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Iran, l’appello di Amnesty per lo stop alla repressione delle proteste

di Redazione GRS


Dalla parte di chi manifesta – Amnesty International ha lanciato un appello contro la repressione delle proteste in Iran. Tra le richieste la fine dell’utilizzo della forza letale da parte delle forze di sicurezza, la scarcerazione degli innocenti e indagini complete, indipendenti e imparziali sugli abusi.

Amnesty International rinnova le richieste alle autorità iraniane a:

porre immediatamente fine all’uso della forza letale durante le proteste quando i manifestanti non rappresentano una imminente minaccia di morte o di lesioni gravi alle forze di sicurezza o ad altri;
cessare immediatamente l’uso illecito di pallini di metallo che violano l’assoluto divieto di maltrattamenti e tortura dato il grave danno all’integrità fisica e il trauma mentale che questa condotta provoca a manifestanti e passanti;
garantire indagini tempestive, complete, indipendenti e imparziali sull’uso illegale della forza da parte delle forze di sicurezza;
garantire che le persone sospettate di reati di natura penale siano perseguite in procedimenti conformi agli standard internazionali del giusto processo e che non implichino la richiesta o l’imposizione della pena di morte;
scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.

Povertà invisibile, il rapporto Caritas sull’informazione in Italia

di Redazione GRS


Taglio basso – Caritas italiana ha presentato il Rapporto sulla rappresentazione delle povertà nei media italiani. Un tema che rimane ai margini dell’informazione nel nostro Paese, con un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche e associato spesso a stereotipi e pregiudizi.

La povertà resta ai margini dell’informazione italiana. Quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata. È quanto emerge dal rapporto “Taglio basso. Come la povertà fa notizia”, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato oggi a Roma presso il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti.

La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025.

I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione.

«La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere» – ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana – «Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce».

L’incontro ha offerto anche uno spazio di confronto sull’importanza di un’informazione capace di coniugare accuratezza, linguaggio appropriato, rispetto della dignità delle persone e attenzione ai contesti, in linea con i principi deontologici della professione giornalistica.

Gkn, produzione dal basso per creare nuovi posti di lavoro

di Redazione GRS


Ripartire presto – Per la Gkn si accelera con l’azionariato popolare e produzione dal basso per raccogliere fondi a sostegno della cooperativa GFF.

Rilanciare la campagna fondi e mettere in campo quanto prima -nel giro di pochi mesi- i primi pezzi del piano di reindustralizzazione dal basso, creando almeno alcuni posti di lavoro. Il Collettivo Gkn di Campi Bisenzio a Firenze accelera le operazioni come riporta Altraeconomia. Attorno alla nascente cooperativa Gff sono in corso due diverse linee di sostegno: l’azionariato popolare, sulla piattaforma Ener2crowd, con 412mila euro già messi a disposizione, e le donazioni individuali raccolte da Arci sul Produzioni dal basso.

Fundraising Masterclass, aperte le iscrizioni a Bertinoro

di Redazione GRS


Conoscere il fundraising – Sono aperte le iscrizioni alla Fundraising  Masterclass, il percorso formativo completo ed esperienziale ideato dalla FundRaising School, la scuola di AICCON per comprendere l’ABC della raccolta fondi. L’iniziativa si terrà dal 18 al 20 marzo al Centro Universitario di Bertinoro, nel Forlivese. Informazioni su https://www.fundraisingschool.it/

Il programma, che prevede anche un incontro online di apertura il 9 marzo, è progettato per offrire una visione strutturata e operativa del fundraising, fornendo ai partecipanti gli strumenti necessari per pianificare e sviluppare attività di raccolta fondi in modo strategico e sostenibile.
La Masterclass è aperta a chiunque desideri acquisire competenze nel fundraising, dai principianti a chi già ha esperienza e vuole approfondire la pianificazione strategica.
Fino al 23 febbraio 2026 è possibile usufruire di uno sconto Early Bird sulla quota di iscrizione.
Per maggiori informazioni e per iscriversi, visita il sito ufficiale:
https://www.fundraisingschool.it/corso/fundraising-masterclass/

Cisgiordania, salvo il campo di calcio di Aida grazie all’intervento di Uefa e Fifa

di Redazione GRS


Divieto di gioco – Il campo di calcio di Aida, in Cisgiordania, è salvo.  Le autorità israeliane che occupano la regione vorrebbero demolirlo perché vicino alla recinzione che delimita la loro base, ma il pericolo è per ora scongiurato grazie all’intervento di Uefa e Fifa. Il campo rappresenta uno dei pochi spazi ricreativi per i giovani del posto.

Le autorità israeliane che occupano la regione, formalmente in territorio palestinese, vogliono demolire un’area di 2.000 metri quadrati che comprende anche un rettangolo di gioco, unico spazio ricreativo per avviare i giovani allo sport e identificare il talento. Il motivo? È vicino alla recinzione che delimita la loro base. L’intervento di Čeferin e Infantino ha evitato il peggio. Per il momento

È salvo, per il momento, il campetto da calcio del campo profughi di Aida, in Cisgiordania. Da giorni era minacciato di demolizione da parte delle autorità israeliane che occupano la regione ma, in seguito agli interventi della Uefa e della Fifa, l’Idf ha deciso di sospendere il progetto. Il presidente della Uefa Aleksander Čeferin ha fatto pressioni sulla Federcalcio israeliana per fermare la demolizione, mentre il capo della Fifa Gianni Infantino è intervenuto presso il governo svizzero, che in seguito ha contattato il proprio ambasciatore in Israele.

Il campetto sorge su un’area di appena 2.000 metri quadrati, usata essenzialmente da squadre di bambini e bambine della zona, ma che rappresenta qualcosa di più di un semplice spazio dedicato allo sport. «È una via d’accesso al calcio organizzato per tanti giovani, che altrimenti avrebbero possibilità molto limitate», spiega Dima Said, ex calciatrice della Nazionale femminile palestinese e oggi portavoce della Federcalcio.

Sebbene non coinvolta direttamente nella questione del campo da calcio di Aida, la Federazione collabora da tempo con le istituzioni locali per tutelare e sviluppare quella che è ormai una parte fondamentale dell’ecosistema calcistico in Palestina.

L’Aida Youth Center, che gestisce il campo sportivo, aveva ricevuto l’ordine di demolizione da parte della autorità israeliane lo scorso 3 novembre. Ci troviamo appena 2 chilometri più a nord di Betlemme, ma proprio accanto all’impianto da calcio sorge la recinzione che delimita l’area di controllo dell’esercito israeliano – che i palestinesi chiamano “il muro dell’apartheid” – presso cui è situato il Checkpoint 300.

Il campo profughi di Aida è stato creato dall’Onu nel 1950 per ospitare 1.200 persone sopravvissute alla Nakba, ma quasi 80 anni dopo è diventato una struttura di fatto permanente, al cui interno vivono 5.500 individui. «I bambini crescono in un clima di costante paura, violenza e privazione», denuncia l’Aida Youth Center, sottolineando che il campo da calcio rappresenta uno dei pochi spazi ricreativi per i giovani del posto.

È stato costruito a partire dal 2018 su un terreno offerto al Patriarcato armeno di Gerusalemme, e attualmente comprende anche bagni, spogliatoi e spalti: grazie alle associazioni che operano nel campo, come l’AOD Football Academy (che esiste dal 1968), offre una struttura per giocare e allenarsi regolarmente a 250 bambini e bambine.

In seguito, però, è diventato un bersaglio dell’esercito israeliano, sebbene nessuna contestazione fosse stata sollevata al momento della costruzione. Parte del terreno originario è stata requisita per edificare il muro che circonda la base dell’Idf, le cui torri di guardia ora incombono sul campetto. In questi anni, i soldati hanno spesso interrotto partite e allenamenti tramite incursioni e lanci di lacrimogeni. Nell’autunno del 2023, queste operazioni hanno costretto a bloccare le attività del Lajee Celtic, la scuola calcio fondata nel 2016 da alcuni esponenti della Green Brigade, la tifoseria del Celtic di Glasgow da sempre attiva a supporto della causa palestinese.

«Distruggere i sogni dei bambini»
Nonostante queste difficoltà, il campo sportivo di Aida è riuscito a formare alcuni giocatori che sono arrivati a competere nella prima divisione palestinese e a giocare nelle selezioni nazionali. Tre allieve dell’AOD Football Academy hanno fatto parte della Nazionale Under-14 che lo scorso dicembre ha raggiunto il terzo posto al torneo giovanile dell’Asia Occidentale.

In un tessuto territoriale frammentato come quello palestinese, diviso dai checkpoint e composto da ben 19 campi profughi nella sola Cisgiordania, i campi sportivi comunitari come quello di Aida sono fondamentali per avviare i giovani allo sport e per identificare il talento, oltre che per offrire opportunità ricreative. «Perdere questa struttura distruggerebbe questo percorso nelle sue fasi iniziali, oltre ad avere ricadute negative a livello educativo, d’inclusione sociale e di salvaguardia delle giovani generazioni», chiarisce Said.
«Significa distruggere sogni dei bambini e uno dei pochi spazi all’aria aperta in cui possono giocare», aggiunge Shiraz Omar, portavoce del Lajee Center, un’associazione culturale presente dal 2000 ad Aida. Il 31 dicembre scorso, le autorità israeliane hanno comunicato che il campo sarebbe stato demolito nel giro di una settimana, così la comunità locale si è attivata lanciando una petizione sulla piattaforma online Avaaz, superando presto le 300.000 firme.

Il 12 gennaio, le autorità israeliane avevano rinviato di una settimana la demolizione della struttura. Il giorno seguente la campagna per salvare il campo di Aida è arrivata anche in Italia, con numerosi club sportivi popolari che hanno pubblicato sui propri social un comunicato in difesa dell’impianto, invitando le persone a firmare e diffondere la petizione.

Lunedì alcuni attivisti hanno anche protestato sotto gli uffici della Figc a Roma. A queste iniziative ha collaborato il collettivo Calcio&Rivoluzione, già impegnato nei mesi scorsi nel coordinamento italiano della campagna internazionale Show Israel the red card e nell’organizzazione del corteo di Udine contro Italia-Israele.

Ucraina, bambini e famiglie senza riscaldamento a meno 18 gradi

di Redazione GRS


Gelo ucraino – I bambini ucraini affrontano l’inverno più rigido della guerra, con le loro famiglie sono costantemente in modalità di sopravvivenza. Senza riscaldamento a meno 18 gradi. Lo dice Unicef che annuncia il dato delle vittime salito a un +11% per 92 bambini uccisi e 652 feriti.

Senza riscaldamento a meno 18 gradi Celsius, la vita in casa in un palazzo di molti piani consiste nel proteggersi dagli attacchi incessanti e sopravvivere alle temperature estreme.

Al decimo piano di uno di questi edifici sulla riva sinistra di Kiev, Svitlana sta facendo tutto il possibile per prendersi cura della figlia Arina di tre anni.

Ci ha raccontato che sono più di tre giorni che non hanno riscaldamento né elettricità, e questo nella prima settimana di interruzioni: molte famiglie continuano a non averli o hanno un accesso sporadico. L’acqua fredda arriva solo a intermittenza. Le famiglie sono state costrette a riempire le finestre con peluche o qualsiasi altra cosa per bloccare un po’ del freddo gelido.

Svitlana non può fare il bagno ad Arina né prepararle cibo caldo. Quindi avvolge la bambina in diversi strati di vestiti e scende dieci piani di scale buie per raggiungere una tenda allestita all’esterno dai Servizi di Emergenza Statale Ucraini. Lì possono riscaldarsi, mangiare cibo caldo, ricaricare i dispositivi e parlare con uno psicologo, o semplicemente sedersi al caldo.

L’UNICEF ha anche fornito alle tende materiale di supporto psicosociale, che offre ai bambini giochi e giocattoli con cui divertirsi e rilassarsi, aiutando sia i bambini che gli adulti ad affrontare l’aumento dell’ansia.

Per i bambini, l’impatto di condizioni così difficili è sia fisico che mentale. L’oscurità e le temperature gelide intensificano la paura e lo stress e possono causare o aggravare problemi respiratori e altre condizioni di salute. I più piccoli sono i più vulnerabili. I neonati e i bambini piccoli perdono rapidamente calore corporeo e sono esposti a un rischio maggiore di ipotermia e malattie respiratorie, condizioni che possono rapidamente diventare pericolose per la vita senza un adeguato riscaldamento e cure mediche.

Anche l’istruzione è stata nuovamente interrotta. Il freddo estremo ha portato le scuole e gli asili della capitale e di altre zone a passare completamente alla didattica a distanza, ma le interruzioni di corrente a loro volta interrompono le lezioni online.

Nonostante le sfide estreme, non appena si verificano i danni, i tecnici dell’energia e dell’acqua sono sul posto per effettuare riparazioni urgenti alle infrastrutture elettriche, di riscaldamento e idriche.

È una corsa contro il tempo per ripristinare i servizi, che l’UNICEF sta sostenendo attraverso la sua risposta invernale su larga scala, lavorando instancabilmente per assistere 1,65 milioni di persone, tra cui 470.000 bambini. Questo lavoro è iniziato mesi fa e comprende investimenti effettuati negli anni precedenti che stanno mitigando l’impatto delle interruzioni odierne.

Oxfam, in Italia i ricchi sempre più ricchi: accumulano il 91% della nuova ricchezza

di Redazione GRS


Fortune invertite – In Italia i ricchi sempre più ricchi nei dati diffusi da Oxfam. Il servizio è di Federica Bartoloni.

Un Paese di “Fortune invertite” basato sulla dittatura delle eredità che, secondo i dati Oxfam diffusi lunedì, determinano per i due terzi i patrimoni dei miliardari in Italia. Negli ultimi 15 anni l’incremento complessivo della ricchezza è stato al 91% a favore delle famiglie più benestanti del Paese, a quelle più povere è stato destinato il 2,7%. Sono 79 i miliardari reali del Paese che, in una cornice nella quale i salari sono bloccati al periodo pre-pandemico, vedono ogni giorno aumentare il loro patrimonio di 150 milioni di euro. Il “lavoro povero” intanto aumenta esponenzialmente così come la povertà assoluta tra i minori portando l’Italia verso un’ulteriore recrudescenza della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi che ci collocava, già lo scorso anno, al 20esimo posto tra i Paesi dell’Unione Europea.

Aree interne: in Cilento patto contro lo spopolamento

di Redazione GRS


Un patto per le aree interne – È quello che verrà sancito in questi giorni a San Mauro Cilento – in provincia di Salerno – promosso dalla cooperativa Nuovo Cilento in occasione del suo 50° anniversario: sindaci, organizzazioni sociali, associazioni e mondo della cultura si incontrano per salvare questi territori dallo spopolamento.

ricercatori, attivisti, imprenditori sociali e agricoli. Tutti insieme elaboreranno impegni concreti, verificabili e misurabili per scardinare una narrazione pessimistica che orienta scelte disfattiste, abbandonando le Aree interne al loro destino.

L’obiettivo è contrastare lo spopolamento, la musealizzazione dei territori e la trasformazione delle tradizioni alimentari popolari in pratiche elitarie.

La Cooperativa Nuovo Cilento è una storica realtà agricola nata il 21 gennaio 1976 a San Mauro Cilento. Riunisce circa 450 soci su 2500 ettari di presidio nel Parco Nazionale del Cilento. Produce prevalentemente olio extravergine di oliva biologico e DOP Cilento, una delle sei produzioni a marchio di qualità della Campania. Promuove agricoltura sostenibile, tutela della biodiversità, filiere locali e modelli cooperativi capaci di generare reddito e coesione sociale. È un’infrastruttura comunitaria che contrasta spopolamento e declino delle aree interne, valorizzando territorio, saperi e produzioni tradizionali.

Insieme al fondatore della Cooperativa, Giuseppe Cilento e al professor Alex Giordano, parteciperanno alla giornata inaugurale Antonello di Gregorio, presidente Coop. Nuovo Cilento – Nicola Caputo, Consigliere del Ministro degli Esteri per l’export e l’internazionalizzazione della filiera agroalimentare – Anna Ceprano, presidente Legacoop Campania – Jostein Hertwig, presidente GAOD (Global Alliance for Organic Districts) – Simone Gamberini, presidente Nazionale Legacoop – Rita Ghedini, presidente Legacoop Bologna – Mario Martone, regista – Carlo Pisacane, sindaco di San Mauro – Stefano Pisani, sindaco di Pollica – Giuseppe Coccurullo, presidente PNCVDA – Stefano Sansone, presidente della Comunità del Parco – Luciano Pignataro, Giornalista, scrittore ed enogastronomo. Con loro, nel corso dei giorni saranno presenti numerose personalità del mondo della ricerca, dello spettacolo e dell’associazionismo.

Sebbene la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) definisca questi territori, che coprono circa il 60% del territorio nazionale, la spina dorsale del Paese, essi ospitano solo il 23% della popolazione nazionale, dato che si contrae sempre più. Tutti gli interventi sino a ora ipotizzati o abbozzati non hanno prodotto i risultati sperati, pertanto la Cooperativa Nuovo Cilento si ripropone oggi come l’infrastruttura sociale attraverso la quale rilanciare un nuovo patto per le Aree interne.

Se continuiamo a sbagliare, a non contrastare efficacemente l’abbandono e lo spopolamentoquesti dati terribili rischiano di divenire realtà consolidate – dice Giuseppe Cilento – serve una cultura sistemica per rigenerare colline e montagne: suolo vivo, biodiversità, acqua, comunità, scuola e credito. Solo così fermiamo declino, spopolamento e abusi del territorio”.

A partire da questa riflessione gli estensori e firmatari del Patto, dopo aver condiviso una visione del ruolo che le aree interne potranno avere in futuro e individuato delle condizioni concrete per far restare o ritornare gli abitanti, sottoscriveranno personalmente un impegno concreto per dare seguito alle intenzioni. La cerimonia si concluderà con l’affidamento diretto dei semi della biodiversità locale agli agricoltori della cooperativa. Semi da coltivare, non da esibire, per frutti da mangiare, non da raccontare.