Priorità lavoro – È quello che emerge dall’indagine Ires per le Acli con i giovani che chiedono reddito e flessibilità. Ascoltiamo il presidente nazionale Emiliano Manfredonia.
Al 57° Incontro nazionale di studi presentata la ricerca ACLI-IREF su 1.525 giovani lavoratori: il 57,4% sente di dare al lavoro più di quanto riceve. Le proposte al centro del confronto con le forze politiche
Un fisco che alleggerisca stabilmente i redditi da lavoro e da pensione, spazi in cui i giovani possano costruire opportunità e partecipare alle decisioni, un sistema di formazione professionale e servizi per il lavoro finanziato con continuità. Sono le tre proposte politiche presentate oggi dalle ACLI (qui il doc integrale e qui il doc sintetico) alla Gran Guardia di Verona, nella giornata conclusiva del 57° Incontro nazionale di studi “INSIDE. Capire il lavoro, costruire partecipazione”.
«Le nostre proposte partono da una constatazione: in Italia oggi si può essere poveri pur lavorando», afferma Raffaella Dispenza, vicepresidente nazionale delle ACLI. La prima proposta chiede di ridurre stabilmente le tasse sui redditi da lavoro e da pensione, adeguare all’inflazione scaglioni, detrazioni e soglie ISEE e alleggerire l’IVA sui beni essenziali. Le ACLI chiedono anche di riequilibrare il carico fiscale tra le diverse fonti di ricchezza, destinando le risorse recuperate a formazione, servizi per il lavoro e welfare. La seconda proposta punta sulle Case di Futuro, spazi per l’orientamento, la formazione e la partecipazione che potranno nascere anche nei circoli ACLI. «I giovani devono poter scegliere le attività e partecipare alle decisioni, non soltanto usufruire dei servizi», spiega Dispenza. Con la terza proposta, le ACLI chiedono ulteriori 500 milioni di euro l’anno per l’istruzione e formazione professionale e finanziamenti stabili per i servizi per il lavoro, con particolare attenzione al Mezzogiorno e alle aree interne. «L’istruzione e formazione professionale è un diritto riconosciuto dalla Costituzione: occorre renderlo esigibile in tutta Italia, soprattutto al sud e in quei territori per troppo tempo lasciati indietro. I centri di formazione professionale, insieme alle reti di terzo settore, possono cambiare la vita di ragazzi a rischio di dispersione scolastica, per contrastare le diseguaglianze sociali e territoriali», conclude Dispenza.
A dare forza alla richiesta di cambiare le politiche del lavoro sono anche i risultati della ricerca (qui la sintesi) “Un lavoro diverso. Le traiettorie divergenti dei giovani italiani nella crisi occupazionale”, realizzata dall’IREF per le ACLI e presentata dal presidente dell’istituto Paolo Petracca. L’indagine ha coinvolto 1.525 persone tra i 18 e i 34 anni attive nel mercato del lavoro.
Il 57,4% dei giovani che hanno valutato il rapporto tra impegno e ricompensa sente di dare al lavoro più di quanto riceve: la quota sale al 62,9% tra le donne, rispetto al 51,9% degli uomini. Per il 54,9% degli intervistati flessibilità degli orari e autonomia nella gestione del tempo sono molto importanti. Quanto all’intelligenza artificiale, il 56,5% sa utilizzare i nuovi strumenti, ma non si sente formato in modo adeguato.
La ricerca mostra anche quanto il lavoro sia, per i giovani, una questione pubblica: il 78,2% concorda sul fatto che sia un diritto fondamentale e non una merce, mentre il 67,9% ritiene che un Paese in cui molti giovani non trovano un lavoro dignitoso non possa definirsi democratico. Sono dati che descrivono una domanda di equità, tempo, formazione e possibilità di contribuire alle scelte, più che un rifiuto del lavoro.













