aperte dell’America Latina sono il racconto del calcio, senza menzogne e senza retorica. Chi non conosce Edoardo Galeano, nato in Uruguay, scrittore impegnato e stimato in tutto il sud America e nel mondo? Espulso dal suo paese dopo il colpo di stato militare del 1973, fuggito in Argentina e imprigionato anche lì dopo il colpo di stato del 1976. Poi esule in Europa e dieci anni dopo padrone di tornare in patria.

 

Immaginiamo di metterci accanto a lui e vederci Italia-Uruguay. Accanto ad uno che ti spiega perchè il calcio si è “trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi”. Accanto ad uno che aggiunge: non snobbare il calcio come fanno alcuni intellettuali incompleti, non usarlo come fanno le dittature.

 

Non ci si deve vergognare a scrivere di calcio, ad amare il calcio, se si è leali. Edorda Galeano lo è: il calcio è una guerra, forse. Senza sangue, eppure lo è. Mette a nudo lo spirito umano e si nutre delle passioni più vili.

 

Non si nasconde, però. Una partita è una partita e non ci potrà mascherare un quartiere che sprofonda. Non dimenticarlo. Impara a ragionare, malgrado il calcio. Il calcio è “l’arte dell’imprevisto”. Prendilo così e ragiona, racconta, non ti impigrire davanti al microfono della telecronaca. Il calcio è un’occasione, ingigantisce crepacci sociali altrimenti ignorati. Occorre raccontarli, senza retorica, se no a che serve il calcio?

 

Galeano ci dice: ama il calcio perché avvicina a dio, impara a odiarlo perché ti fa scoprire che dio non c’è. Racconta il crepaccio, racconta il calcio. Natal significa Natale.

Tom, giornalista e lampadiere

di Ivano Maiorella


Dieci anni fa se ne andava Tom Benetollo. Era presidente dell’Arci e tante altre cose. Ripensare a lui significa ripercorrere la storia degli arcipelaghi associativi, da quello pacifista a quello ambientalista, attraverso un ventennio, a cavallo tra i due secoli. Benetollo è uno spartiacque che unisce i ricordi, le persone, la voglia di fare. Da Comiso alla ex Jugoslavia, da Genova ai Social Forum, al popolo arcobaleno contro la guerra in Iraq, passando per la nascita del Forum del Terzo Settore, di Banca Etica e di altre reti.

E le nuove esperienze editoriali che partivano dalla cultura delle associazioni. In alcune di quelle occasioni che servivano a buttare giù progetti e sogni di carta stampata e di “comunicazione sociale”, ci conoscemmo meglio. Con l’esperienza del periodico “Sulla Strada”, ad esempio, all’inizio degli anni ’90, nato come supplemento mensile al Salvagente. Insieme a lui c’era un altro indimenticabile dirigente associativo, Gianmario Missaglia, presidente Uisp, anche lui prematuramente scomparso nel 2002.

Benetollo era stato un giornalista quasi a tempo pieno, un “lampadiere” come si definiva, uno che “vede poco davanti a sé, ma consente ai viaggiatori di camminare più sicuri”. Era stato corrispondente dell’Unità dal Veneto negli anni giovanili dell’Università, a Padova. Mi ritrovai poi nel tentativo di dar vita ad un periodico di approfondimento sul terzo settore, verso la fine degli anni ’90. Lui propose Or.So come titolo della testata, ovvero: organizzazioni sociali. Non se ne fece niente. Nel 2004 curai il “Dizionario del Volontariato”, libro che fu diffuso insieme all’Unità. Era giugno, ci aveva appena mandato il suo pezzo e prima di andare in stampa arrivò la triste notizia della morte. Il libro fu dedicato a Tom, che nel capitolo di cui era autore (dedicato alla “Solidarietà internazionale”) scriveva: “Sei un “animale sociale”. Questa socialità si è allargata al mondo. Sei persona planetaria. L’interdipendenza ti interroga: come vivere la cittadinanza globale? La solidarietà internazionale è consapevolezza della tua responsabilità e dei tuoi diritti. E’ percezione del mondo: senti gli intrecci della tua esisteza”.

E proseguiva: “Se scegli un obiettivo tienilo in mente. Dare continuità alla solidarietà è fondamentale…E fallo con equilibrio: se sostieni un bambino in un campo profughi palestinese, ricordati che c’è da dare una mano alle forze di pace israeliane. Contribuisci a creare legami e dialogo tra chi vive tragedie così grandi”.

E ancora: La libertà di informazione è a rischio nei paesi più ricchi. E’ un lusso in quelli poveri. Intelluttuali e artisti sono spesso esuli. Fai girare le notizie e le culture. E’ importante”. E dagli voce. Ciao Tom.

Il Terzo settore che verrà

di Ivano Maiorella


“Adesso un mese di discussione e poi parte iter #lavoltabuona”: tweettava così il premier Renzi alle ore 0.1 del 13 maggio. Nel CdM del 27 giugno verrà approvato il disegno di legge delega. Che cosa è successo in questo mese?

Le organizzazioni di terzo settore, grandi e piccole, così come singoli cittadini hanno mostrato di gradire assai il metodo della proposta di Renzi e del governo. Hanno riflettuto e si sono interrogate sul futuro del terzo settore e su loro stesse, ci sono state consultazioni collettive, territoriali, nazionali. Hanno inviato proposte e idee. Sarà #lavoltabuona? Quali sono stati i principali nodi emersi?

La consultazione ha prodotto un dibattito ricco, una “sfida” che ha mostrato quanto ci fosse bisogno di questa scossa. Ecco la dimostrazione del fatto che, oltre al metodo positivo, c’è stato molto di più. Le reti, come il Forum del Terzo settore, hanno alimentato la discussione ed hanno acquistato centralità. Essere parte sociale, non basta dirlo (o sentirselo dire). Nell’interlocuzione col governo, oltre che al proprio interno. Anche i Centri di servizio del volontariato hanno alimentato la discussione, con risultati importanti di risveglio del territorio sui temi nazionali. E’ prevalso un principio: partecipare e fare rete conviene a tutti.

Consultazione significa non dire mai “mi dispiace”…la citazione è di un celebre film degli anni ’70, nel quale si parlava di una storia struggente d’amore. Questi sono alcuni dei temi emersi, elencati alla rinfusa, seguendo il dibattito che c’è stato, raccogliendo interrogativi e proposte. Primo: evitare lo scivolamento verso una lettura unicamente economicista del terzo settore. Secondo: il pubblico non si tiri fuori, sevono politiche, servono risorse. Terzo: nel mare delle cose da fare (riforma elettorale, riforma della giustizia e della pubblica amministrazione, semestre europeo, tanto per dire) il governo dedichi al terzo settore l’attenzione e la specificità che serve. Quarto: approfondire il concetto di “libera scelta” del cittadino, la voucherizzazione dei servizi e le detrazioni/deduzioni non rappresentano una tutela completa ed esaustiva di questo diritto. Quinto: servizio civile, grande palestra di impegno ed educazione solidaristica se a sostenerlo sarà lo stato. Altrimenti rischia di creare sacche di preavviamento sottopagato al lavoro.

La legislazione del terzo settore è molto diversificata, frutto di interventi successivi gemmati negli anni ’90. Sarà importante capire quale sarà l’impostazione giuridica complessiva che il governo darà al nuovo terzo settore. Oltre al contenitore, si sottolinea da più parti, occorre guardare al contenuto complessivo: “che modello di welfare vogliamo?”. Visto che si parla di bisogni sociali e di diritti che connotano la cittadinanza, in Italia e in Europa. Senza dimenticare le adeguate risorse pubbliche, necessarie soprattutto a livello delle amministrazioni locali.

Impegno volontario significa fiducia

di Ivano Maiorella


Primo, credibilità delle istituzioni e questione morale non sono disgiunte. Il popolo del volontariato e dell’impegno sociale è provato. Si sperpera denaro pubblico in nome di efficienza e discrezionalità amministrativa. Salvo poi veder ammanettati tangentisti e lobbysti e allargare le braccia. L’Italia non merita questo spettacolo e protesta, a modo suo.

La percentuale dei votanti nelle amministrative di ieri è andata sott’acqua, sotto il 50%. Cioè: non respirare e turarsi il naso per non annegare.

Nella settimana in cui il terzo settore è chiamato a pronunciarsi sul documento di riforma proposto dal presidente del Consiglio, al primo posto nell’agenda del Paese (reale) c’è questo: pulizia, trasparenza, legalità. Da chi amministra e da chi dice di voler tirar fuori l’Italia dal pantano: aziende, mercato, banche, finanza.

Anche con questo si spiega il monito del presidente di Assolombarda, Gianfelice Rocca che chiede di fare pulizia al proprio interno. Le organizzazioni sociali e di volontariato, ad ogni livello, devono pretenderlo. Non solo la politica, determinata negli annunci di queste ore a mandare a casa (e in galera) chi ruba. Non vogliamo fare la fine di Macondo e Curzio Maltese cita Gabriel Garcia Màrquez: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Il riferimento, di due settimane fa, era alla nuova tangentopoli milanese e dell’Expo. Ancora doveva esplodere il caso del Mose.

Si ruba sempre per qualcun altro: ora che i partiti non sono più il moloch di una volta, per chi si ruba? Prima bastava dire che uno aveva rubato per il partito e pace. Il partito era qualcosa di sacro e inviolabile, di cui parlava – e parla – la Costituzione. Art. 49: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Oggi i partiti che cosa sono diventati? E le fondazioni a loro collegate? E le campagne elettorali e i relativi comitati? Chi li controlla, chi li foraggia?

Primo: abolire i privilegi, riscrivere le regole degli appalti, bonificare la politica dalle processionarie familistiche. Uscire dalla palude, dare credibilità alle istituzioni e chiederne il rispetto. Lo sviluppo si fonda sulla fiducia dei cittadini nello stato.

Senza popolo è solo pallone gonfiato

di Ivano Maiorella


Senza popolo non è calcio, è potere. Mancano dieci giorni al Mondiale numero 20 che si terrà in Brasile, a partire dal 12 giugno, eppure il popolo non c’è. Saranno i Mondiali più costosi, 14 miliardi di euro in totale. Saranno anche quelli più contraddittori: ritardi, disuguaglianze sociali, corruzione dilagante, repressione, sfruttamento sessuale. Lo scorso anno, durante le prove generali della Confederation Cup, bastò un aumento del biglietto dell’autobus di 20 centesimi per far scendere in piazza un milione di persone in decine di città brasiliane. E rovinare la festa al calcio di plastica, in un paese che ne ha interpretato da sempre musica e colori. Il calcio e il popolo brasiliano sono stati per un secolo la stessa cosa, spirito e carne. Stavolta no, il calcio rischia di tradire un popolo.

Il pallone sgonfiato di questi giorni parla il linguaggio della criminalità organizzata: il Quatar ha corrotto i signori della Fifa per avere i Mondiali del 2018 e sul Mondiale sudafricano di quattro anni fa si allunga l’ombra delle partite truccate. Anche il Sud Africa in occasione dei Mondiali del 2010 ha cercato di presentarsi in ottima forma. Sembrava un’occasione storica e invece le contraddizioni sono ancora lì a marcire: corruzione politica, criminalità, disuguaglianza, traffico di esseri umani, droga, Aids, scarsa libertà di stampa.

Le mafie globali vanno a caccia di paesi opachi per i loro affari. In cambio offrono la verniciatura del prestigio internazionale che oggi gli eventi sportivi planetari sanno offrire, Olimpiadi e Mondiali di calcio. Non è un caso se i prossimi Mondiali si terranno in Russia (2018) e in Qatar (2022). Non è un caso se i grandi sponsor globali e le oligarchie sportive-finanziarie, Fifa e Cio, hanno sede in Svizzera (a proposito di opacità), una a Zurigo e l’altro a Losanna.

Il calcio senza popolo muore, ma il fatto non preoccupa neppure a casa nostra. Secondo una recentissima ricerca internazionale promossa da Free (Football Research in a Enlarged Europe) gli italiani sarebbero molto più tiepidi di una volta nel seguire le gesta degli Azzurri e non si identificherebbero più nella nazionale di calcio (vedi articolo Gazzetta dello sport di sabato) Superati di gran lunga dai tedeschi, dagli spagnoli e dagli inglesi. Sarà mica perché in questi tre paesi le partite vengono trasmesse in chiaro e da noi a pagamento?

Quello che scrisse Nigrizia nel giugno di quattro anni fa è attualissmo: “Sono in molti a ritenere Sudafrica 2010 una disgrazia economica per il paese. Si domandano se non ci poteva essere un modo migliore di spendere tutti questi soldi. Perché non sono stati investiti per migliorare le condizioni di vita di milioni di sudafricani poveri?”

La decisione di ospitare i Mondiali viene giustificata dalla prospettiva di benefici economici per la nazione. Ma non è così. Si tratta di azioni simboliche, legate al prestigio delle classi politiche dominanti. Peccato che queste azioni simboliche costiano molto e creino maggiori disuguaglianze, povertà e barriere. E la politica internazionale tace.