È l’appello di Amnesty International dopo l’intensificarsi degli scontri in Libia. Tutte le parti in conflitto sono obbligate dal diritto internazionale a difendere l’incolumità delle persone. Preoccupazione anche per i circa 1300 migranti e rifugiati nei centri di detenzione, già in condizioni di estrema vulnerabilità.
Sia l’autoproclamato Esercito nazionale libico che le milizie filogovernative della Libia occidentale in passato hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, violato palesemente il diritto internazionale e compiuto crimini di guerra (tra cui attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro i civili od obiettivi civili), rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali.
Immagini diffuse dai social media mostrano combattenti usare un lanciarazzi multiplo, i cui ordigni sono notoriamente privi di guida e imprecisi, che non dovrebbe mai essere impiegato in zone densamente popolate a causa dell’alto rischio di uccidere o ferite civili.
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha reso noto che finora circa 2800 persone sono sfollate a causa dei combattimenti e che in alcune zone i residenti sono impossibilitati a fuggire a causa dell’intensità degli scontri. Molti non hanno accesso ai servizi di emergenza. Le richieste di una tregua per evacuare i feriti e i civili da alcune zone sono state ignorate.
“Tutti i civili che vogliono lasciare le aree coinvolte nei combattimenti dovrebbero farlo liberamente senza finire sotto attacco”, ha sottolineato Mughrabi.
Senza pace
170 civili uccisi in 6 mesi: sono i numeri dei disordini in Camerun, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch. Il conflitto è scoppiato dopo che il governo ha represso violentemente le proteste contro l’emarginazione percepita della popolazione di lingua inglese. L’organizzazione ha parlato di uso indiscriminato della forza da parte delle unità speciali dell’esercito.
Indesiderati
Sempre più dura la vita per la popolazione dei Rohingya costretta alla fuga dalla Birmania. Il servizio di Fabio Piccolino. (sonoro)
Crimini contro l’umanità: sono quelli subiti da 170 mila Rohingya in fuga dalla Birmania tra il 2012 e il 2015. Il Rapporto “Sold like fish (Venduti come il pesce) della ong Fortify Rights e della Commissione per i Diritti umani della Malaysia conferma infatti il ruolo dei trafficanti di esseri umani che sulla pelle della minoranza guadagnarono tra i 50 e 100 milioni di dollari l’anno. Lo studio racconta di come i criminali convinsero i musulmani Rohingya a imbarcarsi dal Myanmar verso mete considerate sicure, per poi privarli di cibo e acqua, torturarli, violentare le donne e spingendone un numero ancora incerto al suicidio in mare. Una volta sbarcati venivano detenuti in condizioni di schiavitù, chiedendo per molti un riscatto alle famiglie lontane o cedendoli ad altri trafficanti.
Epidemie di ritorno
Tra gli effetti della crisi in Venezuela c’è il ritorno di malattie che sembravano debellate. Secondo Medici Senza Frontiere, nella regione di Sifontes c’è una rapida diffusione della malaria a causa dell’elevata mobilità della popolazione, delle pessime condizioni economiche e dello scarso finanziamento al piano di prevenzione. Tornano anche morbillo e difterite.
L’altra America
Negli Stati Uniti di Trump, Chicago fa la storia ed elegge il suo primo sindaco donna afroamericana e apertamente gay. Lori Lightfoot si appresta a guidare la terza città più popolosa del Paese. Tre le sfide difficili da vincere: un debito pensionistico di 28 miliardi dollari, una popolazione in calo e un tasso di omicidi che supera quello di New York e Los Angeles
Fame acuta
È quella che hanno sofferto 112 milioni di persone nel corso dell’anno scorso a causa di guerre e disastri climatici. Sono i dati del Rapporto di Fao e Programma alimentare mondiale che sottolinea come tra le aree più colpite ci siano Yemen, Repubblica democratica del Congo, Afghanistan e Siria.
Secondo il direttore esecutivo del Pam, David Beasley, “Per sconfiggere veramente la fame, dobbiamo affrontarne le cause alla radice: conflitti, instabilità, l’impatto degli choc climatici. Per raggiungere l’obiettivo Fame Zero i bambini e le bambine hanno bisogno di essere ben nutriti e di ricevere una buona istruzione, le donne devono essere veramente emancipate, le infrastrutture rurali rafforzate. Programmi che rendano resilienti e più stabili le comunità ridurranno i numeri di affamati. E abbiamo bisogno che i leader del mondo facciano un’altra cosa: si prendano le proprie responsabilità e contribuiscano a risolvere i questi conflitti, ora”.
Alta tensione
Dopo il razzo su Tel Aviv della scorsa, bombe e raid israeliani cadono sulla Striscia di Gaza. Una nuova escalation di violenza in piena campagna elettorale. Ai nostri microfoni Alessandra Mecozzi, presidente Associazione Cultura è Libertà. (sonoro)
Mani in alto
Boom nel mondo di armi leggere. Il servizio di Fabio Piccolino. (sonoro)
Nel mondo circolano illegalmente più di un miliardo di pistole e fucili: sono i dati dell’ultimo rapporto dell’Iriad, Istituto di ricerche internazionali dell’Archivio Disarmo. Il traffico di armi leggere è in crescita continua dal 1996 e coinvolge un numero di Paesi sempre maggiore. La diffusione di armamenti leggeri e di piccolo calibro infatti non è mai stata così capillare, tanto da causare il 90% delle vittime dei conflitti successivi alla Seconda guerra mondiale: ad esserne vittima sono per la maggior parte i civili. Tre le rotte principali del traffico illegale di armi: quella balcanica, che coinvolge la Bosnia, l’Italia, la Croazia e la Slovenia, raggiungendo l’Europa occidentale; quella nordafricana, che include i paesi del Medio oriente, e quella che dagli immensi depositi dei Paesi dell’ex Urss e dell’Europa dell’Est punta tradizionalmente verso l’Africa.
Sangue su sangue
Il quarto anniversario della guerra in Yemen è coinciso con il bombardamento di un ospedale di Save The Children. L’ordigno, esploso a pochi metri dalla struttura, ha causato la morte di sette persone, tra cui quattro bambini. Dall’inizio del conflitto i raid aerei sono stati circa 19mila: nel paese 10 milioni di minori non hanno accesso a cure mediche adeguate.
In cerca di verità
La Procura di Roma è in attesa di una risposta dalle autorità kenyote dopo l’invio di una rogatoria internazionale in relazione alla vicenda di Silvia Romano, la volontaria milanese di 23 anni rapita il 20 novembre scorso mentre si trovava nel villaggio di Chakama. A piazzale Clodio si indaga per sequestro di persona per finalità di terrorismo.




