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Bavaglio turco

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Si è aperto a Istanbul uno dei processi contro i giornalisti dopo il tentato golpe dello scorso anno. Tra gli imputati c’è Nazli Ilicak, una delle firme storiche del Paese. Alla prima udienza hanno partecipato molte organizzazioni per la libertà d’espressione: dallo scorso 15 luglio sono 150 i reporter finiti in carcere.

L’azione repressiva è favorita dallo stato d’emergenza proclamato nel Paese che ha portato alla sospensione delle garanzie democratiche di tutti i cittadini turchi. Nell’ambito delle inchieste sul fallito golpe sono stati eseguiti decine di migliaia di arresti in ogni settore della vita pubblica, dalla politica all’esercito, dalla magistratura, alla scuola e, ovviamente, in quello dell’informazione.
Articolo 21, insieme a Fnsi NoBavaglio Pressing e tante organizzazioni per i diritti umani, continua a portare avanti la campagna contro il bavaglio turco, senza mai abbassare la guardia.

Oltre le bombe

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Un parco giochi per i bambini di Kobane. È uno dei progetti del piano di rigenerazione sociale e urbana della municipalità della città siriana che mira a costruire spazi pubblici, parchi, biblioteche, centri culturali per i cittadini con particolare attenzione per i più piccoli. L’iniziativa è promossa da una serie di ong internazionali.

(Foto: UIKI Onlus)

 

Sos Pianeta

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Trenta milioni di persone nel mondo rischiano la vita a causa della siccità e di altri allarmi ambientali. Il servizio di Fabio Piccolino. (sonoro)

La siccità mette a rischio la vita di trenta milioni di persone, soprattutto nel Sud Sudan, nel Corno d’Africa e nel bacino del lago Ciad. E’ solo uno dei molti allarmi ambientali emersi nel corso della Giornata mondiale delle desertificazioni indetta dalle Nazioni Unite.
Un’emergenza che riguarda l’Africa in maniera particolare: sette milioni di persone sono a rischio di insicurezza alimentare in Etiopia, mentre in Somalia la carestia del 2011 ha causato 260 mila morti. Secondo un rapporto della commissione europea, l’esposizione globale ai rischi delle catastrofi naturali è raddoppiato negli ultimi quarant’anni. E’ necessario correre ai ripari, e il pensiero va agli accordi sul clima di Parigi, messi a rischio dalla marcia indietro della nuova amministrazione statunitense.

Il legame dimenticato

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Gli effetti dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale hanno un impatto diretto sul lavoro minorile: lo racconta un rapporto di Terre Des Hommes che invita a comprendere tutte le cause e le dinamiche che stanno alla base di un fenomeno che mette a rischio 83 milioni di bambini in tutto il mondo.

 

Anche se esistono dei dati ufficiali sul lavoro minorile, questi non sono sufficienti per comprendere tutte le cause e le dinamiche che stanno alla base del fenomeno. Inoltre i dati disponibili sugli effetti dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale riguardano principalmente questioni sanitarie. Sono quindi necessarie ulteriori ricerche e campagne di sensibilizzazione sul rapporto tra cambiamenti ambientali e lavoro minorile, un rapporto che non deve essere trascurato dalle politiche e i programmi per l’eliminazione del lavoro minorile. Questo fenomeno attualmente costringe oltre 83 milioni di bambini in tutto il mondo a rischiare la propria incolumità fisica ogni giorno e li condanna a un futuro di povertà ed esclusione sociale.

Io sto con le ong

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Il Parlamento ungherese al voto sulla legge contro le organizzazioni non governative, associazioni e movimenti civici che ricevono fondi dall’estero per le proprie attività. Per aiutarle, il Forum Civico Europeo e l’Arci chiedono di partecipare a una campagna internazionale di solidarietà attraverso fotografie da postare sui social media così da dimostrare che non sono sole.

Qua la mano

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Comunità di Sant’Egidio e Nazioni Unite insieme la pace in Africa. Un accordo per lavorare insieme in scenari difficili come il Mozambico, il Burundi, la Costa d’Avorio, il Niger e la Repubblica Centrafricana. La collaborazione prevede scambi di informazioni, supporto reciproco nelle attività locali per il dialogo e la mediazione, e scambi di studi sulle migliori pratiche per la cooperazione.

Taner libero

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È la richiesta unanime delle ong per la scarcerazione del presidente di Amnesty Turchia. Il servizio di Fabio Piccolino.

 

Il tribunale di Smirne ha convalidato l’arresto del presidente di Amnesty International Turchia Taner Kilic, sospettato di essere legato alla presunta rete golpista di Fethullah Gulen, che secondo le autorità ha ideato il fallito colpo di stato del luglio 2016. L’attivista, fermato insieme ad altri 22 avvocati, adesso rischia il processo per terrorismo. L’organizzazione si è mobilitata, sostenendo che l’arresto di Kilic è l’ulteriore prova di quanto sia ampia e arbitraria la repressione seguita al tentato colpo di stato. Sulla vicenda si è espresso anche Gabriele Del Grande, il giornalista italiano fermato ad aprile sul confine con la Siria, che è tornato a chiedere la liberazione di tutte le persone che da un anno a questa parte sono finite in cella a migliaia “con un’ accusa preconfezionata di terrorismo”.

Senza uscita

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Le persone costrette a scappare dalle violenze in Honduras, Guatemala e El Salvador subiscono maltrattamenti anche lungo la rotta migratoria verso gli Stati Uniti e il Messico. È la denuncia di Medici Senza Frontiere, che parla di mancato accesso alle cure mediche e di politiche di deportazione aggressive.

 

Il rapporto “Forced to Flee from the Northern Triangle of Central America, a Neglected Humanitarian Crisis”, prende in esame due anni di dati medici, interviste ai pazienti e testimonianze raccolte dalle équipe di MSF attraverso consultazioni mediche dirette. Il rapporto illustra l’estremo livello di violenza vissuto dalle persone che scappano dal cosiddetto Triangolo Nord dell’America Centrale (NTCA), e il bisogno di maggiori cure e protezione lungo la rotta dei migranti e dei rifugiati. Delle 467 persone intervistate da MSF, il 39,2% ha riferito di attacchi diretti o di minacce a loro stessi o ai loro cari, e di estorsione o reclutamento forzato da parte di gang come i principali motivi della fuga dai propri Paesi. Il 68,3% ha riferito di essere stato vittima di violenza durante il transito in Messico. In totale, il 92,2% dei migranti e dei rifugiati visitati dalle équipe di MSF tra il 2015 e il 2016 ha vissuto sulla propria pelle un evento violento nel Paese di origine o lungo la rotta. Inoltre, il rapporto di MSF mostra come l’accesso alle cure sanitarie, ai trattamenti per la violenza sessuale e ai servizi di salute mentale durante il viaggio sia limitato o inesistente. MSF chiede ai governi nella regione — principalmente El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Canada e Stati Uniti – di assicurare alternative migliori alla detenzione e un maggiore aderenza al principio di non-respingimento. Questi Paesi dovrebbero aumentare i nuovi insediamenti formali e le quote delle riunificazioni familiari, in modo che le persone che hanno bisogno della protezione internazionale, incluso l’asilo, possano smettere di rischiare le proprie vite e la propria salute.

No, grazie

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Continua la pressione delle ong europee verso i governi nazionali affinché si rifiutino di ratificare il Ceta. L’accordo commerciale tra Canada e Unione mette a rischio il lavoro, l’ambiente e la salute dei cittadini. Ai nostri microfoni Alberto Zoratti, presidente di Fairwatch. (sonoro)

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