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Salario minimo, anche per le Acli “urge fissare soglie retributive minime”

di Redazione GRS


 

 

 

Un salario minimo: a chiederlo sono anche le Acli con il vicepresidente nazionale Stefano Tassinari. Il servizio è di Giuseppe Manzo.

“Urge fissare soglie retributive minime dando ai contratti nazionali più rappresentativi efficacia obbligatoria per ogni categoria, perché l’impoverimento del lavoro passa dalla paga oraria, ma non solo: è dovuto spesso a contratti pirata, a condizioni di sfruttamento e di ricatto, a tanto part time involontario (specie per le donne e i giovani) e a tanto lavoro grigio, spesso più vulnerabili anche dal punto di vista della sicurezza e della salute”. Così Stefano Tassinari, Vicepresidente nazionale delle Acli, sulla direttiva che l’Unione Europea si appresta ad adottare in maniera definitiva sul salario minimo europeo.

“Uruguay, no vayas”: le organizzazioni sociali contro l’arrivo in Israele della Nazionale pre-Mondiali

di Redazione GRS


“¡No vayas!”: molte organizzazioni sociali uruguaiane chiedono alla nazionale di calcio maschile di non accettare l’invito dello Stato di Israele a svolgere nel Paese la fase finale di preparazione per i prossimi Mondiali. L’iniziativa mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi.

Secondo un comunicato, i “gruppi di solidarietà e organizzazioni sociali” che fanno parte dell’iniziativa chiedono “all’AUF e alla nostra squadra di calcio maschile di NON accettare l’invito dello Stato di Israele a svolgere la fase finale di preparazione in quel Paese per i Mondiali, in viaggio per il Qatar”.

Venerdì scorso, il membro del Comitato Esecutivo dell’AUF Jorge Casales ha informato il settimanale Brecha che la proposta di fare uno scalo precedente in Israele proveniva da “uomini d’affari o intermediari”, e oltre a fornire un luogo di concentrazione e formazione, potrebbe comportare la disputa di un’amichevole, più una cifra che non è stata ancora comunicata. “Israele è uno stato di apartheid. Le principali organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani hanno concordato su questo nell’ultimo anno. Le organizzazioni palestinesi denunciano l’apartheid israeliano da due decenni”.

“Quando il Sudafrica viveva sotto un regime di apartheid, ci fu una potente campagna internazionale per sanzionare e isolare quel paese; e lo sport ha giocato un ruolo chiave in quella campagna. Per questo non vogliamo che la nostra nazionale macchi l’amata maglia azzurra diventando complice dell’apartheid”, hanno aggiunto.

Secondo il comunicato delle organizzazioni sociali, “gli inviti che Israele rivolge a giocare amichevoli o ad allenarsi nel suo territorio fanno parte di una campagna per imbiancare la sua immagine internazionale – sempre più deteriorata – e nascondere i crimini che commette quotidianamente contro i palestinesi persone, contro i loro calciatori e atleti”. In questo senso, affermano che “i giocatori palestinesi sono costantemente attaccati, uccisi, feriti, mutilati, repressi, imprigionati dall’occupazione coloniale israeliana”. A loro volta, fanno notare che queste popolazioni “non possono radunare la squadra nazionale (distribuita tra Gaza e la Cisgiordania), né allenarsi, né andare all’estero per partecipare a competizioni internazionali”. Nell’ultimo anno, ricordano i promotori dell’iniziativa, “le forze israeliane hanno assassinato tre giovani calciatori in Cisgiordania: Mohammad Ghneim (19), Saeed Odeh (16) e Thaer Yazouri (18)”.

“Per tutte queste ragioni -e altre che svilupperemo durante questa campagna-, oggi diciamo all’AUF e alla squadra uruguaiana: ascoltate la chiamata dei vostri colleghi palestinesi, del popolo palestinese e dei suoi atleti, e dell’intera comunità internazionale che li supporta. Non gettare a mare il prestigio della nostra nazionale e non appannare il cielo collaborando per insabbiare i crimini dell’apartheid israeliano”, affermano le organizzazioni.

I firmatari sono 22 organizzazioni: Coordination for Palestine, Mothers and Relatives of Disappeared Deteinees, Human Rights Secretariat of the PIT-CNT, Uruguayan Federation of Housing Cooperatives for Mutual Aid, Federation of University Students of Uruguay, Peace and Justice Service, Palestine Club of Uruguay, Obiettivo dell’impunità, Ribellione organizzata, La Garganta Poderosa Uruguay, Collettivo contro l’impunità, Comitato Palestina libera, Plenaria di memoria e giustizia, Associazione federale dei funzionari dell’Università della Repubblica, La Izquierda Diario Uruguay, El Galpón de Corrales, Commissione di Sostegno al popolo palestinese, gonfio di memoria, Coordinamento della solidarietà con il popolo haitiano, Comunità indigena Danan Vedetá, Comunità Charrúa Basquadé Inchalá e Memoria in libertà.

Come hanno riferito al quotidiano , oltre a una lettera firmata da tutte le organizzazioni, è stata consegnata all’AUF anche una lettera del club palestinese Al Jader, “alla quale sono stati recentemente uccisi due calciatori”. La campagna “Uruguay, non andare!” invita “gruppi e istituzioni sociali, sportive, culturali e per i diritti umani ad unirsi per esprimere pubblicamente la propria adesione” alla richiesta rivolta all’AUF. Per seguire la campagna sono stati creati gli account Twitter @NovayasUy e Uruguay NOvayas su Instagram.

Presentato l'”Atlante Fidaldo”: la mappa dei sostegni del lavoro domestico

di Redazione GRS


 

 

Welfare territoriale e lavoro domestico: la mappa dei sostegni. Il servizio è di Anna Monterubbianesi.

Presentato l’ “Atlante Fidaldo”, una mappa interattiva nazionale e regionale dei sostegni oggi a disposizione delle famiglie che assumono lavoratrici e lavoratori domestici nei singoli territori, realizzata da Fidaldo e istituto di ricerca sociale.

Ne emerge un panorama molto variegato degli interventi messi in campo: nella maggior parte dei casi misure a sostegno del lavoro di cura svolto dalle badanti, mentre pochissimo è previsto per baby-sitter, e il mercato delle colf – per sua natura privato – non rientra nelle misure di welfare territoriale.

In assenza di una cornice legislativa nazionale di riferimento, le buone pratiche e gli sforzi condotti dalle regioni per qualificare e far emergere il lavoro di cura sommerso faticano a tradursi in interventi di effettivo impatto.