Per un nuovo welfare. Il Patto per la non autosufficienza ha diffuso un’articolata proposta finalizzata ad arricchire il Disegno di legge delega a cui sta lavorando il Governo. Ascoltiamo il coordinatore scientifico del Patto Cristiano Gori.



Per un nuovo welfare. Il Patto per la non autosufficienza ha diffuso un’articolata proposta finalizzata ad arricchire il Disegno di legge delega a cui sta lavorando il Governo. Ascoltiamo il coordinatore scientifico del Patto Cristiano Gori.

Dopo la crisi delle chiusure forzate e del distanziamento cambiano anche le donazioni per Organizzazioni culturali. Il servizio di Clara Capponi.
Si fanno sentire sempre di più gli effetti della pandemia per le onp impegnate in ambito culturale. Oltre alle chiusure e alle limitazioni anti contagio gli ultimi anni sono stati caratterizzati anche da un’inversione di tendenza nelle raccolte fondi.
Secondo i dati diffusi dal Mibact sulla misura dell’art bonus, dal 2014 ad oggi ben 250 su 658 milioni di euro di donazioni sono state raccolte nel 2020-21. Segno che le associazioni hanno saputo reinventarsi durante l’emergenza dei teatri chiusi e spettacoli annullati trovando nuove forme di finanziamento

Dominate the water: è il circuito open di nuoto in acque libere ideato da Gregorio Paltrinieri che pone particolare attenzione nell’organizzazione delle manifestazioni a ecosostenibilità, valorizzazione dei territori e sicurezza. Con un decalogo di comportamenti da tenere in mare si punta a gare a impatto zero, per promuovere uno sport incredibile e a stretto contatto con la natura.
Dopo Rio 2016 hai iniziato a cimentarti nel nuoto in mare: questo quanto ha cambiato il tuo approccio con l’acqua e anche il tuo rapporto con l’ambiente?
Mi sono reso conto che nuotare in mare è molto più bello che nuotare in piscina. Ho iniziato a fare molte gare e a godermi la sensazione di libertà, a differenza della piscina che è racchiusa tra quattro mura. Per allenarmi ho passato tanti mesi all’anno in spiagge, anche all’estero, sono entrato in contatto con il mare: è un approccio davvero diverso, quasi non diventa più sport ma un’avventura.
Anche perché cambia ogni giorno …
Sì esatto. Sei tu che in qualche modo devi adattarti. Quando arrivo in piscina so cosa fare al 100% e faccio quasi in modo che la piscina si adatti a me. Invece col mare non è così, mi devo per forza adattare alla situazione. Soprattutto nelle gare occorre saper “leggere” la gara, l’ambiente in cui si è, le traiettorie, le correnti. In tutto questo processo mi sono avvicinato sempre di più al mare e ho iniziato ad amarlo. Da lì è nato un progetto, assieme ad uno amico, per organizzare gare e far conoscere questo sport che offre possibilità incredibili, dal nuotare all’aperto fino alla scoperta di spiagge e posti magnifici.
Da circa due anni c’è una nuova avventura, Dominate The Water, anche con questa iniziativa è possibile fare qualcosa di concreto per essere più green in gara, quando si è in acqua?
Ci sono diverse componenti alle quali fare attenzione. Per fare uno sport professionistico abbiamo bisogno di tante cose e quindi c’è il rischio di inquinare lo spazio d’acqua ma anche la spiaggia. Magari arrivano 500 persone sul lido e una volta finito tutto ci sono plastiche lasciate sulla sabbia. Quasi mi sento in colpa per aver rovinato un posto anche solo per due giorni perché poi non so come tornerà.
Un altro esempio è la 10km della gara olimpica che si compete in mare. Dobbiamo per forza fare rifornimenti. Parliamo di gel da mangiare o qualcosa da bere: sono rifornimenti volanti perché non si può aspettare 30 secondi per ridare la bottiglietta. Cerchiamo poi di tirarla verso il ponte dove sono gli allenatori ma non sempre finisce lì. In una maratona, dove le “bottigliette volanti” si buttano per strada, sono più semplici da recuperare; qui finiscono in acqua dove però ci sono le correnti. Quindi qualcuno, anche un sub, le va a raccogliere anche sul fondo. E poi le barche a motore: ci deve essere assistenza, un pronto intervento, perciò lungo tutto il corso della gara diverse imbarcazioni che controllano la zona. Da un certo punto di vista l’impatto ambientale è alto quindi noi vogliamo organizzare gare a impatto zero. O quasi a zero.
Avete una sorta di decalogo della buona prassi della gara?
Sì, perché si può fare! Non è fantascienza. Facendo rifornimenti in bicchieri di carta biodegradabile più facili da recuperare perché restano a galla. Oppure invece delle barche a motore si usano sup e kajak. È sostenibile e si può fare. Allo stesso tempo si partecipa a una competizione incredibile adatta sia a noi agonisti che gareggiamo alle Olimpiadi o ai mondiali che agli amatori, ai master, a tutte le persone che vogliono provare le gare in mare con un impatto meno dannoso per l’ambiente.
Anche il nuoto può “inquinare”? Sembra quasi che nessuno fino a oggi se ne sia accorto.
Forse perché si pensa che per nuotare basti un costume, una cuffia, un occhialino. Però quando una gara diventa importante va organizzata con accortezza. Come una maratona, che sporca una città, allo stesso modo noi facciamo delle maratone in acqua: sono stupende da vedere, è uno sport incredibile, sei veramente a contatto con la natura, semplicemente dovremmo cercare di non inquinare così tanto.
Ti è mai capitato di trovare rifiuti e plastiche durante le gare in acque aperte?
Sì … mi è capitato ed è davvero brutto, dispiace nuotare in una condizione di questo genere. C’è una gara storica italiana che è la CapriNapoli, io non l’ho disputata perché è una super maratona di 36 km a nuoto, al massimo ho fatto la 10 km. L’ho vista da una barca e osservare come cambia il mare con i rifiuti è veramente un peccato. Ma questo accade in molti posti, anche all’estero.
Come possono contribuire lo sport e i suoi campioni a diffondere messaggi di cambiamento nei gesti quotidiani per salvare l’ambiente?
Tanto. Noi siamo i protagonisti di ciò che facciamo, dobbiamo rispettare l’ambiente in cui troviamo. Intendo sia gli atleti che l’amatore che gareggia in mare e non si deve sentire autorizzato a fare quello che vuole. Se lo facciamo noi allora diamo l’input a tutti. Io vorrei dare il buon esempio perché sono fatto così, perché credo sia importante rispettare l’ambiente in cui ci troviamo, le persone … sento di doverlo fare. Magari chi mi guarda si ispira a me per tante ragioni: io rispetto l’ambiente e magati cominceranno a farlo anche gli altri.

Svolta digitale. Confcooperative, attraverso il suo fondo mutualistico Fondosviluppo, pubblica un bando da tre milioni di euro per sostenere progetti di rafforzamento strutturale e patrimoniale, di innovazione tecnologica e organizzativa, di digitalizzazione e per favorire la sostenibilità sociale, economica e ambientale delle imprese.

La guerra addosso. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello d’emergenza per un totale di 1,7 miliardi di dollari per fornire urgentemente sostegno umanitario alle persone in Ucraina e ai rifugiati nei paesi vicini. Secondo l’Onu 12 milioni di persone avranno bisogno di soccorso e protezione nel Paese, mentre si stima che i rifugiati saranno oltre 4 milioni.

#ConiBambiniUcraini. Riempire i social di colori e messaggi di pace di bambini e ragazzi: è l’iniziativa dell’Impresa Sociale Con i Bambini che invita i più piccoli a spedire disegni, grafiche e pensieri per invitare gli adulti a fermare immediatamente il conflitto. I lavori saranno proiettati sulle facciate di palazzi istituzionali.

La tempesta perfetta. Il dossier di Libera e Lavialibera sulla “variante criminalità”: nel periodo pandemico le interdittive antimafia sono state ben 3.919 con un incremento percentuale del 33% rispetto al biennio precedente. Ascoltiamo Peppe Ruggiero, curatore della ricerca

Futuro green. I giovani chiedono di saperne di più sulla crisi climatica: è uno dei risultati dell’indagine che ha coinvolto 508 studenti nel corso del Festival SDGs conclusosi lo scorso 24 febbraio. Il sondaggio svela come gli intervistati ritengano che sia importante parlare di ambiente e crisi climatica prima di tutto a scuola e sui media nazionali.

Diritto alla cura. Sostenere la ricerca sulle malattie rare è lo strumento decisivo per il futuro delle persone che ne sono affette. Ai nostri microfoni Maria Carla Tarocchi, vicepresidente dell’Associazione italiana per la ricerca sulla distonia.

Mare accessibile. Anche in Italia è arrivato il surf adattato, grazie alla passione di Massimiliano Mattei, che è entrato in contatto con questa pratica dopo un incidente che gli ha tolto l’uso delle gambe. Da qui nasce Surf4all, che permette di tornare a surfare a dopo un incidente, e di fare questa esperienza insieme e in autonomia, sfruttandone le potenzialità riabilitative.
Questa storia comincia a Manila, nelle Filippine. Massimiliano Mattei, livornese del 1976, dopo diversi viaggi si era trasferito a fare il cuoco dall’altra parte del mondo. «Ho cominciato a fare surf a 15 anni, nel mare di Livorno. Poi la fortuna e il lavoro mi hanno portato in giro per il mondo. Dai 20 ai 27 anni sono stato nelle Filippine e ho continuato ha coltivare le mie passioni per lo sport. Ho fatto pugilato, basket, surf. Nell’oceano Indiano ci sono quasi 3500 isole e le onde non mancano».
In una mattina del 2005, rientrando da un allenamento di boxe, a bordo della sua motocicletta, Mattei correva per rientrare quando perse il controllo e finì giù da un cavalcavia. Fece un volo di 7 metri e già i primi soccorritori capirono che la sua situazione era grave. Uscito dall’ospedale Mattei aveva tra le sue prime preoccupazioni come tornare a fare surf: non era facile, senza riuscire più a muovere le gambe.
Mattei non poteva resistere lontano dalle onde: «l’acqua è magia totale». Ha cercato di capire quali esperienze c’erano in giro per il mondo che gli potessero consentire di surfare nelle sue condizioni. Si rese conto che in particolare negli Stati Uniti c’erano molte cose da imparare. «In America ci sono tanti militari che rientrano dai teatri di guerra con delle lesioni importanti ed è evidente che hanno più esperienze di qualsiasi altro paese del mondo». Mattei capì che l’esempio da seguire era il modello della fondazione Life Rolls On, creata dal surfista tetraplegico californiano Jesse Billauer, due volte campione del mondo.
Il passaggio dalla teoria alla pratica fu veloce. «Sono andato a comprare una tavola da Decathlon, ho applicato due idee che ho trovato su internet e così ho realizzato un primo prototipo di tavola da surf adattata alla mia tecnica e alle possibilità di movimento che avevo io dopo l’incidente. Sono entrato in acqua e ho fatto la mia prima nuova esperienza da surfista». Da quella rudimentale attrezzatura c’è stata una continua crescita di conoscenze, di relazioni con professionisti per sviluppare tavole sempre migliori che lo hanno portato ad avvicinarsi alle competizioni e, un po’ alla volta, a fare gare in tutto il mondo.
«Gli amici che vivevano la mia stessa condizione, il mare e il surf sono stati la mia vera clinica. L’ambiente che mi ha permesso di recuperare la forma fisica, la forza e soprattutto la fiducia in me stesso». Dopo avere fatto diverse esperienze, nel 2015 è nata l’Associazione Happy Wheels – Asd che ha come finalità l’integrazione e il miglioramento della qualità della vita per le persone con ridotta capacità motoria. Il progetto su cui Mattei si è più impegnato è Surf4all: un percorso cominciato con altri due ragazzi nella sua stessa condizione che aveva l’obiettivo di rendere concreto il sogno di tornare a surfare dopo un incidente, e di fare questa esperienza insieme, in autonomia e sfruttando le potenzialità riabilitative di questa attività.
Il progetto Surf4all
Surf4all si basa su un’attività formativa. L’obiettivo è fornire a chi partecipa i principi fondamentali del surf e gli strumenti per condurre, controllare e utilizzare nel migliore dei modi la tavola da surf. Si tratta di un percorso di formazione all’adapting surfing. La base di questa scuola di surf e sup (stand up paddle, cioè stare su una tavola in acqua e spostarsi utilizzando una pagaia) era a Tirrenia, presso il Bagno degli americani.
Mattei spiega che «il progetto prevedeva delle lezioni teoriche, ma soprattutto delle sessioni dimostrative pratiche, l’organizzazione di eventi dedicati a chi voleva vivere senza barriere il mare e lo sport. Ma soprattutto per insegnare il surf tra le persone con disabilità per dare a tutti la possibilità di fruire dei vantaggi psicofisici che la pratica di questo sport regala ai suoi praticanti. Tra l’altro, una volta, è venuta a trovarci per vedere che cosa stavamo facendo anche Bebe Vio».
Mattei è molto orgoglioso quando sottolinea che quella è stata la prima attività didattica che ha fatto del surf un’attività inclusiva. «È stato un successo perché gli operatori, i volontari, tutti quanti avevano a che fare con il progetto hanno dimostrato una grande apertura e una piena condivisione dei principi dell’inclusione applicati al surf e a tutte le discipline che si possono fare nel mare».
Il sogno olimpico
Oggi Massimiliano Mattei abita in Andalusia: anche se da quelle parti ci sono poche onde, lui continua a fare surf. «Non è un buon periodo. Non pensavo di farmi male anche alle braccia. Sono reduce da due infortuni ad entrambe. Nonostante tutto continuo, anche se quest’anno ho dovuto rinunciare al campionato mondiale». Nei tre mondiali di Adaptive Surf a cui ha partecipato, Mattei ha ottenuto risultati sempre migliori, tanto che nel 2018 in California si è classificato terzo nella categoria AS4, vale a dire “prono non assistito”. L’anno successivo ai campionati europei in Portogallo ha vinto la medaglia d’oro di categoria.