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Sanremo celebra l’inclusione con il coro Anffas La Spezia

di Redazione GRS


Inclusione – al Festival di Sanremo si esibisce anche una delegazione dello Special Festival di Anffas La Spezia: sul palco dell’Ariston il coro ha celebrato l’inclusione e dato visibilità ai talenti delle persone con disabilità intellettive e del neurosviluppo. Un momento simbolico che unisce arte, cultura e diritti sociali.

«Desidero esprimere profonda gratitudine a tutte le persone che in questi anni hanno creduto, sostenuto e portato avanti con passione e determinazione questa pregevole iniziativa – dichiara il Presidente Nazionale Anffas, Roberto Speziale -. Lo Special Festival dimostra concretamente quanto sia fondamentale investire sui talenti delle persone con disabilità, offrendo loro spazi autentici di espressione e visibilità».

«Un traguardo reso possibile grazie all’impegno, alla visione e alla determinazione di Anffas La Spezia e, in particolare, di Alessia Bonati e Beppe Stanco, direttore artistico dello Special Festival, che con passione e competenza hanno creduto e investito nella crescita di questo progetto, trasformandolo in un’esperienza di alto valore artistico e sociale. Fondamentale anche il coinvolgimento delle altre realtà che compongono lo Special Festival, tra cui Anffas Pisa, Anffas Sanremo e Anffas Firenze, che con i loro artisti hanno contribuito a rendere questa iniziativa espressione concreta della forza e dell’unità della nostra rete», conclude il Presidente Speziale.

Un sentito ringraziamento a Carlo Conti e alla Direzione artistica del Festival di Sanremo che hanno inoltre dimostrato grande sensibilità e attenzione nello scegliere di aprire lo straordinario palco dell’Ariston anche agli artisti Anffas, interpretando il contest in una prospettiva pienamente inclusiva, capace di riconoscere e valorizzare il talento di ogni persona.

Tutto questo si inserisce nel più ampio percorso che Anffas tutta sta portando avanti sul tema dei talenti, considerati leva fondamentale per il pieno riconoscimento dei diritti e delle potenzialità di ogni persona. Proprio a questo argomento sarà dedicata la “Maratona Anffas”, evento nazionale in programma il prossimo 27 marzo, in occasione della XIX Giornata Nazionale di Sensibilizzazione sulle Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo e del 68° anniversario dalla fondazione di Anffas.

Medagliere Giochi Invernali: la Norvegia vince con una cultura senza classifiche

di Redazione GRS


Niente classifiche siamo norvegesi – Ai Giochi invernali la Norvegia ha vinto il medagliere con 41 podi. Un’eccellenza che nasce a fine anni ‘80 con la Carta dei diritti dei bambini nello sport, che mette al bando l’agonismo: nelle competizioni dei giovanissimi non ci sono classifiche e se vengono consegnati premi, li ricevono tutti, dal primo all’ultimo.

D’accordo, essere una nazione fatta di ghiacci e montagne aiuta; e aiuta anche trovarsi in casa un talento come Johannes Klaebo capace da solo di vincere sei ori. Ma tutto questo non basta a spiegare come mai la Norvegia – appena 5,6 milioni di abitanti – stracci tutte le altre rivali nel medagliere olimpico di Milano Cortina. Traguardo raggiunto, peraltro anche alle precedente edizione dei Giochi invernali. Gli atleti «vichinghi» si sono messi al collo 41 medaglie, delle quali 18 d’oro surclassando gli Usa fermi a quota 32 podi, 11 del gradino più alto, e a seguire il resto del mondo.

Il fatto è che la Norvegia sta eccellendo non solo nelle discipline invernali ma anche in altre più universali come il calcio (ne sanno qualcosa gli azzurri di Gattuso) o l’atletica dove la stella è il mezzofondista Jakob Ingebritsen. Così si è tornati a parlare delle politiche avviate dal governo di Oslo in materia di sport in particolare quello giovanile. Una serie di sostegni all’attività motoria il cui pilastro centrale è rivoluzionario: prima dei 13 anni non sono ammesse classifiche e graduatorie.

Tutto parte dalla fine degli anni ’80: alle Olimpiadi invernali di Calgary il bottino della Norvegia è di appena tre argenti e due bronzi ma è proprio in quegli anni che vengono gettate le basi per la risalita. Il Comitato olimpico norvegese vara infatti la «Carta dei diritti dei bambini nello sport». Perché è da lì che occorre ripartire. È un documento di appena otto pagine che descrivono il tipo di esperienza che ogni bambino del Paese deve ricevere, da ambienti di allenamento sicuri ad attività che facilitino le amicizie.

La parola d’ordine è mettere al bando l’agonismo: nei tornei e nelle competizioni riservate alla fascia dei giovanissimi non vengono stilate classifiche e graduatorie nazionali; e se vengono consegnati premi, questi devono andare a tutti, anche a chi arriva ultimo. Il divertimento deve essere l’elemento chiave. Tutto questo da un lato allarga la partecipazione dall’altro non  assilla con l’ansia da prestazione. Risultato: gli atleti che si affacciano alle competizioni – dall’adolescenza in poi – in cui il risultato inevitabilmente conta, non sono stressati e non abbandonano l’attività.

I risultati non hanno tardato ad arrivare e come visto nel giro di un decennio la Norvegia ha cominciato a mietere successi negli sport, invernali e no. «Mago» di questa rivoluzione è considerato Inge Andersen, un lungo curriculum come allenatori di sci nordico e maestro di sport e poi presidente del comitato olimpico nazionale.

«L’investimento più importante fatto in Norvegia – ha raccontato Andersen nel 2023 – è stato la creazione di un centro nazionale per gli sport d’élite. Sotto lo stesso tetto sono state raccolte le conoscenze, le competenze e le risorse umane per tutti gli sport ai massimi livelli agonistici. Sulla base dei risultati positivi di questo impegno, abbiamo istituito altri 7 centri di competenza in tutta la Norvegia. Questi collaborano con le nostre università per condividere conoscenze e dati. I migliori atleti si allenano insieme: sciatori, corridori e canoisti. Questo incoraggia una nuova generazione di atleti a concentrarsi sulle proprie future possibilità di diventare campioni».

Sempre Andersen sottolinea poi che il comitato olimpico nazionale ha dato priorità ai finanziamenti da utilizzare dove c’è il potenziale per eccellere in determinati sport e si sono concentrati dove le possibilità di vincere medaglie sono maggiori. Una filosofia, questa, che la Norvegia condivide con l’Olanda, altro Paese che nelle ultime due Olimpiadi estive ha primeggiato nei successi superando nazioni con una popolazione di gran lunga maggiore.

Curiosità: Inge Andersen dice di essersi ispirato, nell’impostare la sua politica per lo sport a un personaggio ben lontano dalla cultura scandinava ed occidentale, vale a dire il guru indiano Sri Ravi Shankar. Di cui cita queste parole: «Dobbiamo dare alle persone una visione. Chi ha una visione o un sogno può andare avanti e sviluppare la società».

Crediti foto: Avvenire.it

Ucraina, secondo Banca Mondiale servono 588 miliardi per la ricostruzione

di Redazione GRS


Macerie di guerra – Secondo una stima della Banca Mondiale, per la ricostruzione dell’Ucraina servirebbero 588 miliardi di dollari, una cifra quasi tre volte superiore alla produzione economica annuale del Paese. Il conflitto ha danneggiato o distrutto più di una casa su sette.

I costi di ricostruzione sono stati più elevati nel settore dei trasporti, con una stima di 96 miliardi di dollari, seguito dai settori energetico e abitativo, con circa 90 miliardi di dollari ciascuno.

Imprese di donne immigrate +56%: i dati del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025

di Redazione GRS


Fenomeno in espansione – In meno di quindici anni le imprese di donne immigrate sono aumentate del 56% anni e sono ormai una su quattro: lo dicono i dati del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos e da Cna. Nello stesso periodo le attività guidate da persone nate in Italia sono calate di quasi l’8%.

Dal 2014 il Rapporto fotografa con cadenza annuale il ruolo dell’imprenditoria immigrata nel sistema socioeconomico italiano e ne evidenzia una vitalità sconosciuta al resto del tessuto d’impresa, segnato al contrario da una fase di persistente contrazione: dal 2011 al 2024 le imprese immigrate sono cresciute del 46,9%, contro il -7,9% registrato nello stesso periodo tra le attività guidate da persone nate in Italia. Un fenomeno all’interno del quale, un anno dopo l’altro, si è rafforzata appunto la partecipazione delle donne, segno del lento, ma progressivo ridimensionamento del protagonismo maschile e della diversificazione dei profili e dei percorsi imprenditoriali prevalenti. Con un aumento del 56,2% tra il 2011 e il 2024 e dell’8,3% nell’ultimo quinquennio, le imprese immigrate femminili si distinguono per un dinamismo accentuato e raggiungono le 164.509 unità, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati.
Negli stessi anni, il numero delle imprese condotte da donne nate in Italia ha subìto un evidente calo, seppure ridimensionato rispetto alla componente maschile nell’ultimo periodo (-3,5% dal 2020). Di riflesso, alla fine del 2024, le imprese guidate da donne di origine straniera rappresentano un ottavo di tutte le attività indipendenti femminili del Paese (12,6%): un’incidenza quasi doppia rispetto al 2011 (7,3%) e superiore a quella calcolata sull’intero panorama di impresa nazionale (tra cui le imprese immigrate pesano per l’11,3%).

È un aumento che si lega innanzitutto alla crescente presenza di imprenditrici immigrate nelle attività dei servizi, in generalizzata espansione nell’economia italiana. I principali comparti di inserimento restano il commercio (48.810 imprese immigrate femminili) e le attività di alloggio e ristorazione (21.517). Tuttavia, negli ultimi cinque anni a distinguersi per i ritmi di aumento più elevati sono state le così dette “altre attività di servizi” (18.812 e +27,2%) – che includono quelli alla persona e oggi rappresentano il terzo ambito di attività più battuto – e un composito gruppo di attività specialistiche finora poco frequentate dall’imprenditoria immigrata (attività immobiliari: +33,3%; attività finanziarie e assicurative: +24,7%; attività professionali, scientifiche e tecniche: +24,2%), che nell’insieme raccolgono quasi 10.000 imprese immigrate femminili, evidenziando la crescente la capacità delle donne di origine straniera di cogliere nuove opportunità di inserimento professionale e di autopromozione socio-economica.
Si tratta di un’evidenza di tutto rilievo, considerato che le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato occupazionale, largamente convogliate nel lavoro domestico e di cura e con scarse occasioni di mobilità professionale, anche a fronte di competenze (formali o informali) elevate e di lunghi percorsi di stabilizzazione.

A partire dalle statistiche ufficiali e grazie ad approfondimenti specifici, lo studio evidenzia non solo le tendenze e le caratteristiche del fenomeno, ma anche le dinamiche settoriali e territoriali, l’integrazione nelle filiere produttive, le nazionalità più rappresentate.
Alla presentazione del Rapporto si confronteranno rappresentanti istituzionali, ricercatori e imprenditori e, oltre a una sintesi nazionale, verranno rilasciati anche comunicati su tutte le regioni italiane. Ulteriori dettagli su programma e modalità di partecipazione saranno presto disponibili.

Morti sul lavoro, silenzio mediatico sempre più fitto: tre vittime in un weekend

di Redazione GRS


Indifferenza generale – Nel nostro Paese si continua a morire di lavoro, anche se i media ne parlano sempre meno. Il servizio di Federica Bartoloni.

Depositate le motivazioni della sentenza di piena assoluzione per il manutentore dell’orditoio nel quale Luana D’Orazio morì a 22 anni dopo 4 giri a causa della manomissione dei dispositivi di sicurezza. Cusimano, questo il nome dell’imputato, unico tecnico deputato a riparazioni e modifiche dei macchinari, non ha commesso il fatto. Aperta l’indagine per omicidio colposo a seguito dell’autopsia sul corpo di Pietro Zantonini, il vigilante morto di freddo nel suo gabbiotto del cantiere delle Olimpiadi Milano Cortina appena concluse. Ad essere indagato il titolare della società di vigilanza. Ieri, intanto, dopo un fine settimana segnato da 3 morti sul lavoro e altrettanti gravi infortuni, è morto a 24 anni Carmine Albero, operaio. Notizie che troviamo quasi esclusivamente sulla stampa locale, segnate dalla frase di rito “secondo le prime ricostruzioni” che, quasi mai, troverà aggiornamenti.

Farmaci equivalenti, Cittadinanzattiva lancia la sesta edizione di Ioequivalgo

di Redazione GRS


Ioequivalgo – Al via la sesta edizione dell’iniziativa, promossa da Cittadinanzattiva, per promuovere la consapevolezza e l’accesso ai farmaci equivalenti in Italia. L’obiettivo è colmare un divario culturale ed economico che penalizza soprattutto le fasce di popolazione a basso reddito.

I dati Istat confermano che il 9,5% degli italiani rinuncia a curarsi e le segnalazioni che giungono al Tribunale per i diritti del malato confermano che i costi più difficili da sostenere per le famiglie sono quelli relativi ai farmaci.

Consigliati sempre prima con il tuo medico e/o farmacista. Ma per aiutarti nell’acquisto del farmaco, sapere se esistono equivalenti e darti tutte le informazioni che cerchi, abbiamo creato l’App ioequivalgo: uno strumento sempre a portata di mano, da consultare in maniera facile e veloce, quando e dove vuoi: se hai bisogno di un farmaco e magari sei in farmacia o dal medico. Puoi consultare l’App dal tuo telefonino in modo semplice: basta digitare il nome del farmaco oppure il principio attivo. Potrai conoscere tra le diverse formulazioni (granulato, pastiglie, etc.) e selezionare lo specifico dosaggio del farmaco indicato dal medico o consigliato dal farmacista. L’esito della tua ricerca sarà la lista completa dei farmaci in commercio, siano essi coperti da brevetto (e quindi necessariamente di marca) o non più coperti da brevetto, di marca o equivalenti, organizzati per fasce di prezzo. I medicinali a brevetto scaduto inseriti nella App sono quelli che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) organizza in appositi elenchi di farmaci equivalenti tra di loro: si chiamano liste di trasparenza. L’App ioequivalgo è uno strumento che ti aiuta ad essere più informato e quindi valutare se, a parità di efficacia terapeutica, esistono opportunità di risparmio.

La Cremonese in campo contro l’azzardo: “Gioca la partita giusta nella vita”

di Redazione GRS


In campo contro l’azzardo – Per la prima volta un club di Serie A, la Cremonese, diventa testimonial del contrasto alla ludopatia. “Gioca la partita giusta nella vita” è lo slogan della campagna di sensibilizzazione sui rischi dell’azzardo, veicolata attraverso uno spot diffuso sui social e nelle sale cinematografiche del territorio.

“Gioca la partita giusta nella vita”, lontano dall’azzardo… che non è un gioco. Un incoraggiamento che si fa concreto nell’azione di prevenzione e cura di tante Agenzie di tutela delal salute – Ats italiane. È stata in particolare l’Ats Val Padana, a lanciare questo monito: Gioca la partita giusta. Molto più di uno slogan: una vera e propria campagna di sensibilizzazione sui rischi dell’azzardo, veicolata attraverso uno spot diffuso sui social e nelle sale cinematografiche del territorio. Il testimonial scelto è da serie A: l‘Unione Sportiva Cremonese.

Non è fantacalcio
Per una volta, niente pubblicità pro-gambling a bordo campo, niente calciatori famosi che invitano a scommettere. Anzi, esattamente il contrario. Lo spot racconta la storia di un uomo, schiacciato dal gioco d’azzardo online, che trova la forza di chiedere aiuto grazie all’incontro con Daniel Ciofani, ex capitano grigiorosso e oggi coordinatore delle squadre Primavera e Under 18 della Cremonese.

È lui ad accompagnare il protagonista verso la consapevolezza, così da poter tornare a giocare «la partita giusta nel campo e nella vita». Una storia che mostra come sia possibile passare «dal buio della dipendenza alla luce del cambiamento», sintetizza Ilaria Marzi, direttore sociosanitario di Ats Val Padana.

Lo spot e la collaborazione con l’Us Cremonese
Il protagonista dello spot Gioca la partita giusta è interpretato dall’attore Max Tosi, che lavora anche all’Ats, mentre la voce narrante è quella del noto attore e regista Beppe Arena. La campagna è stata interamente ideata e diretta dall’Ufficio Comunicazione di Ats Val Padana: Aldo Destefani, Chiara Capelletti e Bibiana Sudati hanno curato l’intero iter produttivo, dalla scrittura dello storyboard fino alla divulgazione.
Alla realizzazione hanno contribuito, tutti a titolo gratuito, anche il Teatro Ponchielli di Cremona, l’Asst Cremona con il suo Servizio Dipendenze (Serd) — il riferimento sul territorio per chi cerca aiuto specialistico — e il Cral di Cremona.

La collaborazione con la US Cremonese era nata quando la squadra militava ancora in Serie B: «Hanno da subito dimostrato apertura e piena disponibilità», dice Marzi. «Da tempo la dirigenza è molto sensibile ai temi di salute e solidarietà del territorio. Già durante il Covid, la società e i giocatori della prima squadra si erano prestati per una campagna di promozione alla vaccinazione. Ma sono davvero tante le iniziative in cui la Cremonese si mette al fianco di chi si occupa di temi socialmente rilevanti».

Dalla serie B alla A l’impegno continua
E quando è arrivata la promozione in Serie A, nella primavera del 2025, la squadra ha mantenuto l’impegno, dimostrando che «è possibile calcare palcoscenici nazionali importanti, rimanendo al contempo fortemente radicati al territorio». L’esperienza sul campo “locale” di Marzi parla chiaro. A Pavia, dove ha lavorato in precedenza, aveva costruito una rete territoriale di progetti rivolti ai giovani per smontare dall’interno i meccanismi dell’azzardo: «Bisogna insegnare ai ragazzi la teoria della probabilità che dimostra come matematicamente sia il Banco a vincere sempre. E poi dobbiamo contrastare la cultura del “tutto e subito”».

Emergenza giovani
Il fischio d’inizio che ha dato avvio alla partita per Ats Val Padana sono stati i numeri: «Le scommesse sportive, in particolare legate al calcio, sono una delle principali porte di ingresso al gioco d’azzardo per i più giovani», spiega Marzi. Un dato in linea con il quadro nazionale: oltre il 60% degli studenti ha dichiarato di aver giocato d’azzardo almeno una volta nella vita, il 57% nell’ultimo anno. Il gioco online coinvolge circa il 13% dei ragazzi, mentre i profili di gioco a rischio e problematico riguardano complessivamente oltre il 10% degli studenti. Le forme più diffuse sono i Gratta&Vinci e le scommesse calcistiche, seguite dalle slot machine. E «spesso l’azzardo è associato ad altri comportamenti additivi».

Il territorio aggiunge ulteriori fattori di vulnerabilità: la presenza diffusa di piccoli comuni, un’elevata incidenza di popolazione anziana e il conseguente rischio di isolamento sociale amplificano l’impatto del fenomeno.
«Nella provincia di Cremona, la percentuale femminile tra i giocatori problematici raggiunge il 21%, contro il 17% del mantovano e il 12% del cremasco. Si tratta prevalentemente di persone con un titolo di studio medio-basso e una condizione occupazionale fragile: circa la metà è disoccupata o in pensione, a conferma di come il tempo libero non strutturato rappresenti un fattore di rischio significativo».

Il ruolo della prevenzione
A complicare il quadro, c’è la resistenza a chiedere aiuto: oltre la metà delle persone arriva ai servizi spontaneamente, ma solo il 6% viene inviato da familiari o amici, «segnalando una difficoltà diffusa nel riconoscere precocemente il problema». Ecco perché, secondo Marzi, «è fondamentale affiancare agli interventi di presa in carico un forte investimento in prevenzione, alleanze territoriali e azioni culturali, soprattutto rivolte ai giovani, per contrastare la normalizzazione dell’azzardo».

Tra le priorità c’è anche la costruzione di una governance territoriale più uniforme: «È necessario che i comuni si dotino di regolamenti omogenei per vigilare e controllare, e che si agisca attraverso sportelli informativi, vere e proprie antenne sul territorio».

US Cremonese testimonial d’eccezione
Scendere in campo contro l’azzardo, per una squadra di Serie A, è un atto controcorrente. «La scelta nasce dai nostri principi e dall’insieme di valori che la società trasmette continuamente anche ai suoi tesserati sul fronte del contrasto al gioco d’azzardo attraverso azioni concrete» ci spiega Paolo Armenia, direttore generale dei grigiorossi.«All‘interno di questa visione, con coerenza abbiamo scelto di non contrattualizzare accordi con agenzie di betting».

Un approccio che rimane coerente anche nei confronti dei calciatori: «Durante la stagione, partendo dal settore giovanile per arrivare alla prima squadra, organizziamo incontri con esperti del settore per creare consapevolezza ed evitare al massimo i rischi legati all’azzardo».
Ecco perché accettare la collaborazione con Ats Val Padana è stato “naturale” «e non si limita a questo video, ma coinvolge una serie di attività per lo sviluppo della qualità della vita all’interno degli ambienti di lavoro».

È dunque davvero necessario per la sostenibilità delle società calcistiche accettare pubblicità di gambling? «Non si può analizzare il tema, se non partendo da una premessa: il mondo del calcio è alla continua ricerca di nuovi introiti e in Italia, in senso generale, è consentito scommettere. All’interno di questo contesto l’argomento è stato portato all’attenzione del Governo e quindi una legislazione in materia potrebbe consentire di ottenere benefici economici, sempre nel massimo rispetto delle regole che lo Stato potrebbe emanare».

Ce lo auguriamo perché, concludendo con le parole di Marzi: «Il gioco sano promuove la socializzazione e lo stare insieme. Il fallimento delle istituzioni è vedere il numero di giovani dipendenti da gioco che aumenta. Dobbiamo lavorare sempre più in rete per contrastare il fenomeno. Gioca la partita giusta è un tassello importante per andare in quella direzione».

Ucraina, sanità sotto attacco: 4 anni di guerra e cure a rischio

di Redazione GRS


Triste anniversario – Dopo quattro anni di guerra, il sistema sanitario ucraino non è collassato, ma l’accesso effettivo alle cure si sta deteriorando rapidamente. Lo dice Medici del Mondo che ricorda come nel corso del conflitto ci siano stati otre 1.600 attacchi contro infrastrutture sanitarie e più di 400 operatori sanitari uccisi.

A tutto ciò si aggiunge un inverno particolarmente rigido, segnato da attacchi continui contro l’infrastruttura energetica. La mancanza di elettricità e riscaldamento ha un impatto diretto su milioni di persone e compromette seriamente l’assistenza sanitaria. Senza elettricità, molti centri non possono garantire riscaldamento, illuminazione, catena del freddo per vaccini e farmaci, esami diagnostici o accesso alle cartelle cliniche elettroniche.

In questo scenario, Medici del Mondo ha condotto una valutazione delle necessità in sei regioni chiave dell’est e del sud del Paese — Dnipro, Kharkiv, Kherson, Mykolaiv, Zaporizhia e Sumy — per analizzare lo stato attuale della salute in Ucraina.

La conclusione principale dello studio è chiara: nonostante tutto, il sistema sanitario ucraino non è collassato, ma l’accesso effettivo alle cure si sta deteriorando rapidamente. Sulla carta, le strutture formali continuano ad esistere: assistenza primaria, medici di famiglia e sistemi di riferimento. Tuttavia, un numero crescente di persone non riesce a raggiungere i servizi necessari, in particolare le cure specialistiche e ospedaliere.

Le lunghe distanze, le infrastrutture danneggiate, i blackout, la carenza di personale e le restrizioni date dalla sicurezza condizionano l’accesso in un contesto di guerra prolungata. Nelle aree rurali o vicine al fronte, una visita medica può trovarsi a decine di chilometri, e i trasporti non sono sempre sicuri né accessibili economicamente.

L’aumento dei prezzi di farmaci, esami diagnostici e trasporti rappresenta un’altra barriera significativa, provocando ritardi nella ricerca di cure e interruzioni nei trattamenti, soprattutto per le malattie croniche.

La continuità dei servizi è stata possibile, in gran parte, grazie all’impegno del personale sanitario ucraino. Professionisti che hanno deciso di rimanere nel Paese, alcuni lavorando a pochi chilometri dal fronte, per garantire che i propri concittadini possano continuare a recarsi in un centro di salute quando ne hanno bisogno.

Tuttavia, questa resilienza ha dei limiti. Nei centri sanitari rurali, la carenza di personale raggiunge il 50%. In diverse regioni, una quota significativa di medici ha più di 60 anni. I livelli di stress, stanchezza e logoramento emotivo sono molto elevati, e praticamente non esistono sistemi formali di supporto psicosociale o prevenzione.

L’indagine segnala alti livelli di disagio emotivo legati al conflitto prolungato, allo sfollamento e alla perdita dei mezzi di sussistenza. Tuttavia, la disponibilità a cercare supporto professionale è molto bassa, soprattutto nelle zone vicine al fronte. Persistono lo stigma, la mancanza di informazioni su dove rivolgersi e la difficoltà nel riconoscere il proprio bisogno di aiuto. Molte persone convivono con ansia, insonnia o sintomi depressivi senza parlarne né ricevere un accompagnamento. Il sistema sanitario ucraino ha compiuto progressi nell’integrazione della salute mentale nell’assistenza primaria e nell’implementazione di interventi brevi e di primo supporto psicologico. Tuttavia, l’entità delle necessità supera la capacità disponibile, soprattutto nelle aree più colpite dai combattimenti.

Per rispondere a queste lacune, Medici del Mondo opera dall’inizio del conflitto armato nel 2014 e ha sviluppato strategie adattate al contesto di guerra, come l’utilizzo di unità mobili che raggiungono comunità rurali e remote, e servizi di telemedicina che consentono l’accesso a personale medico da remoto. In Ucraina, il lavoro di Medici del Mondo si concentra proprio nel garantire l’accesso all’assistenza sanitaria alle persone colpite dalla guerra, soprattutto nelle aree vicine al fronte e nelle comunità isolate. Oltre all’assistenza diretta, l’organizzazione dona attrezzature e forniture mediche, riabilita infrastrutture e forma personale sanitario e comunitario.

Rapporto Acli-Next-Tor Vergata: sanità a rischio equità

di Redazione GRS


Razionamento sanitario – L’accesso alle cure nel nostro Paese è fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli. Lo dice il nuovo Rapporto di Acli, Next e Università Tor Vergata. Ascoltiamo Raffaella Dispenza, vicepresidente Acli.

La ricerca, basata sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024, documenta l’esistenza di un razionamento sanitario implicito. Dividendo la popolazione in 5 scaglioni di reddito, dal più basso al più alto, la spesa media “di tasca propria” (out of pocket) ed escludendo i ticket sanitari, evidenzia che i contribuenti con i redditi più elevati spendono mediamente fra quattro e cinque volte in più rispetto ai contribuenti con i redditi più bassi. Un fenomeno dovuto ai limiti di accesso alla sanità pubblica (lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale) che spingono chi può permetterselo verso il privato, lasciando indietro le fasce più fragili.
I dati chiave del rapporto

Divario di spesa: A parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i 1.000 e i 2.000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti.
Rinuncia totale: circa il 57% dei contribuenti appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria privata. Nel sottocampione degli anziani la differenza tra basso e alto reddito si fa più evidente: il 55-60% non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi.
La spesa in farmaci: il valore medio annuo della spesa farmaceutica passa da circa 278 euro nello scaglione di reddito più basso a oltre 415 euro nello scaglione più elevato; queste differenze non riguardano solo la probabilità di acquistare farmaci, ma anche il valore medio della spesa sostenuta.
L’effetto del reddito sulla spesa: un aumento di reddito per chi si trova negli scaglioni più bassi aumenta la spesa sanitaria di più di quanto avviene per chi si trova negli scaglioni più elevati evidenziando il peso maggiore di bisogni insoddisfatti
Effetto Pandemia: Il COVID-19 ha agito come amplificatore delle diseguaglianze. Mentre i redditi alti hanno recuperato rapidamente i livelli di spesa sanitaria pre-pandemici, per i ceti fragili, gli anziani e le donne il recupero è ancora incompleto.
Territori e LEA: dove i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono più alti, funzionano meglio prevenzione e servizio pubblico e il ricorso forzato al privato diminuisce sensibilmente.

«In sanità – ha spiegato Saverio Mennini, capo Dipartimento Programmazione del Ministero della Salute – c’è un problema di equità nell’accesso, riscontrato negli ultimi 20 anni. Con questo Ministero abbiamo posto in essere una serie di azioni, quali l’aggiornamento annuale dei LEA, l’incremento del finanziamento, il decreto sulle liste d’attesa, la delega delle professioni sanitarie e sull’assistenza ospedaliera e territoriale, che tendono ad eliminare la disomogeneità d’acceso alle cure. Questa è la questione da affrontare con attenzione».
«I dati mostrano una realtà preoccupante. Il nostro Servizio Sanitario sulla carta è universale, ma, fuori dall’emergenza e dai codici rossi, barriere economiche e lunghi tempi d’attesa costringono i più fragili a rinunciare alle cure – dichiara Leonardo Becchetti, fondatore di NeXt Economia e professore dell’Università di Roma Tor Vergata, curatore della ricerca – parliamo di una spesa sanitaria inferiore fino a 2.000 euro tra il primo e l’ultimo scaglione di reddito. Miglioramento della sanità pubblica e delle case di comunità, prevenzione, ottimizzazione della spesa, progressività fiscale sono le azioni che servono per rimettere al centro i territori e la comunità, trasformando la salute da bene di mercato a pilastro di una nuova economia civile».
«Purtroppo, nonostante rappresenti uno dei pilastri fondamentali del welfare del nostro Paese, la sanità pubblica, accessibile e garantita, è oggi in evidente ritirata. – ha dichiarato il Presidente delle Acli nazionali, Emiliano Manfredonia – I redditi più alti si rivolgono sempre più frequentemente al settore privato, potendosi permettere spese maggiori, mentre i redditi più bassi restano indietro, costretti a rinviare o rinunciare alle cure. È un dato che deve farci riflettere anche il ricorso sempre più diffuso – ormai quasi un’abitudine di massa – ai sistemi di intelligenza artificiale per rispondere a bisogni di salute: un segnale della difficoltà di accesso e della ricerca di soluzioni alternative. Come ACLI, operatori di pace e di democrazia da oltre ottant’anni, sentiamo il dovere – come diciamo spesso nel nostro Patronato – di trasformare i diritti in pane. In questo caso, di trasformare il diritto alla salute in accesso reale e garantito ai servizi per tutte e tutti. È il senso anche degli Sportelli Salute che abbiamo aperto in diverse parti d’Italia: strumenti concreti per accompagnare le persone e ridurre le disuguaglianze.»
«Il credito cooperativo – ha detto Augusto dell’Erba, Presidente Federcasse BCC – è da anni impegnato ad esprimere valori ed attività che vanno oltre la banca. Noi, infatti, siamo presenti sui territori e nelle comunità di cui siamo espressione e abbiamo ben presente che non è più sufficiente fare solo la banca, ma qualcosa di più. Per questo siamo impegnati, con le nostre mutue, in progetti di welfare dove siamo orientati a fornire servizi di tipo sanitario».
«L’allungamento della vita media – ha dichiarato Anna Maria Colao, Vice Presidente Consiglio Superiore Sanità e Presidente Fondazione FORME – ha modificato tutto quello che il cittadino può ottenere dal nostro sistema sanitario. Mi sento di soffermarmi, in tal senso, sulla tematica della prevenzione. Per diventare sostenibili e mantenere le cure, infatti, dobbiamo implementare le strategie di prevenzione. Occorre, quindi, educare e informare la popolazione».
«Per contrastare queste disuguaglianze – ha aggiunto Raffaella Dispenza, Vicepresidente nazionale delle Acli – servono interventi complessi e articolati: maggiori investimenti nella sanità, riportandoli in linea con quelli di altri paesi europei, ma soprattutto una medicina di territorio che sappia prendere in carico le cronicità e dare risposte alle tante situazioni di non autosufficienza».
Alcune possibili direzioni di policy per contrastare la crescita delle diseguaglianze:

Potenziamento del sistema pubblico con prevenzione e LEA. La prevenzione è una leva cruciale: dove screening, medicina territoriale e sanità pubblica funzionano meglio, la necessità di sostenere spese private si riduce e l’accesso alle cure diventa meno dipendente dal reddito. Un miglior livello di LEA riduce le diseguaglianze.
Valorizzazione delle “Case di comunità”. L’integrazione con i servizi sociosanitari, con il contributo sussidiario del terzo settore, aumenta l’accesso al diritto alla salute.
Maggiore equità nella fiscalità sanitaria. Superare l’attuale sistema che esclude chi si trova nella “no-tax area” e rendere le agevolazioni fiscali più progressive e introdurre meccanismi rimborsabili per i redditi più bassi.
Sanità e territorio. Il mancato accesso alle cure non si concentra tanto sulle emergenze, quanto sulle prestazioni differibili ma essenziali: visite specialistiche, diagnostica, follow-up e cure croniche. Ridurre i tempi di attesa in questi ambiti significa ridurre la necessità di ricorrere al privato e può essere possibile integrando Stato, Mercato e Comunità;
Sistema assicurativo complementare. Il rafforzamento di forme di assicurazione sanitaria integrativa a carattere mutualistico e non profit potrebbe contribuire a ridurre le diseguaglianze, offrendo una copertura accessibile anche a lavoratori precari, anziani e famiglie a basso reddito;
Procurement orientato al valore. Adottare politiche di acquisto di dispositivi medici che premino la sostenibilità sociale e la trasparenza, libera risorse da reinvestire dove realmente serve;
Monitoraggio costante. Creare un coordinamento nazionale, collegando i diversi osservatori nazionali già esistenti, darebbe la possibilità di avere un “cruscotto di indicatori” capace di misurare sistematicamente il razionamento sanitario.