Notizie

⁠Cambiare rotta: Save The Children chiede più soldi per l’istruzione

di Redazione GRS


Cambiare rotta – Ogni anno i governi spendono 725 miliardi di dollari per sostenere petrolio, gas e carbone, ma basterebbero 5 miliardi di dollari in cinque anni per contribuire a finanziare l’istruzione di quasi 750 milioni di bambini. Lo dice Save The Children a pochi giorni dal vertice per il rifinanziamento della Global Partnership for Education in occasione dell’Assemblea Generale Onu.

Save the Children chiede ai leader di cambiare rotta e reinvestire i finanziamenti nella lotta alla crisi globale dell’educazione, destinando almeno 5 miliardi di dollari al Gpe affinché i governi possano costruire sistemi educativi più solidi e resilienti e si possa garantire a ogni bambino il diritto all’istruzione anche in caso di catastrofi. L’organizzazione chiede, inoltre, ai leader di stanziare ulteriori 600 milioni di dollari in occasione del rifinanziamento dell’“Education Cannot Wait” – il fondo globale delle Nazioni Unite dedicato all’istruzione nelle emergenze e nelle crisi prolungate – in programma a novembre, per garantire a 10 milioni di bambini tra i più vulnerabili al mondo, che vivono in situazioni di crisi, di continuare a studiare.

Scuola, Acli: nessun bambino deve sentirsi straniero o in un angolo

di Redazione GRS


Essere comunità – Nessun bambino o ragazzo deve sentirsi in un angolo, né italiano né straniero. Lo dicono le Acli dopo le dichiarazioni della Presidente del Consiglio sull’introduzione per legge di un numero massimo di studenti stranieri per classe. La scuola non dovrebbe insegnare a contarsi sulla base della cittadinanza, spiega l’associazione, ma a riconoscersi reciprocamente come compagni.

Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sulla volontà di introdurre per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe meritano una riflessione che vada oltre la contrapposizione politica.

La questione esiste e sarebbe sbagliato negarla. Classi nelle quali si concentrano contemporaneamente molti alunni di recente immigrazione, con una conoscenza ancora insufficiente della lingua italiana, possono incontrare maggiori difficoltà didattiche e rendere più complesso il lavoro degli insegnanti e il percorso di apprendimento di tutti.

Ma proprio perché il problema è serio, servono strumenti seri. E il primo errore sarebbe confondere cittadinanza, provenienza e bisogno educativo.

L’annuncio di un provvedimento che dovrebbe introdurre per legge un tetto agli studenti stranieri per classe, sostenendo che non possa accadere che i bambini italiani si sentano «in un angolo» perché diventati minoranza. Ha inoltre collegato il tema alla conoscenza dell’italiano e alle difficoltà di integrazione scolastica.

È proprio questo passaggio che ci preoccupa. Per le ACLI, che hanno fatto della pedagogia sociale ed educativa una cifra fondamentale della propria azione, la scuola non è semplicemente il luogo nel quale si distribuiscono numericamente le differenze. È il primo grande spazio pubblico nel quale bambini e ragazzi imparano a riconoscersi come parte della stessa comunità.

È utile allora ricordare i numeri che raccontano una realtà più complessa

Nell’anno scolastico 2024/2025 gli studenti con cittadinanza non italiana sono 931.323, pari all’11,6% della popolazione scolastica. L’incidenza raggiunge il 13,7% nella scuola primaria, il 12,7% nell’infanzia e il 12,6% nella secondaria di primo grado, mentre scende sotto il 9% nella secondaria di secondo grado.
Ma dietro la definizione amministrativa di “studente straniero” ci sono biografie profondamente diverse. Gli ultimi dati disponibili indicano che quasi due terzi degli alunni con cittadinanza non italiana sono nati in Italia: oltre 607 mila ragazzi nell’anno scolastico 2023/2024.

Sono bambini e ragazzi che in moltissimi casi sono nati nei nostri ospedali, hanno frequentato i nostri asili, parlano italiano, giocano nelle nostre squadre sportive e sono cresciuti negli stessi quartieri dei loro compagni con cittadinanza italiana.
Definirli semplicemente “stranieri” può dunque essere corretto sul piano anagrafico, ma è spesso insufficiente sul piano educativo e sociale.

Ed è qui il limite di una soglia costruita esclusivamente sulla cittadinanza.
Una classe con dieci ragazzi senza cittadinanza italiana, otto dei quali nati in Italia e perfettamente italofoni, non presenta le stesse esigenze educative di una classe nella quale dieci studenti siano arrivati da pochi mesi e abbiano contemporaneamente bisogno di apprendere la lingua italiana.
Ne discende che il bisogno educativo è completamente diverso.

Il limite poi del 30% esiste già, ma non è mai stato una regola cieca. Nel nostro ordinamento esiste già da anni l’indicazione di evitare una presenza superiore al 30% di alunni con cittadinanza non italiana nelle singole classi. Lo stesso ministro Valditara ha recentemente ricordato questa previsione, annunciando la volontà di trasformarla in legge.

Ma è importante ricordare un elemento spesso dimenticato nel dibattito pubblico: quella disciplina prevedeva deroghe proprio in considerazione della conoscenza della lingua italiana, ad esempio per gli studenti stranieri nati in Italia o che avessero già frequentato la scuola italiana, oltre che per esigenze di continuità didattica o per l’assenza di alternative territoriali.

Non è un dettaglio. È il riconoscimento di un principio pedagogicamente fondamentale: le persone non sono percentuali e il passaporto non misura il bisogno educativo. Il problema vero sono le disuguaglianze

I dati, semmai, ci indicano dove sarebbe necessario concentrare maggiormente l’azione pubblica.
Secondo le elaborazioni ISMU sui risultati INVALSI 2025, nella terza classe della scuola secondaria di primo grado il divario in italiano rispetto agli studenti senza background migratorio è di 22,6 punti per gli studenti stranieri di prima generazione, ma scende a 13,3 punti per quelli di seconda generazione. Anche in matematica il divario si riduce sensibilmente passando dalla prima alla seconda generazione.

È una differenza importante perché ci dice che tempo, scuola, lingua e relazioni funzionano. L’integrazione non è allora un processo spontaneo, ma nemmeno un fallimento inevitabile: è un percorso che richiede politiche educative.

Nessuna bambina o bambino, nessun ragazzo o ragazza deve sentirsi in un angolo. Né italiano né straniero.
La scuola della Repubblica non dovrebbe insegnare ai bambini a contarsi sulla base della cittadinanza, ma a riconoscersi reciprocamente come compagni.

Report della campagna Ero straniero: regolarizzare fa bene

di Redazione GRS


Regolarizzare fa bene – Presentato il report della campagna Ero straniero. Il servizio di Giovanna Carnevale.

Grazie alla regolarizzazione straordinaria del 2020, oltre 130mila persone sono state stabilizzate e oggi vivono e lavorano nel nostro Paese. A fine 2025, quasi il 60% delle istanze presentate si sono trasformate in contratti di lavoro e permessi di soggiorno. Per le casse dello Stato, si stimano in 228 milioni di euro l’anno i contributi dovuti all’ingresso nel mondo del lavoro delle persone regolarizzate. La campagna Ero straniero chiede quindi di superare le sanatorie e introdurre un meccanismo su base individuale, sempre accessibile sulla base di requisiti precisi, verificabili e sottoposto a controlli.

Povertà, un italiano su tre non può permettersi una settimana di vacanza

di Redazione GRS


La povertà non ha ferie – in Italia una persona su tre non può permettersi una settimana fuori casa e anche chi lavora ha spesso un reddito insufficiente: lo dicono i dati Eurostat rilanciati da Alleanza contro la Povertà, che chiede contratti realmente rappresentativi, meno precarietà e più continuità lavorativa e misure contro la povertà accessibili anche a chi lavora.

Una persona su tre non può permettersi una settimana fuori casa

Partiamo dalla chi una vacanza non può permettersela: secondo Eurostat, nel 2025 il 36,8% delle persone residenti in Italia con almeno 16 anni non era in grado di pagarsi una settimana lontano da casa. Più di una su tre. La media dell’Unione europea era molto più bassa, pari al 27,5%.

Naturalmente, quanto più si è poveri tanto meno si va in vacanza: il 63,2% di chi  vive sotto la soglia europea del rischio di povertà non può permettersi una settimana fuori casa. Anche però il 29,4% di chi vive sopra quella soglia, non ha le risorse necessarie per concedersi una settimana di vacanza. In altre parole, anche famiglie che non risultano povere, arrivano alla fine del mese senza alcun margine. Basta una spesa imprevista, un contratto che non viene rinnovato, una malattia o una riparazione urgente per mettere in crisi tutto il bilancio familiare.

Va precisato che non potersi permettere una settimana lontano da casa misura un’impossibilità economica e non coincide necessariamente con il fatto di non avere ferie o di non usufruirne.

Rischio di povertà più elevato tra i lavoratori a termine

Nel 2025, secondo Eurostat, era a rischio di povertà il 14,1% dei dipendenti italiani con un contratto a termine, più del doppio rispetto al 6,8% registrato tra i dipendenti a tempo indeterminato. La differenza era ancora più marcata per le donne. Tra quelle con un contratto a termine, il rischio di povertà raggiungeva il 17,7%, contro il 10,4% degli uomini nella stessa condizione lavorativa.

La discontinuità espone più facilmente a un reddito insufficiente, soprattutto quando nella famiglia c’è un solo percettore, sono presenti figli o persone da assistere oppure una parte consistente del reddito viene assorbita dall’affitto.

Libri e comunità: a Collegno torna la Festa dei Lettori e delle Lettrici

di Redazione GRS


Pagine condivise – A Collegno torna “Festa dei Lettori e delle Lettrici”, due settimane di incontri, laboratori e iniziative dedicate ai libri e alla partecipazione. Il servizio di Patrizia Cupo.

Dal 24 settembre al 10 ottobre Collegno ospita la Festa dei Lettori e delle Lettrici, con un calendario diffuso di appuntamenti per adulti, famiglie e bambini. Presentazioni, letture, laboratori e momenti di condivisione trasformano biblioteche, spazi culturali e luoghi della città in punti d’incontro attorno ai libri. Tra le iniziative anche attività creative e di bookcrossing, per valorizzare la lettura come esperienza personale ma anche collettiva, capace di creare relazioni e comunità.

Alcione4Special, a Milano il torneo per i ragazzi con disabilità

di Redazione GRS


Palla al centro – Sabato a Milano il Torneo ‘Fondazione di Comunità Milano’ per Alcione4Special, dedicato ai ragazzi con disabilità. Sei squadre, una mattinata di sport, il campo da calcio come luogo di incontro e di inclusione. L’iniziativa è stata presentata ieri a Palazzo Lombardia.

“Alcione4Special è un’iniziativa di grande valore sociale, un’occasione concreta per abbattere barriere, creare relazioni e dare a ciascun ragazzo la possibilità di esprimere le proprie capacità e il proprio talento”. Lo ha detto il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, intervenendo alla conferenza stampa di presentazione.
Il sostegno di Regione Lombardia

“Come Regione Lombardia – ha proseguito il governatore Fontana – siamo orgogliosi di sostenere e accompagnare una manifestazione che mette al centro le persone e ci ricorda quanto sia importante costruire comunità capaci di includere e valorizzare tutti. Ringrazio gli organizzatori, i volontari e tutti coloro che, con il loro impegno quotidiano, contribuiscono a rendere la nostra Lombardia sempre più inclusiva e coesa”.

Oltre al presidente Fontana, alla presentazione sono intervenuti l’assessore regionale alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità Elena Lucchini; il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta; il presidente della Fondazione di Comunità Milano Carlo Marchetti; il delegato della Lega Pro Giacomo Bindi; il presidente di Alcione4Special Serena Bortolini; il presidente Lions Club Milano Missione Sport e madrina del progetto Carla De Albertis; il vicepresidente dell’Alcione Milano Eleonora Bergamotto; oltre a una delegazione di atleti delle sei squadre partecipanti.

Cisgiordania, Onu: oltre 4.300 sfollati palestinesi dall’inizio dell’anno

di Redazione GRS


Senza tregua – Dall’inizio dell’anno oltre 4.300 palestinesi sono stati sfollati in Cisgiordania a causa di demolizioni, sfratti, violenze dei coloni e restrizioni di accesso. Lo dicono i dati del Rapporto Onu che segnala un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria.

Più di 4.300 palestinesi sono stati sfollati in Cisgiordania dall’inizio del 2026 a causa di demolizioni, sfratti, violenze dei coloni e restrizioni di accesso. È uno dei dati più significativi contenuti nell’ultimo rapporto dell’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari), che segnala un ulteriore deterioramento della situazione umanitaria nei Territori palestinesi occupati. Le demolizioni per mancanza di permessi edilizi israeliani, definiti dal rapporto “quasi impossibili da ottenere” per i palestinesi, hanno causato da sole oltre 1.500 sfollati e la distruzione di 1.164 strutture nel corso dell’anno. Complessivamente, nel 2026 sono già state demolite più di 1.100 strutture. Ancora più rilevante appare il peso delle violenze dei coloni, responsabili di circa il 60% degli sfollamenti registrati. Ocha documenta oltre 1.600 attacchi dall’inizio dell’anno, con una media di 6,7 episodi al giorno, contro i 5 del 2025. Le comunità palestinesi colpite sono già 275, quasi quanto le 279 registrate nell’intero 2025, il dato più alto dall’inizio del monitoraggio nel 2006. Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sull’isolamento di alcune comunità rurali. A Qusra tre famiglie palestinesi risultano di fatto separate dal resto del villaggio da oltre cinque settimane dopo l’installazione di un nuovo avamposto colonico, con limitazioni all’accesso alla scuola e agli aiuti umanitari. A Umm Safa, invece, nuove barriere stradali e ripetuti episodi di intimidazione da parte dei coloni stanno incidendo sull’accesso a cure mediche, istruzione, risorse idriche e mezzi di sussistenza. Sul piano socioeconomico, l’insicurezza alimentare continua ad aumentare: le persone che necessitano di assistenza alimentare sono salite a circa 900.000, mentre il World Food Programme ha dimezzato i beneficiari dei propri aiuti per mancanza di fondi.

Legacoopsociali a Palermo: l’integrazione che trasforma le fragilità

di Redazione GRS


Controvento – Domani l’iniziativa di Legacoopsociali arriva a Palermo per parlare di integrazione socio-sanitaria, inserimento lavorativo e valorizzazione dei beni confiscati e del ruolo della cooperazione sociale come infrastruttura di comunità che trasforma le fragilità individuali e collettive in opportunità di crescita condivisa.

L’integrazione socio-sanitaria garantisce continuità nella cura e accompagna le persone nei momenti di maggiore vulnerabilità; il lavoro restituisce dignità e cittadinanza; il recupero e la gestione sociale dei beni confiscati e degli altri patrimoni collettivi generano nuove opportunità di inclusione, occupazione e sviluppo locale. Ogni intervento rafforza gli altri: la cura favorisce l’autonomia, il lavoro consolida l’inclusione, la rigenerazione dei beni comuni crea nuove occasioni di sviluppo per l’intera comunità.

Sono questi i temi di “Progetto di vita: integrazione socio-sanitaria, inserimento lavorativo e valorizzazione dei beni confiscati nella Sicilia ‘Controvento’” promosso da Legacoopsociali nazionale e da Legacoop Sicilia a Palermo il 23 settembre dalle ore 10 alle ore 17 nella Sala Lanza dell’Orto Botanico di via Lincoln 2.

In questa prospettiva, la cooperazione sociale si configura come un’infrastruttura di comunità, capace di mettere in relazione persone, territori e istituzioni, trasformando le fragilità individuali e collettive in opportunità di crescita condivisa. Una comunità che sceglie di contrastare l’esclusione e la marginalità attraverso la mutualità, la partecipazione, il lavoro e la collaborazione tra tutti gli attori del territorio, costruendo progetti di vita che generano benessere, coesione sociale e sviluppo sostenibile.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso “Controvento”, promosso da Legacoopsociali nazionale, che attraversa il Paese con l’obiettivo di raccogliere esperienze, rafforzare l’identità della cooperazione sociale e costruire visioni condivise per il futuro e per il rilancio del ruolo del settore.

La giornata sarà un’occasione per dare voce ai protagonisti, condividere esperienze e buone pratiche, affrontare le criticità e delineare nuove prospettive di sviluppo della cooperazione sociale, rafforzando il dialogo e la collaborazione tra tutti gli attori del territorio.

Consumo sostenibile, Cittadinanzattiva: per 3 persone su 5 costa troppo

di Redazione GRS


Consumo sostenibile – Per 3 cittadini su 5 costa troppo. Il Rapporto di Cittadinanzattiva nel servizio di Anna Monterubbianesi.

Consumare in modo sostenibile è un obiettivo sempre più condiviso, ma non alla portata di tutti. È quanto emerge dal primo Rapporto civico sul consumerismo sostenibile di Cittadinanzattiva. Il 65,6% dei cittadini considera l’emergenza ambientale una priorità, ma per oltre il 58% il principale ostacolo per scelte più responsabili è il costo dei prodotti sostenibili. Pesano anche la scarsa informazione, le comunicazioni fuorvianti, le frodi digitali e le difficoltà nell’esercitare i propri diritti. Dal Rapporto arriva la proposta di una nuova Carta dei diritti del cittadino-consumatore, con maggiori tutele, informazioni trasparenti e accesso equo a beni e servizi.